Quando il mutuo si trasforma in atto a titolo gratuito

Con una recente sentenza la Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sulla controversa questione della natura, onerosa o gratuita, delle operazioni bancarie consistenti nella erogazione di un mutuo ipotecario destinato ad estinguere un preesistente finanziamento concesso dal medesimo istituto mutuante e non, invece, a creare un’effettiva disponibilità finanziaria nel mutuatario.

La questione è particolarmente interessante perché, a differenza di quelle in precedenza analizzate dalla giurisprudenza di legittimità, essa non ha ad oggetto un negozio che realizza la funzione di munire di garanzia reale un credito che originariamente era chirografario.

Nel caso di specie, infatti, la banca aveva inizialmente concesso alla cliente un mutuo fondiario, garantito dalla società mutuante attraverso la concessione di un’ipoteca volontaria su beni di sua proprietà. Successivamente, le parti avevano negoziato un secondo accordo sulla base del quale l’istituto di credito aveva erogato un ulteriore finanziamento alla società mutuante, di importo pari al precedente, anch’esso garantito da ipoteca sugli stessi beni. Le somme così ricevute a prestito venivano utilizzate dalla cliente per estinguere il preesistente rapporto obbligatorio.

La circostanza che già il primo rapporto di mutuo fosse assistito da una garanzia reale, dunque, ha spinto la Suprema Corte ad operare una esaustiva ricostruzione dei principi espressi sul tema dalla giurisprudenza di legittimità. Non avrebbe potuto affermarsi, infatti, “che l’ipoteca risulta “creata per munire di garanzia esposizioni pregresse” che ne erano prive”, circostanza dalla quale discende – secondo giurisprudenza consolidata – la natura gratuita dell’atto costitutivo della garanzia stessa (cfr. Cass. Civ., Sez. I, sent. 9 novembre 2018, n. 28802; Cass. Civ., Sez. I, sent. 19 aprile 2016, n. 7745; Cass. Civ., Sez. I, ord. 21 febbraio 2018, n. 4202; Cass. Civ., Sez. I, ord. 25 luglio 2018, n. 19746; Cass. Civ., Sez. I, ord. 31 agosto 2018, n. 21535)”.

Innanzitutto, il Collegio ha precisato che ““l’erogazione di un mutuo ipotecario non destinato a creare un’effettiva disponibilità nel mutuatario, già debitore in virtù di un rapporto obbligatorio non assistito da garanzia reale, non integra necessariamente né le fattispecie della simulazione del mutuo (con dissimulazione della concessione di una garanzia per un debito preesistente) né quella della novazione (con la sostituzione del preesistente debito chirografario con un debito garantito)”, giacché “normalmente integra una fattispecie di procedimento negoziale indiretto, nel cui ambito il mutuo ipotecario viene erogato realmente e viene utilizzato per l’estinzione del precedente debito chirografario” (così, in motivazione, Cass. Sez. 1, sent. 29 febbraio 2016, n. 3955, Rv. 638838- 01)”.

La Corte ha, poi, posto l’accento sulla necessità di tenere distinte queste particolari operazioni negoziali da quelle di  “rifinanziamento del debitore”, che consentono di rinegoziare i finanziamenti bancari anche nei riguardi di debiti scaduti, attraverso il “ricorso al credito come strumento di ristrutturazione del debito” (alle quali si rivolgono gli artt. 182-bis e 182-quater della L. Fall.).

Secondo i Giudici, “l’elemento caratteristico di siffatto tipo di ricorso al credito è che segua effettivamente, poi, l’erogazione di nuova liquidità da parte della banca, funzionale non solo (e non tanto), quindi, all’azzeramento della preesistente esposizione debitoria”, ma soprattutto “a rimodulare, per il tramite di nuove condizioni negoziali – per esempio afferenti il tasso di interesse – o rinnovate tempistiche dei pagamenti, l’assetto complessivo del debito nel contesto di una nuova veste giuridico-economica degli anteriori rapporti”.

Nel caso concreto, la Corte ha evidenziato come il secondo finanziamento concluso tra le parti non presentasse “nuove condizioni negoziali” – né sotto il profilo dei tassi di interesse né con riguardo alle modalità di pagamento – rispetto all’originario contratto di mutuo fondiario, potendosi soltanto ravvisare una “semplice dilazione del termine di restituzione della somma mutuata”.

Sulla scorta di questo rilievo ha, ulteriormente, chiarito che “laddove non si ravvisino profili di erogazione di “nuova” liquidità, piuttosto che assistersi a “spostamenti di danaro, trasferimenti patrimoniali e consegne, il “ripianamento” di un debito a mezzo di nuovo “credito”, che la banca già creditrice metta in opera con il proprio cliente, sostanzia propriamente un’operazione di natura contabile”, ovvero “con una coppia di poste nel conto corrente – una in “dare”, l’altra in “avere” – per l’appunto intesa a dare corpo ed espressione a una simile dimensione”, confermando l’orientamento già assunto dalla I sezione Civile della Suprema Corte, con l’ordinanza n. 20896 del 5 agosto 2019.

Ritenendo, dunque, che l’operazione negoziale concretamente posta in essere avesse natura di atto a titolo gratuito, la Cassazione ha, conseguentemente, affermato che – ai fini dell’esercizio dell’azione revocatoria ex art. 2901 c.c. – è del tutto indifferente lo stato soggettivo del terzo beneficiario.

Alla luce di quanto esposto, la Suprema Corte ha accolto il ricorso, cassando il provvedimento del Tribunale di Roma che – nell’esaminare la revocatoria fatta valere dalla curatela fallimentare in relazione alla sola costituzione della garanzia reale – aveva ritenuto dirimente lo stato soggettivo del terzo, in violazione del principio secondo il quale “l’azione revocatoria ordinaria di atti a titolo gratuito non postula che il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore sia conosciuto, oltre che dal debitore, anche dal terzo beneficiario, il quale ha comunque acquisito un vantaggio senza un corrispondente sacrificio e, quindi, ben può vedere il proprio interesse posposto a quello del creditore”.

Cass., Sez. III, Sent., 8 aprile 2020, n. 7740

Federico Bevilacqua – f.bevilacqua@lascalaw.com

fonte: IUS

Confedercontribuenti: usura bancaria e usura criminale non possono uccidere le imprese. Patto fra gli onesti subito ai tempi del coronavirus.

«Usura e infiltrazioni mafiose sono pericoli concreti quanto subdoli che vanno combattuti, partendo dal denunciare le banche che negano il credito agli onesti, segnalando tutte le anomalie di accesso al credito». A chiederlo è il Presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, che chiede una mobilitazione forte da parte delle forze dell’ordine. Il coronavirus non puo’ essere un momento per garantire impunità all’usura criminale, che dato l’attegiamento delle banche creano la strada fertile per attecchire, e rovinare imprese e imprenditori.
Oggi serve inasprire con forza, le pene verso l’usura, compresa quella bancaria, battaglia da sempre portata avanti dalla nostra associazione e dal nostro passionario della lotta all’usura bancaria, Alfredo Belluco.
Confedercontribuenti è a disposizione degli imprenditori e delle imprese sane, per contrastare l’usura criminale e bancaria. La battaglie e complicata e noi non ci arrendiamo.
    Ai tempi del coronavirus, bisogna impedire che con l’usura la mafia si appropri delle aziende sane. Ma serve anche lavorare a modificare tutte le normative antiracket e riformare le norme che consente di accedere a fondi antiracket ad avventurieri che della lotta alla mafia e al racket e usura non fanno nulla.

Sospensione finanziamenti alle aziende. (sportellobanche@confedercontribuenti.it)

Nel periodo di emergenza da coronavirus, continuiamo le nostre pubblicazioni occupandoci delle agevolazioni previste dal D.L. “Cura Italia” destinate alle Micro, Piccole e Medie Imprese.

L’art. 56 del D.L. n. 18 del 17 marzo 2020 (c.d. “Cura Italia), rubricato “misure di sostegno finanziario alle micro, piccole e medie imprese colpite dall’epidemia di COVID 19”, nel riconoscere all’ “epidemia da COVID-19”la natura di “evento eccezionale e di grave turbamento dell’economia, ai sensi dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”,attribuisce alle “Imprese”la facoltà di chiedere, previa comunicazione, le seguenti“misure di sostegno finanziario”:

  1. Che le “aperture di credito di credito a revoca”e i “prestiti accordati a fronte di anticipi su crediti esistenti alla data del 29 febbraio 2020 o, se superiori,”alla data del 17 marzo 2020 (cioè, alla data di pubblicazione del D.L. “Cura Italia”), non vengano revocati“in tutto o in parte fino al 30 settembre 2020”,con conseguente possibilità di utilizzare la parte non utilizzata di detti finanziamenti fino al 30/09/2020;
  2. La proroga alle medesime condizioni fino al 30 settembre 2020 dei prestiti non rateali che, diversamente, sarebbero scaduti prima del 30 settembre 2020;
  3. La sospensione fino al 30 settembre 2020 del pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, con facoltà dell’Impresa di chiedere la sospensione dell’intera rata o dell’intero canone o solo della quota capitale.

Anche in tal caso, lo strumento utilizzato per ottenere i suddetti benefici all’Impresa è quello della richiesta indirizzata alla Banca di riferimento, supportata da apposita autocertificazione, ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000 “di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta della diffusione dell’epidemia da COVID-19”.

Interessante è anche la nozione di “Impresa”cui fa riferimento la norma in esame. Il comma 5°, infatti, richiama la definizione di “microimprese”, nonché di “piccole e medie imprese”contenuta nella Raccomandazione della Commissione europea n. 2003/361/CE del 6 maggio 2003, secondo cui sono microimprese e PMI tutte le Imprese aventi sede in Italia, appartenenti a tutti i settori (quindi, anche le imprese artigiane), con meno di 250 dipendenti e con fatturato inferiore a 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro.

Si noti, al riguardo, che l’art. 1 dell’allegato alla detta raccomandazione considera “Impresa, ogni entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica. In particolare sono considerate tali le entità che esercitano un’attività artigianale o altre attività a titolo individuale o familiare, le società di persone o le associazioni che esercitino un’attività economica.”Si noti, che il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con nota del 17 marzo u.s., ha ricompreso tra le imprese anche i lavoratori autonomi titolari di partita IVA (tra cui, i professionisti e le ditte individuali) e, quindi, anche la categoria degli avvocati.

I requisiti necessari per ottenere la moratoria dei finanziamenti, sono costituiti dalla insussistenza

– al momento dell’inoltro della comunicazione – di posizioni debitorie a carico dell’Impresa, classificate come esposizioni deteriorate, ripartite nelle categorie delle sofferenze, inadempienzeprobabili, esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate. In particolare, non deve avere rate scadute (ossia non pagate o pagate solo parzialmente) da più di 90 giorni.

In breve, l’Impresa deve essere in bonis. Tuttavia, dato che, come visto, l’epidemia da COVID-19 è stata formalmente riconosciuta come “evento eccezionale e di grave turbamento dell’economia”, anche le misure previste nel Decreto legge “Cura Italia” non vengono considerate come misure di mera tolleranza e, pertanto, si ritiene in bonis,anche l’Impresa che abbia già ottenuto misure di sospensione o di ristrutturazione dello stesso finanziamento nell’arco dei 24 mesi precedenti, che potrà, dunque, avvalersi ugualmente anche della moratoria in esame.

L’aspetto più interessante della misura in esame è costituito dal fatto che le Imprese sono tenute soltanto a presentare alla propria banca/intermediario finanziario la specifica comunicazione, con la quale dichiarano di volersi avvalere della detta moratoria, corredando tale comunicazione della dichiarazione con la quale l’Impresa medesima autocertifica, ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000, di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta della diffusione dell’epidemia da COVID-19, secondo il modello di cui si dirà appresso.

La Banca, infatti, è tenuta soltanto a ricevere la comunicazione e ad accettare tutte le comunicazioni di moratoria che rispettino i requisiti previsti dal decreto-legge, sopra indicati.

Ciò significa che l’intermediario creditizio non deve altresì verificare la veridicità delle autodichiarazioni effettuate dalle Imprese, ma solo che la predetta comunicazione contenga gli elementi sopra indicati.

La comunicazione può essere inviata da parte dell’impresa anche via PEC, ovvero attraverso altre modalità che consentano di tenere traccia della comunicazione con data certa.

Ovviamente, la moratoria in esame potrà applicarsi ai soli finanziamenti già ottenuti dalle Imprese alla data di entrata in vigore del D.L. n. 18/2020, cioè alla data del 17 marzo 2020 e riguarderà non soltanto il finanziamento principale ma anche gli elementi accessori del medesimo quali ad esempio le garanzie e le varie forme di assicurazione applicate. Di conseguenza, anche questi contratti sono prorogati senza formalità, automaticamente, alle condizioni del contratto originario.

Secondo quanto precisato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con FAQ del 22 marzo 2020, la comunicazione dell’Impresa dovrà contenere i seguenti elementi:

– l’indicazione del finanziamento per il quale si presenta la comunicazione di moratoria;

– la dichiarazione “di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza della diffusione dell’epidemia da COVID-19”;

– l’autodichiarazione di soddisfare i requisiti per la qualifica di micro, piccola o media impresa, secondo la Raccomandazione citata;

– la dichiarazione di essere consapevole delle conseguenze civili e penali in caso di dichiarazioni mendaci ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000.

Sottolineiamo, comunque, che è opportuno che l’Impresa contatti la banca o l’intermediario finanziario per valutare le opzioni migliori, tenuto conto che nel decreto-legge in discorso sono previste anche altre importanti misure a favore delle imprese, ad esempio quelle che prevedono l’intervento del Fondo di garanzia PMI – che sarà oggetto di successivo approfondimento – che possono collegarsi con la misura della moratoria. Le banche possono inoltre offrire ulteriori forme di moratoria, come ad esempio quelle previste dall’apposito accordo tra l’ABI e le rappresentanze di impresa, ampliato e rafforzato il 6 marzo scorso (cfr. Accordo per il credito 2019, come modificato dall’Addendum del 6 marzo 2020).

La normativa prevede espressamente l’assenza di nuovi e maggiori oneri per entrambe le parti, le imprese e le banche. Le rate sospese vengono in tal modo accodate, salvo che l’Impresa opti per la moratoria delle sole quote capitale delle rate, con la conseguenza che in tal caso nel periodo di sospensione saranno pagati i soli interessi. Diversamente, il rimborso degli interessi riprenderà a far data dalla prima rata di rimborso del capitale e verrà ripartito proporzionalmente su tutte le rate rimanenti del piano.

fonte: bancheepotere.it