I minibond supportano le pmi

I minibond accusano una lieve battuta d’arresto, causa pandemia, ma non una frenata, riuscendo così ad assolvere il compito di fonte di finanziamento alternativa e complementare al credito bancario. Sono soprattutto tre i fattori determinanti in questa tenuta: in primo luogo gli interventi emergenziali attuati dallo Stato, cioè la moratoria sui prestiti e il programma di garanzie pubbliche che ha interessato anche il mondo dei minibond, attraverso il Fondo di Garanzia e la Garanzia Italia di Sace. Inoltre nel 2020 è diventata operativa la possibilità per i portali autorizzati di equity crowdfunding di collocare minibond di Spa a particolari categorie di investitori. Infine, ma non per importanza, è da segnalare l’effetto traino di operazioni di sistema come i basket bond regionali. Grazie ai quali, per esempio, la Campania, proprio in virtù del progetto Garanzia Campania bond, promosso dalla finanziaria regionale Campania Sviluppo, da Cdp e Mediocredito Centrale-Banca del Mezzogiorno e da Banca Finint, è passata in testa per numero di emittenti (43, contro le 13 del 2019), superando Lombardia (36) e Veneto (29), tradizionalmente le regioni più attive. Con un’operazione di sistema simile, anche la Puglia è passata da 3 a 13 emittenti.

Sono alcuni dei dati raccolti dall’Osservatorio minibond della School of Management del Politecnico di Milano, presentato durante un convegno on-line a cui hanno preso parte i partner della ricerca (ADB Corporate Advisory, Banca Finint, Cassa depositi e prestiti, Cerved rating agency, Epic Sim, Foresight Group, F&P Frigiolini & Partners Merchant, Mediocredito Trentino-Alto Adige, Orrick, Borsa Italiana, Innexta, BeBeez). Guardando ai numeri, nel 2020 l’industria dei minibond, rispetto al 2019, anno dei record, ha registrato un lieve calo delle emissioni (194 contro 205); la raccolta sul mercato si è fermata a 920 milioni di euro per l’abbassamento del valore medio delle singole operazioni (4,59 milioni) e tuttavia, se ci si limita alle pmi, è stata la migliore degli ultimi 3 anni (448 milioni di euro).

«Nel 2020 l’industria dei minibond italiani ha retto bene nonostante lo stress test della pandemia», ha commentato Giancarlo Giudici, responsabile dell’Osservatorio minibond ed estensore del Report. «La raccolta infatti è di poco diminuita, più che altro perché è sceso il valore medio delle emissioni, e sono numerose le pmi che si sono avvicinate a questo mercato per la prima volta, anche grazie a operazioni di sistema come i basket bond regionali. Le sfide per il futuro sono tre: la sostenibilità del debito a valle dei risultati di bilancio, che inevitabilmente saranno più sfavorevoli rispetto alle aspettative; la capacità del sistema di trovare un nuovo equilibrio quando i provvedimenti emergenziali pubblici termineranno e potrebbe essere necessario prevenire un accumulo di crediti ‘unlikely-to-pay’ (inadempienze probabili, ndr); approfittare dei Pir alternativi e degli Eltif, ai nastri di partenza, per dare nuovo spessore al mercato con un salto di qualità che possa rinvigorire anche il mercato secondario».

Sul fronte degli investitori che hanno sottoscritto i minibond, infatti, Eltif (acronimo di European Long Term Investments Funds, fondi di natura chiusa) e Pir alternativi si affiancheranno agli attori principali: il 2020 ha visto il ruolo importante delle banche italiane (41% dei volumi) seguite dai fondi di private debt (20%). Fondi e banche estere hanno contribuito per il 15%, Cassa depositi e prestiti per il 12%.

La definizione. A cosa ci riferiamo quando parliamo di minibond? Sono, secondo la definizione usata dall’Osservatorio, titoli di debito (obbligazioni e cambiali finanziarie) emessi da società italiane non finanziarie, quotate o non quotate in Borsa. In particolare si tratta di emissioni da parte di società di capitale o cooperative aventi operatività propria (escludendo banche, assicurazioni e società finanziarie) di importo inferiore a 50 milioni di euro, non quotate su listini aperti agli investitori retail. Sono stati introdotti nel 2012, anno in cui è stato varato il cosiddetto decreto Sviluppo (il dl 83/2012 convertito nella legge n. 134/2012), e hanno ricevuto diverse spinte sul piano normativo (il dl sviluppo bis, il Destinazione Italia e il decreto Competitività, la legge di Bilancio 2019 e il decreto fiscale 2020), fino ad arrivare ai decreti Liquidità (dl 23/2020, convertito nella legge n. 40/2020) e Rilancio, (dl 34/2020 convertito nella legge n. 77/2020) che hanno semplificato l’opportunità per le pmi di collocare sul mercato obbligazioni e cambiali finanziarie, sottoscritte da fondi o asset management company, e hanno dato allo Stato la possibilità di sottoscrivere corporate bond. Stanno diventando, quindi, strumento valido per il finanziamento e anche trampolino di lancio, come se fosse un allenamento, per accedere a operazioni più complesse (per esempio il private equity o la quotazione in Borsa).

I numeri. Finanziare la crescita interna dell’azienda (60,5%) resta il motivo principale del collocamento, seguito dalla necessità di ristrutturare le passività finanziarie (10,4%), di alimentare il ciclo di cassa del capitale circolante (soprattutto Pmi) e le strategie di crescita esterna tramite acquisizioni (soprattutto grandi imprese).

Il database dell’Osservatorio contiene 1.005 emissioni di minibond effettuate dalle imprese del campione (che spesso ne hanno condotte più di una) a partire da novembre 2012, per un valore nominale totale di 7,07 miliardi di euro, di cui 2,53 miliardi riferibili alle Pmi. Il 2020 ha contribuito con 920 milioni di euro (erano 1.223 nel 2019), la cifra più bassa, seppur di poco, dal 2016 perché si è ulteriormente ridotto il valore medio dei singoli deal, sceso nel secondo semestre al minimo storico di 4,59 milioni di euro. Se infatti, nel campione totale, il 65% delle emissioni è sotto la soglia dei 5 milioni di euro, nel 2020 la percentuale sale quasi al 76% e vengono a mancare operazioni sopra i 20 milioni di euro. Storia a parte le pmi, per le quali la raccolta è ai massimi degli ultimi 3 anni: 448 milioni di euro, solo nel 2017 era andata meglio (549 milioni). Come anticipato, un effetto traino è arrivato dai sistemi di garanzia regionali. Nel 2020 sono salite a 112 le emissioni che hanno adottato garanzie sul rimborso del capitale (58%). La più diffusa (26%) è quella rilasciata dalle regioni, soprattutto attraverso i basket bond in Campania e Puglia, seguita da quella eleggibile per il Fondo di Garanzia (21%) che però è rilasciata all’investitore. Nel 7% dei casi è stata offerta autonomamente dall’emittente, attraverso un pegno o fideiussione. Di fatto, nel 2020, c’è stata una sostituzione delle garanzie private con quelle pubbliche.

Fonte: Italia Oggi

Rosy Tomasicchio

La prescrizione nei rapporti di credito

Di Roberto Marcelli

In base alla sentenza della Cassazione, S.U., n. 24418/2010 ogni annotazione di interesse illegittimo, pagato in conto con rimesse solutorie, non è più ripetibile decorso il termine prescrizionale dei dieci anni.

Nelle numerose vertenze che interessano la ripetizione dell’indebito, su indicazione dei quesiti posti dai giudici, i consulenti chiamati alla rideterminazione del saldo di conto corrente, in accordo ai principi posti dalla menzionata sentenza della Cassazione, S.U., n. 24418/2010, determinano le rimesse solutorie, intervenute oltre il decennio a ritroso, imputandole prioritariamente ex art. 1194 c.c., a pagamento degli interessi, frequentemente senza distinzione alcuna fra interessi relativi al fido ed interessi relativi all’extra fido.

Dopo un decennio dalla menzionata sentenza delle Sezioni Unite, perdura una sostanziale incertezza sulle modalità tecniche di accertamento delle rimesse solutorie e di espunzione degli interessi illegittimamente addebitati.

Più recentemente la Cassazione n. 9141 del 18 maggio 2020, è intervenuta apportando un sostanziale chiarimento su due aspetti di rilevante importanza per la ripetizione degli interessi indebitamente annotati in conto. La pronuncia in parola stabilisce, infatti, che:

  • È evidente che per verificare se un versamento effettuato dal correntista nell’ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente abbia avuto natura solutoria o solo ripristinatoria, occorre, all’esito della declaratoria di nullità da parte dei giudici di merito delle clausole anatocistiche, previamente eliminare tutti gli addebiti indebitamente effettuati dall’istituto di credito e conseguentemente determinare il reale passivo del correntista e ciò anche al fine di verificare se quest’ultimo ecceda o meno i limiti del concesso affidamento. L’eventuale prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto indebitamente pagato non influisce sulla individuazione delle rimesse solutorie, ma solo sulla possibilità di ottenere la restituzione di quei pagamenti coperti da prescrizione.
  • del tutto infondata è l’affermazione dell’istituto di credito formulata in termini puramente astratti – secondo cui gli interessi intrafido sarebbero esigibili “alle scadenze pattuite (nella specie trimestralmente)” e che l’inesigibilità del capitale finanziato non influirebbe sugli interessi pattuiti come corrispettivo dell’utilizzazione del finanziamento. Non vi è dubbio che il debito per interessi, quale accessorio, debba seguire il regime del debito principale, salvo una diversa pattuizione tra le parti che dovrebbe, tuttavia, specificare una modalità di calcolo degli interessi (intrafido) idonea a scongiurare in radice il meccanismo dell’anatocismo.

La sentenza in parola definisce chiaramente sia il riferimento al saldo depurato delle indebite annotazioni per la distinzione ed accertamento delle rimesse solutorie, sia l’ambito di operatività di quest’ultime ristretto esclusivamente agli interessi riferiti all’extrafido.[1] Quest’ultimo aspetto discende dal principio interpretativo dell’art. 1194 c.c., richiamato dalla sentenza sopra riportata, compiutamente delineato dalla precedente Cassazione n. 10941 del 26 maggio 2016:  ‘L’art.1194 c.c., al 1° comma dispone che: “Il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore.” Detto disposto normativo, che detta il principio, secondo il quale ogni pagamento deve essere imputato prima al capitale e successivamente agli interessi, salvo il diverso accordo con il creditore, postula che il credito sia liquido ed esigibile, dato che questo, per la sua natura, produce gli interessi, ex art. 1282 c.c. Come infatti ritenuto nelle pronunce 6022/2003, 20904/2005, 9510/2007 e 16448/2009, la disposizione dell’art. 1194 cod. civ. secondo la quale il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi o alle spese senza il consenso del creditore, presuppone che tanto il credito per il capitale quanto quello accessorio per gli interessi e le spese, siano simultaneamente liquidi ed esigibilì’

Nonostante la menzionata sentenza, taluni Tribunali trascurano il principio della simultanea liquidità ed esigibilità degli interessi e del capitale di riferimento, disponendo che le rimesse solutorie siano rivolte prioritariamente a saldare gli interessi, indipendentemente dalla natura di questi ultimi, senza alcuna specifica distinzione fra fido ed extrafido. Un tale orientamento pregiudica significativamente l’ambito di ripetizione delle indebite annotazioni, con risvolti economici di apprezzabile rilievo.

Nella circostanza dinanzi descritta, se si considerano liquidi ed esigibili gli interessi relativi al fido, alla prescrizione a favore del creditore della ripetizione dei pagamenti ultradecennali a ritroso, si accompagna la prescrizione, a favore del debitore, degli interessi addebitati dalla banca e non pretesi nei cinque anni successivi. Infatti, in linea con il medesimo assetto dei principi adottato per le rimesse solutorie, gli interessi a debito annotati in conto, se ritenuti liquidi ed esigibili, indipendentemente dalla natura legittima o illegittima, in assenza di intervenuta rimessa solutoria, risultano prescritti decorso un quinquennio e non possono essere pretesi dalla banca.

Se gli interessi annotati in conto vengono considerati liquidi ed esigibili, in assenza di rimesse di pagamento e/o di esplicite richieste, perdurando l’inerzia dell’intermediario a pretenderne il pagamento, il diritto viene meno decorso il quinquennio. L’art. 2948 c.c. al punto 4) è chiaro nell’enunciato: ‘si prescrivono in cinque anni: gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi.

Indiscutibile è la netta autonomia che viene riconosciuta al debito per interessi rispetto all’obbligazione principale. Il debito dell’accipiens per interessi si pone su un piano autonomo in considerazione della diversità di causa, nonché della configurabilità di una distinta possibilità di azione, o d’inerzia del solvens: il credito di interessi resta soggetto ad autonoma prescrizione quinquennale ai sensi dell’art. 2948 n. 4 c.c.[2]

La Cassazione, con orientamento consolidato, ha stabilito che la prescrizione quinquennale prevista per gli interessi dall’art. 2948, n. 4 c.c. è applicabile, come si desume dall’interpretazione letterale e dalla ratio della citata disposizione, soltanto nell’ipotesi che la relativa obbligazione si riferisca a crediti da pagarsi con cadenza annuale o infrannuale e cioè nel caso in cui sia previsto – per legge o per contratto – che il creditore possa ottenere il pagamento a scadenza annuale (o inferiore). Se gli interessi illegittimamente annotati – indifferentemente riferiti al fido e all’extra fido – quando coperti da una rimessa di pagamento, divengono irripetibili decorsi dieci anni, la totalità degli interessi annotati in conto, legittimi e illegittimi, che la banca ha omesso di pretendere nel quinquennio successivo all’annotazione, non potranno più essere esatti. La banca che impropriamente ha ritenuto, con l’annotazione, di capitalizzare gli interessi, si viene a confrontare con limitazioni che, congiuntamente, comprimono l’alveo di legalità fra gli stringenti presidi posti dall’art. 1283 c.c. e la tempistica dettata dall’art. 2948 c.c., con i criteri di pagamento dettati dalla Cassazione, S.U., n. 24418/2010, entro le circoscritte deroghe consentite dalla Delibera CICR 9/2/00.

Solo con la nuova formulazione dell’art. 120 TUB, introdotta dalla Legge n. 49/2016, si è espressamente previsto, per le aperture di credito e gli scoperti di conto, in assenza di fido o oltre il fido concesso – qualora sia presente una preventiva autorizzazione del cliente – che l’addebito degli interessi in conto nel momento in cui divengono esigibili, viene considerato ‘sorte capitale’.

Nel principio di pagamento sancito dalla sentenza della Cassazione n. 9141/2020 si dischiude implicitamente un limite ulteriore, che integra e completa il divieto disposto dall’art. 1283 c.c.: la prassi bancaria di praticare in via automatica l’anatocismo nei rapporti bancari induce un ritardo nella riscossione degli interessi che incontra un presidio temporale nell’art. 2948 c.c..

I principi giuridici rivenienti dalle pronunce della Suprema Corte – in tema di pagamenti e applicazione dell’art. 1194 c.c., congiuntamente considerati con i principi che presiedono l’apertura di credito e la Delibera CICR – tracciano un alveo del processo di ricostruzione del legittimo rapporto di conto entro il quale i consulenti sono chiamati ad operare. I principi di prescrizione assumono un apprezzabile rilievo economico: come il pagamento degli interessi illegittimi da parte del cliente è colpito dalla prescrizione decennale, così la mancata esazione degli interessi legittimi da parte dell’intermediario è colpita dalla prescrizione quinquennale. Ancor più se gli interessi relativi al fido vengono ritenuti esigibili e pertanto soggetti a prescrizione decennale dal momento della successiva rimessa solutoria – come spesso, con un’impropria lettura, si pratica nelle ricostruzioni ai fini della ripetizione dell’indebito – non si ravvisano elementi logici o giuridici per discriminare una stessa epurazione con riferimento alla prescrizione quinquennale degli interessi addebitati, privi di una formale costituzione in mora e non esatti.

Questo limite può costituire un singolare ed inesplorato terreno di contestazioni che, per gli anni pregressi – prima e dopo la Delibera CICR 9/2/00 – può trovare un concreto e sostanziale fondamento giuridico nella stessa pronuncia della menzionata Cassazione, S.U., n. 24418/2010. Tanto più se i Tribunali, discostandosi dalla recente sentenza della Cassazione n. 9141 del 18 maggio 2020, ritengono gli interessi annotati in conto immediatamente liquidi ed esigibili. Se da un lato la banca può avanzare la prescrizione sugli addebiti illegittimi, che risultano pagati da oltre dieci anni, dall’altro il correntista può esimersi dal pagare gli interessi, ancorché legittimi, che la banca ha mancato di esigere nei cinque anni successivi alla loro maturazione ed annotazione in conto.

Fonte: Altalex

 

Pagamenti, un solo ritardo: la banca non può segnalare alla CR

Il cliente per ottenere il risarcimento da illegittima segnalazione alla Centrale Rischi deve provare fondatezza e buona fede delle ragioni dell’inadempimento (Cass. Ord. n. 3130/2021).

L’istituto di credito non può effettuare la segnalazione alla Centrale Rischi (CR) solo in ragione di un ritardo nell’adempimento, ma deve valutare la situazione patrimoniale complessiva del debitore. Pertanto, per stabilire se detta segnalazione sia legittima, il giudice deve effettuare una valutazione ex ante, per accertare se, quando il cliente ha rifiutato l’adempimento delle proprie obbligazioni, i motivi del rifiuto apparissero oggettivamente non infondati e prospettati in buona fede.

Il debitore è gravato dal relativo onere della prova al fine di ottenere il risarcimento del danno da illegittima segnalazione.

Così ha deciso la Corte di Cassazione, sez. III civile, con l’ordinanza 14 ottobre – 9 febbraio 2021, n. 3130 (testo in calce).

Sommario

La vicenda

Un istituto di credito notificava un atto di precetto ai propri debitori per il pagamento di oltre 58 mila euro, in relazione ad un mutuo non interamente restituito; l’atto veniva notificato, altresì, ai terzi datori di ipoteca.

I convenuti formulavano opposizione lamentando, tra le altre cose, la violazione del divieto di anatocismo, la nullità delle clausole sul saggio di interesse e la violazione della legge antiusura. Infine, chiedevano la condanna della banca al risarcimento del danno per illegittima segnalazione alla centrale rischi.

L’opposizione veniva respinta in primo e secondo grado. Si giunge così in Cassazione.

Premessa: cos’è la segnalazione alla centrale rischi

La Centrale dei Rischi, o più precisamente il servizio di centralizzazione dei rischi, è un archivio gestito dalla Banca d’Italia. Spesso, si pensa erroneamente che la Centrale Rischi (CR) sia una lista di cattivi pagatori. Invece, si tratta di un database che racconta la “storia creditizia” dei soggetti e contiene:

  • le informazioni positive, come la regolarità del pagamento delle rate e la chiusura di un finanziamento,
  • le informazioni negative, come il ritardo nel pagamento delle rate di un mutuo.

A cosa serve?

Serve alle banche per valutare la capacità di restituzione da parte di soggetti che, ad esempio, si rivolgono a loro per chiedere un finanziamento. Si parla, a tal proposito, di merito creditizio.

Ciò premesso, tra le segnalazioni che gli istituti di credito e gli intermediari finanziari sono tenuti a fare, rientrano gli insoluti e sofferenze. Un cliente si considera come debitore in sofferenza qualora abbia gravi difficoltà nel restituire il suo debito. Il cliente segnalato per la prima volta riceve una comunicazione in tal senso. La segnalazione della sofferenza (anche detta appostazione a sofferenza) alla CR comporta conseguenze negative, quali la difficoltà di ottenere mutui o finanziamenti.

Per completezza espositiva, si ricorda che la Centrale Rischi (RC) non va confusa con il CRIF. Infatti, la CR è un archivio gestito per finalità di interesse pubblico dalla Banca d’Italia; mentre, esistono altri archivi gestiti da privati, si trattasi dei Sistemi di Informazione Creditizia (SIC), in cui rientra il CRIF.

Tutto ciò premesso, torniamo al caso in esame.

La segnalazione della sofferenza: riferimenti normativi

La Cassazione mette in luce come la segnalazione degli insoluti e delle sofferenze sia disciplinata da un coacervo di norme[1], che si riportano in nota. Per quanto qui di interesse, vengono in rilievo le istruzioni e circolari emanate dalla Banca d’Italia. In particolare, le “Istruzioni per gli intermediari creditizi“, contenute nella Circolare della Banca d’Italia n. 139/1991, più volte modificata, da ultimo con il 19° Aggiornamento, in vigore dal 1° marzo 2020.

Le sopra citate “istruzioni” costituiscono il fulcro della disciplina, in quanto contengono le regole in materia di segnalazione da parte degli intermediari finanziari. In relazione alla fattispecie in esame, occorre fare riferimento al testo ratione temporis applicabile (ossia all’11° Aggiornamento del 2011). È ivi previsto che la segnalazione della sofferenza, in relazione ad un credito insoluto, sia:

  • subordinata alla valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente,
  • non discenda automaticamente da un mero ritardo nel pagamento del debito.

In buona sostanza, non basta l’inadempimento per la segnalazione a sofferenza.

 

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  Non basta l’inadempimento per l’appostazione a sofferenza

La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che gli intermediari creditizi non possano segnalare il proprio debitore alla Centrale Rischi, solo perché questi sia inadempiente.

Al contrario, la segnalazione postula che la banca abbia ritenuto che la situazione debitoria del soggetto sia grave e dipenda da una condizione di difficoltà economica non transitoria, simile allo stato di insolvenza (Cass. 15609/2014).

Infatti, se bastasse il mero inadempimento, verrebbe segnalato anche il debitore che eccepisce un controcredito in compensazione o che solleva l’eccezione di inadempimento.

Quando scatta il risarcimento per illegittima segnalazione?

Per stabilire il diritto al risarcimento, il giudice non deve solo valutare se il debito, oggetto della segnalazione, sia effettivamente sussistente. La sua valutazione va effettuata ex ante e deve riguardare un duplice profilo:

  • oggettivo, per acclarare se le ragioni del debitore in relazione al rifiuto di pagamento fossero fondate o quantomeno avessero un fumus di fondatezza;
  • soggettivo, per verificare se il debitore fosse in buona fede nella sua contestazione del debito.

Pertanto, nel caso di inadempimento fondato su eccezioni pretestuose, la segnalazione alla Centrale Rischi è legittima, in quanto rappresenta una conseguenza del mancato pagamento. Lo stesso dicasi nel caso in cui il debitore sollevi eccezioni senza verificarne la sostenibilità giuridica (ad esempio, senza consultare un esperto).

Valutazione del giudice sull’illegittima segnalazione

La Suprema Corte rileva come, nel caso in esame, la Corte d’Appello non abbia rispettato le regole relative alla valutazione sulla legittimità (o meno) della segnalazione alla CR. Il giudice di merito, infatti, ha rigettato la domanda di condanna sul semplice rilievo dell’infondatezza delle eccezioni sollevate. Invece, la segnalazione alla Centrale dei Rischi:

  • deve restare una conseguenza giuridica dell’inadempimento colposo,
  • ·non può essere la conseguenza giuridica dell’avere sollevato in buona fede eccezioni stragiudiziali di nullità del contratto.

Quindi, la valutazione sul corretto operato della banca non può limitarsi sull’accertata infondatezza delle eccezioni sollevate dal debitore. Al contrario, occorre esaminare la meritevolezza delle ragioni invocate dal debitore a fondamento del rifiuto di adempiere, nonché la diligenza impiegata dalla banca nel valutarle.
Nel giudizio di risarcimento del danno da illegittima segnalazione alla centrale dei rischi, l’onere della prova si ripartisce secondo le regole ordinarie dell’illecito aquiliano, quindi, grava sull’attore l’onere di dimostrare:

  • la propria buona fede al momento in cui ha sollevato l’eccezione;
  • la colpa del creditore;
  • l’esistenza del danno;
  • il nesso di causa tra colpa e danno.

Conclusioni: il principio di diritto

La sentenza viene cassata con rinvio alla Corte d’Appello, la quale dovrà esaminare la domanda di risarcimento del danno, valutando separatamente la sussistenza dei requisiti di buna fede ed incolpevolezza sopra esposti, applicando il seguente principio di diritto:

  • “per stabilire se una banca abbia correttamente o meno segnalato alla Centrale dei Rischi l’inadempimento d’una obbligazione del cliente, non è sufficiente valutare ex post se, all’esito del giudizio tra banca e cliente, le eccezioni da questi frapposte all’adempimento dei propri obblighi si siano rivelate infondate; è necessario invece stabilire, con valutazione ex ante, se al momento in cui il cliente ha rifiutato l’adempimento delle proprie obbligazioni i motivi del rifiuto apparissero oggettivamente non infondati, e prospettati in buona fede. L’onere della relativa prova grava su chi domanda il risarcimento del danno da illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi”.

CASSAZIONE CIVILE, ORDINANZA N. 3130/2021 >> SCARICA IL TESTO PDF

fonte: altalex

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Conto corrente e addebiti illegittimi: la prescrizione decorre dal pagamento

Il dies a quo della prescrizione, in relazione alle somme illegittimamente addebitate al cliente dalla banca, varia a seconda che le rimesse in conto corrente siano solutorie o ripristinatorie.

Il termine di 10 anni per esperire l’azione di ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.) decorre dalla chiusura del conto o dalla data dei singoli addebiti?

Nel caso in cui il correntista esegua un pagamento alla banca, il termine prescrizionale decorre dalla data del singolo versamento. Viceversa, se il versamento ha natura ripristinatoria della provvista, ossia non vale come pagamento alla banca, la decorrenza è dalla chiusura del rapporto.

Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza 23 dicembre 2020, n. 29411

La scopertura o il ritardo nei pagamenti non autorizza la segnalazione alla Centrale Rischi.

Non rilevano situazioni che, ove non risultino correlate ad un’oggettiva difficoltà di far fronte alle proprie obbligazioni, determinano un rischio certamente attuale, ma sostanzialmente generico per il recupero del credito e quindi inidoneo a giustificare la segnalazione (Cassazione Civile, Sez. I, ordinanza 26 ottobre 2020, n. 23453 – testo in calce).

La questione

Si discute se la mera sussistenza di un inadempimento, di uno stato d’illiquidità non strutturale ma meramente contingente, di un mero ritardo nei pagamenti, possano rappresentare una ipotesi di segnalazione della banca alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

 La decisione

In tema di segnalazione alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che l’appostazione del credito a sofferenza, richiesta dal punto 1.5 delle istruzioni impartite agli intermediari creditizi con la circolare n. 139 del 1991 (ratione temporisalla fattispecie in esame, aggiornata al 22 giugno 2004), non può essere fatta discendere dalla sola analisi degli specifici rapporti in corso di svolgimento tra la singola banca segnalante ed il cliente, ma implica una valutazione della complessiva situazione patrimoniale di quest’ultimo: l’accostamento tra «stato d’insolvenza» (anche non accertato giudizialmente) e «situazioni sostanzialmente equiparabili», risultante dalla lettera della predetta disposizione, ha indotto infatti a privilegiare una nozione di «sofferenza» più sfumata rispetto a quella d’insolvenza prescritta dall’art. 5 del r.d. 16.03.1942 n. 267 ai fini della dichiarazione di fallimento, escludendosi, quindi, la necessità di un giudizio d’incapienza del debitore ovvero di definitiva irrecuperabilità del credito e richiedendosi, invece, una valutazione negativa di una situazione patrimoniale apprezzata come “deficitaria”, ovvero, in buona sostanza, di “grave (e non transitoria) difficoltà economica” del debitore.

Certamente, ai fini della segnalazione, non bisognerebbe attendere una dichiarazione di fallimento: verrebbe meno la stessa utilità del servizio di centralizzazione dei rischi, dal momento che, potendo il debitore essere legittimamente appostato a sofferenza soltanto nel caso in cui versasse in stato di decozione, gli altri intermediari si troverebbero nell’impossibilità di attivarsi in tempo utile per cautelare la propria posizione.

Tuttavia, nell’ottica di fornire agli intermediari un’informativa utile, anche se non esaustiva, per la valutazione del merito di credito della clientela, è stata, per esempio, esclusa la rilevanza della mera sussistenza di un inadempimento, oppure di uno stato d’illiquidità non strutturale ma meramente contingente o ancora di un mero ritardo nei pagamenti, trattandosi di situazioni che, ove non risultino correlate ad un’oggettiva difficoltà di far fronte alle proprie obbligazioni, determinano un rischio certamente attuale, ma sostanzialmente generico per il recupero del credito, e quindi inidoneo a giustificare la segnalazione; si è reputata altresì ininfluente l’eventuale insussistenza di un’oggettiva previsione di perdite, affermandosi che la sofferenza può sussistere anche nel caso in cui il patrimonio del debitore lasci ancora intravedere, pur nel contesto della sua negatività, margini oggettivi di rientro (magari attraverso mezzi non del tutto “normali”), dal momento che ciò che conta è la chiara e documentabile esigenza che allo stato detto patrimonio non si affidi alla previsione di una capacità di rientro “sicuro”: significativa, a tal proposito, è la precisazione contenuta nelle istruzioni, secondo cui la sofferenza può essere ritenuta sussistente «indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda», nonché dall’esistenza di eventuali garanzie, reali o personali, poste a presidio di crediti (cfr. Cass. Civ. Sez. I 6/12/2019 n. 31921; Cass. Civ. 9/07/2014 n. 15609; Cass. Civ. 12/10/2007 n. 21428).

CASSAZIONE CIVILE, ORDINANZA N. 23453/2020 >> SCARICA IL TESTO IN PDF

fonte:altalex