Verdone: “I ristori non bastano, gli esercenti non ce la fanno più”

AGI – “Sono preoccupato per gli esercenti che non ce la fanno più, c’è gente che sta resistendo in una maniera incredibile, ma i mesi passano e i ristori li aiutano fino a un certo punto”. Così Carlo Verdone intervenuto al webinar dell’Anac ‘La sala: il sale del cinema’.  E sul ritorno in sala dice: “In primavera qualcosa succederà, avremo meno della metà degli spettatori in sala”, ma seppur minima “è una timida ripartenza. Siamo nelle mani del vaccino e del calo dei contagi”.

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© ANDREA RONCHINI / NURPHOTO

Carlo Verdone

“Piattaforme streaming sono catene di montaggio”

Parlando delle ampie offerte delle varie piattaforme streaming il regista dice: “Sono valide, alcune serie sono fatte benissimo, ma hanno un problema: sono una catena di montaggio, non si sente l’anima dell’autore. Sono realizzate da 20 o 25 sceneggiatori e girate da 4-5 registi. Sicuramente sono scritte e interpretate molto bene, la fotografia è perfetta, le storie coinvolgenti e c’è qualcosa che ti droga per arrivare a una puntata successiva, mamanca l’anima dell’autore“. “Il film – sottolinea – è l’unica produzione che ha veramente l’anima e la sala è il tempio dell’immagine”.

“Bisognerebbe insegnare il cinema nelle scuole”

“Quello dei giovanissimi è un pubblico, non dico perso, ma lo è abbastanza. I ragazzini di oggi vanno a vedere i film con gli effetti speciali della Marvel, è un pubblico che va educato e portato a una riflessione, discussione e partire già dalla scuola è importante”, ha detto Verdone intervenuto al webinar dell’Anac ‘La sala: il sale del cinema’. “Il cinema dovrebbe essere una materia da studiare nelle scuole superiori, la storia del cinema è importante – sottolinea – questo educherebbe il pubblico più giovane ad amare a saper fare una critica a saperci ragionare sopra, a creare dibattito, aggregazione e condivisione con gli altri”.

“Il mio film? Resistiamo per uscire in sala”

“Il mio film è fermo da un anno, lo avevo già fatto vedere in 12 città, in presenza mia e dei miei attori. Siamo partiti dal Nord a Sud, poi la pandemia ci ha bloccato a Roma”. Lo ha detto ancora Carlo Verdone intervenuto al webinar dell’Anac. “Con il produttore e la distribuzione – racconta – ci siamo detti ‘Resistiamo per la sala, il film deve uscire al cinema’. Da parte nostra significa rispetto verso gli esercenti, amore per la sala, ma soprattutto amore per il cinema. Noi ce la stiamo mettendo tutta”.

Tre milioni di italiani hanno smesso di curarsi per difficoltà economiche

AGI – Sono ben 3 milioni gli italiani che, fra marzo e dicembre 2020, a causa di difficoltà economiche sopraggiunte per la pandemia e il lockdown hanno dovuto rinunciare a cure mediche, visite specialistiche o operazioni. Emerge dall’indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta.

E se, da un lato, molti hanno rinunciato a curarsi, dall’altro ci sono circa 2,2 milioni di pazienti che invece hanno dovuto chiedere un prestito ad amici, familiari o finanziarie per poter accedere alla sanità privata. Chi si è rivolto a strutture private ha speso, in media 292 euro per ciascuna visita.  

Secondo l’analisi condotta da Facile.it e Prestiti.it su un campione di 125mila domande di finanziamento presentate da gennaio a dicembre, nel 2020 l’importo medio dei prestiti personali richiesti per pagare spese mediche è stato pari a 6.145 euro, da restituire in 53 rate (circa 4 anni e mezzo).

Continuando a scorrere l’analisi si scopre che 32,8 milioni di italiani si sono visti rimandare, se non addirittura annullare, visite, esami o operazioni in programma nel 2020; nello specifico, circa 27,9 milioni di italiani, vale a dire il 73,6% di coloro che avevano in programma un appuntamento presso una struttura sanitaria, hanno subito uno o più rinvii, mentre 13 milioni di cittadini, pari a più di un paziente su tre (34,3%), hanno dovuto fare i conti con l’annullamento.

Ritardi e disservizi hanno riguardato tutte le specialità, dalla cardiologia all’oncologia

Gran parte della popolazione adulta a causa dell’emergenza sanitaria ha dovuto fare i conti con disservizi che, dati alla mano, hanno riguardato praticamente tutte le specialità; ma se il triste primato spetta, in percentuale, a gastroenterologia e urologia (rispettivamente con l’81,2% e il 75% di pazienti che hanno subito ritardi o annullamenti su visite, esami od operazioni già programmate), anche patologie molto gravi non sono state esenti da questo fenomeno e, ad esempio, hanno subito ritardi o annullamenti il 61,1% dei pazienti cardiologici ed il 47,2% di quelli oncologici.

Mediamente il rinvio è stato di quasi due mesi (53 giorni), ma il dato ancor più preoccupante è che nel 68% dei casi l’appuntamento è stato rimandato sine die. Per alcune specialità, però, i giorni di rinvio sono stati ben più lunghi; nel caso dell’oncologia, ad esempio, lo slittamento medio è stato di 63 giorni, per la cardiologia di 72 giorni e addirittura 81 giorni per la ginecologia.

La pandemia, sempre secondo la ricerca, ha messo sotto stress tutte le strutture sanitarie, ma in particolar modo quelle pubbliche; fra coloro cui è stato rinviato o annullato un appuntamento già programmato, nel 54,7% dei casi questo si sarebbe dovuto svolgere in struttura pubblica, nel 45,3% in una privata.

Fra chi ha subito un rinvio o un annullamento, il 30,2% degli intervistati ha poi scelto di svolgere il controllo in struttura privata, il 31% in struttura pubblica, ma soprattutto, per il 38,8% l’esame è stato annullato senza alcuna riprogrammazione.

Questa situazione ha spinto molti italiani ad abbandonare la sanità pubblica in favore di quella privata: secondo l’indagine circa 7 milioni di cittadini, a seguito del rinvio o annullamento, hanno scelto di spostare da una struttura pubblica ad una privata una o più visite.

Quando si chiede la ragione del ricorso al privato si scopre che il 18,9% dei pazienti lo hanno fatto per paura che la loro patologia peggiorasse, il 12,6% perché avevano un’assicurazione che ne copriva i costi.

Per far fronte ai costi legati alla sanità privata, il 73,2% ha pagato usando i propri risparmi, mentre il 16,6% ha fatto ricorso ad un’assicurazione sanitaria. Circa 2,2 milioni di pazienti (pari al 9,1% di chi è ricorso alla sanità privata) hanno dovuto chiedere un prestito ad amici, familiari o finanziarie.

La soluzione del prestito è più frequente tra i rispondenti residenti al Sud e nelle Isole, dove la percentuale arriva all’11,9%.

Oltre ai disservizi, vi è una fetta importante della popolazione italiana che nel 2020 ha scelto di propria iniziativa di rinunciare a prenotare o effettuare una o più visite, esami specialistici od operazioni; secondo l’indagine sono 68,6% degli italiani, pari a circa 30 milioni di individui. Nel 71,3% dei casi lo hanno fatto per paura di contrarre il Covid recandosi in una struttura medica, nel 19,7% perché scoraggiati dai lunghissimi tempi di attesa.

Vedi: Tre milioni di italiani hanno smesso di curarsi per difficoltà economiche
Fonte: cronaca agi

Fisco: il blocco di notifiche e pagamenti fino al 31 gennaio non può bastare

di redazione

Lo scostamento di bilancio di 32 miliardi, approvato, in piena crisi, dal Consiglio dei Ministri, apre le porte al decreto Ristori 5, da cui ci attende un potenziamento della decontribuzione per i lavoratori autonomi e i professionisti , così come il superamento del meccanismo delle regioni e dei codici Ateco ai fini della definizione del parametro reddituale del calo di fatturato, da considerare in rapporto ad un periodo di tempo più ampio, annuale o semestrale.

Rimane caldo il fronte delle cartelle esattoriali. Il congelamento fino al 31 gennaio delle notifiche e il rinvio a fine mese dei termini per effettuare il pagamento, già decisi dal governo, non possono risolvere il drammatico problema delle riscossioni che assilla milioni di famiglie e di imprese. C’è da sperare che la crisi politica non blocchi i provvedimenti, che sono allo studio, riguardo alla definizione agevolata delle pendenze debitorie e nuove misure per rottamazione e saldo e stralcio.

Mentre non c’è nessuna proroga, anche nelle zone arancione o rosse, per i versamenti in scadenza domani, lunedì 18 gennaio, di Iva ordinaria, ritenute, contributi e prima rata del secondo 50% dei versamenti tributari sospesi da marzo a maggio 2020.

Il Mef sta lavorando ad una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, la precedente si era fermata ai ruoli del 2017, adesso si pensa di permettere ai contribuenti di chiudere i conti col fisco relativi agli anni 2018 e 2019 senza incorrere in sanzioni e interessi di mora. Rimane da definire la sorte delle cartelle sospese dallo scorso 8 marzo dell’anno scorso.

Nel 2020 si è accumulata una massa enorme di arretrato ancora da smaltire, si tratta di qualcosa come 34 milioni di cartelle congelate a causa della pandemia. Non si capisce, al momento, come possano fare i contribuenti a prendere conoscenza delle loro eventuali pendenze con Agenzia Entrate Riscossione (Ader), visto che le relative cartelle non sono state ancora notificate. Va chiarito anche se saranno riammessi alla nuova rottamazione coloro che, per aver saltato  il pagamento anche di una sola rata, sono decaduti dal beneficio precedentemente concesso. Una riammissione che era stata promessa dalla viceministra all’Economia, Laura Castelli. La preoccupazione maggiore per il governo è di non vanificare con le nuove misure il gettito che dovrebbe arrivare dalle rate 2020 della vecchia rottamazione, la scadenza del cui pagamento è stata rinviata al 1° marzo 2021.

La crisi politica aperta, la cui soluzione non è al momento prevedibile né neio tempi né nei modi, rischia di compromettere la definizione da parte delle  commissioni Bilancio e Finanze del Senato di un piano che consenta l’inserimento nel decreto Ristori 5 di un’altra proroga,di un successivo scaglionamento degli invii, di ulteriori rateizzazioni e di una nuova possibilità  di definizione agevolata.

La crisi rischia di sospendere tutto, di concreto in questo momento c’è solo la sospensione fino a fine gennaio dei 50 milioni di avvisi e cartelle) e lo slittamento di tutti gli atti di accertamento, contestazione, erogazione delle sanzioni, recupero dei crediti d’imposta, liquidazione e rettifica, avvisi bonari che comunque potranno cominciare ad essere notificati a partire dal primo febbraio.

Lo stesso decreto sospende anche, sempre fino al 31 gennaio, i pignoramenti di stipendi e pensioni e le verifiche, da parte delle pubbliche amministrazioni, prima di liquidare i fornitori, dell’esistenza di debiti iscritti a ruolo oltre i 5mila euro.

Finocchiaro (pres. Confedercontribuenti): basta elemosine alle imprese.Si faccia un nuovo Governo senza il mediocre Gualtieri.

A fronte di una perdita di fatturato d 423 miliardi, gli operatori economici colpiti dalla crisi hanno ottenuto finora ristori per 29 miliardi, appena il 7% delle perdite subite “Sebbene in termini assoluti la somma sia certamente importante, i 29 miliardi di euro di aiuti diretti erogati fino ad ora dal governo alle attività economiche coinvolte dalla crisi pandemica sono stati del tutto insufficienti a lenire le difficoltà degli imprenditori”. I dati dimostrano quanto siano insufficienti gli interventi del Governo. A dichiararlo il presidente nazionale Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, che denuncia come il Ministro delle Finanze, uomo modesto e semplice ragioniere dei conti pubblici, si limiti a indicare misure insufficienti e a non dare soluzioni definitive per rinviare cartelle e scadenze fiscali. Interi settori sono stati abbandonati e allora se si ricostruirà un nuovo Governo e una nuova maggioranza, serve avere al comando uomini capaci di comprendere i problemi che sta vivendo il Paese e Gualtieri sia il primo ad essere cambiato, non usa mezze misure il presidente di Confedercontribuenti, che aggiunge, un Conte Ter, non sia la fotocopia della mediocrità che fin qui ha distinto le versioni precedenti dei Governi presieduti dallo stesso.

 

Confedercontribuenti chiede lo stop delle nuove regole bancarie, colpo mortale per imprese e famiglie

di redazione

È allarme rosso per i titolari di conti correnti, sia privati che imprese. Dal prossimo 1° gennaio, infatti, entra in vigore il Regolamento UE n. 171/2018 sulle tecniche di regolamentazione che riguardano la soglia di rilevanza delle obbligazioni creditizie in arretrato per le banche e i gruppi bancari così come per le SIM (Società di intermediazione mobiliare) e gruppi SIM.

Con le nuove disposizioni cambiano i parametri perché i debitori delle banche vengano considerati inadempienti. Dal primo giorno del nuovo anno per avere un “arretrato rilevante” ed essere segnalati come cattivi pagatori basterà superare i 500 euro di rate non pagate dei finanziamenti ricevuti, che rappresentino l’1% del totale dell’esposizione nei confronti della banca. Ma per le persone fisiche e le piccole imprese basteranno inadempienze di 100 euro.

Quindi basterà essere in arretrato anche di importi modesti per dare il diritto alla banca di agire per il recupero. Si tratta, con tutta evidenza, di regole capestro per le imprese che, oltretutto, vengono a cadere in un momento reso drammatico dalle conseguenze delle misure restrittive per contrastare la pandemia, per cui il rischio di essere considerati inadempienti per piccoli importi, di essere segnalati alla centrale rischi classificati per tutta l’esposizione tra i “crediti malati” è estremamente elevato.

Per di più, con l’inizio del nuovo anno, se il cliente non avrà disponibilità liquide sufficienti ad effettuare il relativo pagamento, la banca non potrà più accettare l’addebito automatico.

Confedercontribuenti ha da tempo denunciato l’insostenibilità delle nuove disposizioni europee, le quali, come sottolineato dal presidente dell’Abi (Associazione bancaria italiana), Antonio Patuelli, finiscono per mettere in difficoltà gli stessi istituti di credito.

Ci si chiede come possano continuare a lavorare con le banche i piccoli e i micro imprenditori, gli artigiani, i commercianti; e come potranno fare le famiglie, e sono veramente tante, che sono andate avanti fin qui grazie alle piccole forme di flessibilità loro praticate. Come si potrà fare fronte al pagamento delle utenze, al pagamento dei dipendenti, al versamento dei contributi previdenziali, alle rate di finanziamenti e mutui?

Confedercontribuenti lancia un allarme urgente, chiede che il governo si attivi immediatamente in sede europea per ottenere lo stop all’applicazione delle nuove regole Eba (Autorità bancaria europea).

La logica dell’eurocrazia e del potere delle banche non deve prevalere – afferma il presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro – Il danno che le nuove regole europee apporteranno è gravissimo perché per artigiani, commercianti, piccoli imprenditori e anche per molte famiglie, costituirà un grosso problema non poter più usufruire di quelle piccole forme di flessibilità che, specie in questa fase così critica a causa degli effetti economici della pandemia Covid, sono fondamentali per far fronte ai pagamenti di utenze o altri adempimenti, come gli stipendi e i contributi previdenziali, le rate di finanziamenti e mutui.

Confedercontribuenti chiede uno stop a tale applicazione che rappresenta proprio in questa fase, un modo per far chiudere migliaia di aziende o metterle sulla strada di una crisi irreversibile”.