Le tre sfide dell’Innovazione per le generazioni future

Digitalizzazione, innovazione e sviluppo etico e sostenibile devono prendere forma con azioni pratiche e fattibili per accompagnare la Pubblica Amministrazione, le aziende, il nostro Paese e noi cittadini nel futuro che abbiamo immaginato

di Antonino Gulisano

L’innovazione e la digitalizzazione devono far parte di una riforma strutturale dello Stato che promuova più democrazia, uguaglianza, etica, giustizia e inclusione e generi una crescita sostenibile nel rispetto dell’essere umano e del nostro pianeta.

Stiamo vivendo nel periodo a più alto tasso di innovazione di tutta la storia dell’umanità, nel mezzo di una rivoluzione tecnologica in cui l’innovazione e la scienza offrono opportunità mai viste prima.

Viviamo altresì in un’epoca estremamente complessa, nella quale differenti tecnologie e trend non ci lasciano il tempo di adattarci e invadono con una rapidità esponenziale ogni settore della nostra società, dall’istruzione, alla politica, dalla produzione, alla previdenza sociale fino ad arrivare alla sfera personale.

Tra opportunità e complessità, il nostro Paese muove con difficoltà i primi passi verso l’innovazione: tra le cause, una mancanza di visione strategica comune che indirizzi verso azioni capaci di imprimere una trasformazione digitale e tecnologica al Paese, organizzando i processi di trasformazione in modo interconnesso, agevolando il cambiamento in maniera strutturale e creando le condizioni favorevoli affinché si generi innovazione.

È l’ultimo momento che abbiamo a disposizione per immaginare il futuro e l’adozione consapevole della tecnologia, integrata con la società sotto i profili etico, sociale, economico, ambientale e biologico.

L’Italia ha il dovere di cogliere i benefici della quarta rivoluzione industriale, (4.0) attuando fin da oggi iniziative sistemiche per lo sviluppo del digitale e della tecnologia in ogni settore, fornendo ai lavoratori le competenze per “i lavori del futuro” e formando le nuove generazioni per prepararle al mondo che le aspetta.

Le tre sfide (digitalizzazione, innovazione e sviluppo etico e sostenibile), devono prendere forma con azioni pratiche e fattibili per accompagnare la Pubblica Amministrazione, le aziende, il nostro Paese e noi cittadini nel futuro che abbiamo immaginato.

La strategia di innovazione affonda le radici negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite, la cui analisi ha portato all’individuazione delle tre sfide principali:

  • La digitalizzazione della società;
  • L’innovazione del Paese;
  • Lo sviluppo sostenibile e etico della società nel suo complesso.

La prima sfida punta alla realizzazione di una società digitale

Questo obiettivo si basa sulla realizzazione di migliori infrastrutture digitali, sulla valorizzazione dei dati, sulla creazione di competenze digitali, sulla radicale digitalizzazione del settore pubblico, che darà impulso anche alla trasformazione digitale del settore privato. In questa prima sfida l’obiettivo è quello di “clabare” con la fibra veloce tutte le aree del Mezzogiorno e delle Aree interne e Montane

Ogni azione sarà guidata dai seguenti principi:

  1. accelerare lo switch-off al digitale e il ridisegno dei processi di gestione ed erogazione dei servizi pubblici;
  2. aumentare le competenze nella PA;
  3. collaborare con PMI e start up innovative;
  4. evitare di focalizzarsi su tecnologie che sono ancora immature o sono troppo vecchie;
  5. monitorare i risultati.

La seconda sfida propone cambiamenti strutturali per sviluppare l’innovazione nel Paese.

Favorire la progettazione e l’applicazione di nuove tecnologie nel tessuto produttivo italiano e la crescita di settori tecnologici quali la robotica, la mobilità del futuro, l’intelligenza artificiale, cyber security.

I cambiamenti strutturali agevolano e accelerano l’innovazione nell’ecosistema.

incentivi alla creazione di ecosistemi di innovazione che aiutino la contaminazione (hub), formazione ad hoc per startup e società di venture capital, supportano la crescita di innovazione. Ci concentreremo non solo su settori verticali del made in ITaly (settore manifatturiero, turismo, food, moda, design, sociale, digital humanities) e sull’industria tech italiana (ai, cyber security, robotica e mobilità del futuro) ma anche su processi di “cross fertilization” dove l’abbinamento di settori differenti saranno la chiave di successo della crescita di innovazione.

La terza sfida affronta un tema centrale della quarta trasformazione industriale.

La sfida umana è lavorare per un’innovazione etica, inclusiva, trasparente, ecosostenibile che aumenti il benessere della società.

I cittadini devono essere istruiti e formati per accedere ai lavori del futuro attraverso un processo di formazione continua.

Per essere istruiti devono avere gli strumenti, come un “tablet” e un collegamento internet gratuito o a costo politico per tutte le famiglie.

L’automazione e l’innovazione stanno trasformando il mondo del lavoro, contribuendo alla creazione di nuovi lavori che richiedono nuove competenze e aggiornamento continuo.

Percorsi di formazione verso gli studenti ma anche formazione continua e reskilling dei lavoratori, così come forme di tutela dei lavoratori impegnati nelle nuove tipologie di lavoro, permettono di sviluppare le competenze necessarie per far fronte ai lavoratori del futuro.

Altro obiettivo dell’innovazione devono essere percorsi per formare tecnici superiori in aree strategiche per lo sviluppo economico e la competitività in Italia, sono scuole di alta tecnologia strettamente legate al sistema produttivo che preparano i quadri intermedi specializzati che nelle aziende possono aiutare a governare e sfruttare il potenziale delle soluzioni di Impresa 4.0, secondo il modello organizzativo in ATS (associazione di impresa temporanea) di partecipazione in collaborazione con imprese, università/centri di ricerca scientifica e tecnologica, enti locali, sistema scolastico e formativo.

Compito dello Stato sarà raccordare queste tre realtà sulle tematiche di innovazione.

Identità digitale,
Un domicilio digitale per tutti,
Un’applicazione dei servizi pubblici,
Ristrutturazione digitale, (come i siti internet, i servizi online degli enti pubblici, come le scuole, le amministrazioni locali, le agenzie centrali, sono l’interfaccia tra la Pubblica Amministrazione e il cittadino).
L’intelligenza artificiale al servizio dello Stato e i big data in grado di guidare i decisori pubblici verso scelte sempre più consapevoli, gestendo in maniera efficiente una serie di procedimenti amministrativi, specie se ripetitivi e a bassa discrezionalità.
Creare una banca dati per le città del futuro.
Borghi del futuro. Concentrare l’innovazione in piccoli centri attirerà altra innovazione, le aziende innovatrici attireranno altre imprese innovatrici, le Pubbliche Amministrazioni convertite al digitale contageranno di modernità le amministrazioni vicine. L’idea è quella di trasformare i borghi italiani in autentici borghi del futuro.
Innovazione bene comune.Come assetstrategici che possono essere un volano per la ricerca e sviluppo se messi a fattor comune sia all’interno del nostro Paese sia verso altri Paesi. Sono “assetche potrebbero diventare beni comuni perché strumentali alla produzione di innovazione e all’attrazione di team di ricerca da altri Paesi.
Diritto a Innovare. La sperimentazione di iniziative imprenditoriali innovative è spesso impedita o ritardata da norme, regole, divieti e processi burocratici complessi.
Un anziano, un “tablet” e un sorriso per l’inclusione digitale.

In Italia gli over 65 sono quasi 14 milioni, ovvero il 22% della popolazione, che raggiungerà il 33% in 25 anni. Sono circa 1,2 milioni gli over 65 che si definiscono isolati e privi di amicizie e di reti al di fuori della famiglia (fonte ISTAT). Il rischio che restino esclusi dalla trasformazione digitale in atto e privati della possibilità di esercitare i loro diritti di cittadinanza in digitale è drammaticamente elevato.

Bocciato il modello Arcuri, una nuova strategia anti Covid

di Xavier Mancoso

Arcuri ha lasciato il suo posto di commissario Covid tra le polemiche sui centri vaccini ed in odore di inchieste giudiziarie per le mascherine ed altri approvvigionamenti.

La politica, soprattutto quella di destra, governativa e non, canta vittoria. Ma è difficile pensare che Draghi abbia voluto cedere a pressioni politiche di parte. Piuttosto, a pesare sulla sua scelta del presidente del Consiglio è stato il giudizio negativo sul modo di affrontare l’emergenza Covid da parte dell’ormai ex commissario.

Si delinea chiaramente la strategia che Mario Draghi sta mettendo a punto per la campagna di vaccinazione di massa. Viene licenziato non solo il commissario Arcuri, ma tutto il suo modello, il sistema commissariale da questi incentrato sulla sua persona, un uomo solo al comando.

Come nuovo commissario Covid è stato individuato, su segnalazione del ministero della difesa, il maggior esperto di logistica delle forze armate, il generale Francesco Paolo Figliuolo, il quale dovrà agire in sinergia con la Difesa e con la Protezione civile, alla cui guida è stato richiamato Fabrizio Curcio, l’esperto di emergenze che è stato già a capo della Protezione Civile tra il 2015 e il 2107 e che lasciò l’incarico per ragioni personali.

L’operato di Figliolo e Curcio sarà coordinato dalla presidenza del consiglio, e in particolare dal sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, anch’egli con trascorsi alla Protezione civile.  

Questi i nomi ed il nuovo schema di lavoro, aspettiamo adesso di vedere il cambio di passo di cui tanto si parla, la vera e propria campagna di massa per i vaccini non potrà partire operativamente, prima di aprile, quando si dovrebbe avere, almeno si spera, la maggiore disponibilità di dosi del siero. Intanto la nuova struttura dovrà organizzare al meglio tutto ciò che serve, in termini organizzativi e di personale, per rendere rapida ed efficiente la somministrazione.

Domenico Arcuri è uno strano personaggio, o almeno così è apparso al pubblico televisivo, che non lo conosceva, per il suo modo di muoversi e di parlare, e certamente si è scoperto innamorato della scena.

Ma non è un UFO. Dal 2007 è amministratore delegato di Invitalia, posto per ricoprire il quale fu nominato dal secondo governo Prodi.

Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, una società per azioni il cui capitale è interamente di proprietà del ministero dello Stato, attraverso il Ministero dell’economia e delle finanze.

Invitalia gestisce più o meno tutte le agevolazioni dello Stato alle imprese e alle startup innovative e fornisce un supporto tecnico e operativo alla pubblica amministrazione e segnatamente al Ministero dello Sviluppo economico.

Non si dimentichi, poi, che Invitalia è l’agenzia governativa che provvede all’attuazione degli accordi di programma per tutti i progetti finanziati dall’Unione Europea.

Dunque da 14 anni a questa parte Arcuri è un esecutore al servizio dei governi di ogni colore che si sono succeduti da 14 anni a questa parte, ed un interlocutore privilegiato delle forze politiche, probabilmente senza eccezioni.

Ora, il governo è chiamato, nel corso di quest’anno, a fare centinaia di nomine in enti e aziende partecipate. Questa circostanza non è stata di certo ininfluente sui tempi e le dinamiche della crisi che ha portato Draghi al governo. È quel tipo di sottopotere che una volta veniva chiamato “sottogoverno”, di cui forse il grande pubblico ignora l’importanza, ma non certamente le forze politiche.

In questo quadro non sarà difficile esaudire la richiesta, non certo campata in aria, di Confedercontribuenti di un avvicendamento anche alla guida di un’agenzia strategica come Invitalia.

E il Mef inventò il “comunicato-legge”…

di Xavier Mancoso

Con la fine di febbraio è scaduto, formalmente, il blocco dell’invio di nuove cartelle esattoriali e atti di accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Col primo marzo è maturata anche la scadenza per i pagamenti legati alla definizione di molte partite fiscali che erano stati differiti dal decreto Ristori Quater del governo Conte.

Poiché è chiaro a tutti che in questo momento di estrema emergenza sanitaria ed economica non si può scaricare sui contribuenti italiani una massa gigantesca di notifiche e non si possono gravare di imposte famiglie e imprese, ci si aspettavache il nuovo governo approvasse un decreto già nei giorni scorsi per prorogare ulteriormente le scadenze.

Ma la politica economica del governo Draghi esordisce con l’invenzione di un istituto nuovo, inusitato, quello del “comunicato-legge”.

Infatti il 27 febbraio, il giorno prima della scadenza, il Mef (Ministero dell’economia e delle finanze) ha diffuso un comunicato stampa per annunciareche è in corso di redazione il provvedimento che differirà il termine del 1° marzo 2021 per il pagamento delle rate del 2020 del saldo e stralcio e della rottamazione ter che non sono state ancora versate, cui si aggiunge la prima rata del 2021 della rottamazione-ter.

Il comunicato non dice quale sarà la nuova scadenza, ma chiarisce che i pagamenti che non sono stati effettuati entro oggi saranno comunque considerati tempestivi purché effettuati nei limiti del differimento che sarà disposto.

Per i contribuenti che sono in regola con il pagamento delle rate scadute nell’anno 2019 della “Rottamazione-ter”, “Saldo e stralcio” e della “Definizione agevolata delle risorse UE”, il mancato, insufficiente o tardivo pagamento alle relative scadenze delle rate da corrispondere nell’anno 2020 e della prima rata 2021 non determina la perdita dei benefici delle misure agevolate se il debitore effettuerà comunque l’integrale versamento delle stesse entro il termine che fisserà l’annunciato decreto di proroga.

I contribuenti interessati al saldo e stralcio e alla rottamazione ter sono 1 milione e duecentomila. Si comprende dunque l’attesa per il decreto che in settimana dovrebbe essere approvato dal consiglio dei ministri, che dovrebbe anche ridefinire il calendario della pace fiscale.

In realtà il nuovo governo deve ancora definire il confronto politico fra le eterogenee forze della sua maggioranza sulle tante decisioni da prendere nel prossimo provvedimento finanziato con i 32 miliardi di disavanzo approvati a inizio anno, in primo luogo sulle nuove date per i pagamenti in scadenza al 28 febbraio nonché sulle scelte da fare sulla ripartenza della riscossione.

L’ipotesi che circola negli ambienti ministeriali è quella di una mini-proroga quella parte dei contribuenti che in realtà non ha subito perdite di reddito con la crisi, mentre per i più danneggiati,  dovrebbe essere concesso un rinvio più lungo.

È possibile che la nuova scadenza venga allineata a quella dello stato di emergenza, ora previsto fino al 30 aprile, ma le scelte sono ancora tutte da compiere.

I prossimi giorni saranno decisivi anche per definire gli aiuti all’economia da approvare con il nuovo, quinto decreto ristori.

L’ipotesi allo studio è di garantire le imprese che abbiano subito nel 2020 una perdita di fatturato sopra una certa soglia (il 33%) un sostegno che copra almeno il 20-25% di questa caduta.

Non sono scelte semplici, la coperta è corta perché i 32 miliardi di deficit in più concessi dal Parlamento devono servire anche per le misure su lavoro, la sanità, la scuola e gli enti locali.

Consiglio europeo: dai vaccini alla next generation

Il Recovery Plan non può limitarsi a concepire l’investimento in educazione ed istruzione solo come edificazione di strutture, ma deve dare corso ad una storica, grande manovra riformatrice del sistema educativo

di Antonino Gulisano

Nel Consiglio europeo svoltosi nei giorni scorsi in videoconferenza, Mario Draghi ha esordito nelle vesti di premier italiano ed ha indicato con decisione la strada del fare presto. Dall’ex numero uno della Bce è arrivato l’invito ai partner europei ad accelerare sui vaccini per far ripartire l’intera Unione Europea.

Una due giorni di videoconferenza per discutere sulla pandemia e trovare una linea comune sia per quanto riguarda le restrizioni che la campagna vaccinale.“La nostra strategia sui vaccini – si legge nella bozza – ha garantito che tutti gli Stati membri abbiano accesso ai vaccini, ma dobbiamo accelerare con urgenza l’autorizzazione, la produzione e la distribuzione di vaccini, nonché la vaccinazione. C’è, inoltre, la necessità di migliorare la nostra capacità di sorveglianza e rilevamento al fine di identificare le varianti il primo possibile in modo da controllarne la diffusione”. È stato proposto lo stop all’export dei vaccini in caso di mancato rispetto della consegna delle dosi da parte dell’azienda farmaceutica. Un pugno duro fortemente richiesto dal premier Draghi per mettere pressione alle multinazionali, anche se sul punto non si è raggiunto un accordo unanime.

Nello sfondo del vertice UE sul tema della velocizzazione dei vaccini per lapopolazione, si istalla la questione della Next generation (La nuova generazione) come tema di fondo e colonna sonora dello sviluppo della futura Europa.

La pandemia da Covid-19 ha colpito la nuova generazione giovanile della società italiana, ma anche in termini di occupazione femminile. Dei 444.000 posti di lavoro perduti in Italia nel 2020 oltre 300.000 sono femminili. Inoltre, il contesto demografico italiano era già, davvero, molto preoccupante. Il tasso di figli per donna del 2017 era 1,34, nel 2018 1,29 e nel 2019 scendeva a 1,27; si tenga conto che nel 2010 era a 1,46. I nati nel 2019 ammontavano a 420.084. Se solo consideriamo che rispetto al 2018 sono crollati di 20.000 unità e rispetto al 2008 addirittura di 152.000 unità, ci possiamo rendere conto di che cosa stia accadendo nel nostro Paese.

Appare evidente che su questo tema il Recovery Plan (atteso che il Recovery Fund prevede una dotazione finanziaria stimata nel doppio di quella che caratterizzò il Piano Marshall del secondo dopoguerra) avrebbe dovuto prevedere una strategia per il Paese ed un grande investimento in capitale umano. Non era così nella prima versione e non lo è nemmeno nella versione approvata il 12 gennaio scorso dal Governo dimissionario, che pure aveva inserito un cluster di azioni più adeguate in materia di istruzione ma palesemente prive di visione strategica.

È cruciale per il nostro Paese aumentare il peso del lavoro femminile. Secondo la Banca d’Italia, se l’occupazione aumentasse ai livelli europei il nostro Paese beneficerebbe di 7 punti percentuali di PIL. Connessa a questo tema vi è la necessità di superare la grave incertezza dei giovani che non stanno scommettendo, a causa dei gravi effetti sanitari ed economici della pandemia, sul loro futuro famigliare e reddituale.

Tuttavia, investire non può limitarsi a voler dire costruire nuovi servizi attendendo i tempi di costruzione e poi di avvio dei servizi stessi. In una situazione post pandemica serve immediatezza dell’investimento. È dunque necessario incrementare fin da subito di centinaia di migliaia i posti disponibili nel segmento 0-6 e questo può essere fatto per il tramite delle scuole d’infanzia, che sono la spina dorsale del sistema educativo pubblico per i più piccoli.

Investire in istruzione nel segmento 0-6 anni significa mettere immediatamente a disposizione delle famiglie italiane – e di quelle che si vogliono formare – un grande sistema educativo che ponga le condizioni per restituire l’enorme debito pubblico prodotto, investendo sul capitale umano di quelle generazioni che saranno gravate dalla sua restituzione.

Altra faccia del sistema formativo è quella dell’istruzione superiore tecnica, specie del segmento 4.0 della tecnologia TLC. Con un’adeguata dotazione economica per le scuole d’infanzia pubbliche territoriali, che sono la leva di politica educativa più immediata nel segmento 0-6 alle condizioni attuali. Per il segmento della istruzione tecnica superiore, con trasferimenti diretti da parte dello Stato o con la gestione diretta delle scuole d’infanzia da parte delle regioni e degli enti locali. Mentre per l’istruzione superiore tecnica con il metodo IFTS in ATS (associazioni temporanea di scopo), gli istituti tecnici, l’Università, le imprese e gli enti locali devono essere dotati di risorse finanziarie dirette e monitorati costantemente nell’uso e negli obiettivi.

Recovery Plan, dunque, non può limitarsi a concepire l’investimento in educazione ed istruzione intendendolo solo come edificazione di strutture. Sarebbe limitante e di limitato impatto nel breve periodo. Il Recovery Plan deve rappresentare un momento ancora più ambizioso. Se non ora quando? È necessario dare corso ad una, storica grande manovra di investimento educativo con le dotazioni finanziarie oggi a disposizione, stabilendo immediatamente la generalizzazione della scuola, da quella d’infanzia a quella della istruzione tecnica superiore. L’approdo alla gratuità per tutti dei servizi educativi e della scuola, da quella d’infanzia a quella tecnica superiore post diploma consentirebbe di superare il target fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002. Aumentare la qualità del capitale umano attraverso l’istruzione crea rendimento sociale e crescita in grado di sostenere il Pil. È un investimento in grado di mutare le sorti di un’intera nazione ma soprattutto è una dotazione finanziaria che impegna anche al “debito buono” e pone le condizioni per restituire il futuro alle giovani generazioni.

La scuola italiana e la storica tendenza a non professionalizzare

di Giovanni Cominelli

Il mercato del lavoro richiede con urgenza lavoratori e professionisti dotati di competenze professionali tecnico-operative. Come risponde il sistema scolastico? Le iscrizioni alle scuole superiori per l’anno scolastico 2021-22 confermano la tendenza degli anni precedenti all’inesorabile aumento della licealizzazione fino al 57%. Solo il 30,3% sceglie gli Istituti Tecnici, l’11,9% gli Istituti Professionali. Nella licealizzazione, i Licei classici arrivano al 6,7%; i Licei scientifici (secondo i tre indirizzi: tradizionale, delle scienze applicate, sportivo) al 26%, poi tutti Licei leggeri. Si chiama mismatch.

La quota di licealizzazione cresce man mano che ci si sposta verso il Centro-Sud. Uno dei primi effetti di tali scelte è che a Liceo leggero segue Università leggera. E a Università leggera seguono o lavori precari o disoccupazione pesante.

Perché accade?

La causa immediata è l’ideologia diffusa massicciamente nella società italiana, secondo cui la formazione/istruzione al lavoro è indice di declassamento sociale. Sì, perché il lavoro è fatica, sudore, oppressione, condanna. Il riscatto sociale consiste nell’allontanarsene.

Tutta una corrente di sinistra è ancora succube dell’idea proto-sessantottina che la scuola professionalizzante, cioè legata alla produzione, sia fatalmente subalterna all’organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro, perciò destinata a perpetuare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ovviamente, sono chiamati in causa il liberismo selvaggio e la globalizzazione, anch’essa selvaggia, come recita il comunicato di Sindacale SISA – Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente- che ha proclamato uno sciopero il 1° marzo contro l’allungamento dell’anno scolastico al 30 giugno!

Meglio dunque un Liceo generalista leggero che un Liceo classico/scientifico esigente – ancorché oggidì di molto alleggerito – e, ovviamente, molto meglio che un Istituto tecnico o professionale. Di qui la crisi storica della Istruzione e formazione professionale, di competenza delle Regioni, e del suo doppio statale – l’istruzione professionale di Stato, i famosi IPSIA – che a norma di Costituzione non era neppure prevista, ma che, a causa del rinvio ventennale dell’istituzione delle Regioni e delle urgenze del miracolo economico, fu istituita già dagli anni ’50. Se pochissime Regioni hanno promosso la prima, quanto alla seconda, è stata a sua volta licealizzata, cioè sopraffatta da un sacco di materie, volte, secondo un buonismo ipocrita, a fornire anche al “popolo” i rudimenti della “cultura alta”.

Tuttavia, il pregiudizio odierno delle “classi subalterne” e della piccola-media borghesia contro l’istruzione tecnica e professionale, al quale gli intellettuali di sinistra hanno da sempre fornito giustificazioni teoriche, invece che darsi da fare per smontarlo, nasce da una storia lontana. Anzi lontanissima.

È la separazione classica tra “Otium” e “Negotium”: il primo spetta ai i signori, ai cavalieri, ai preti, il secondo ai servi della gleba, agli artigiani, ai commercianti. I sistemi di istruzione hanno rispecchiato questo schema classista. Che si è mantenuto con la Legge Casati del 1859 e con la Riforma Gentile del 1923: il Liceo per le classi dirigenti liberali, i Tecnici per i quadri intermedi, i Professionali per i quadri bassi.

Tra il 1943 e il 1946 questo schema fu messo radicalmente in discussione dai cattolici, dai laico-azionisti-socialisti, da una parte dei comunisti. I cattolici, muovendo da una teologia del lavoro come realizzazione del disegno creatore di Dio e come vocazione – der Beruf nel luteranesimo e nel calvinismo – proposero con la Commissione Gemelli una nuova piattaforma: centralità della famiglia, sussidiarietà dello Stato, coordinamento tra scuola e lavoro, rafforzamento dell’insegnamento tecnico, orientamento scolastico e professionale, scuola media unica. I laico-azionisti-socialisti-comunisti, fortemente influenzati dal deweysmo di W. Washburne – capo della Sottocommissione per l’istruzione del Governo Alleato – dal montessorismo e dal pensiero critico-scientifico, facevano saltare il ruolo privilegiato del Liceo classico.

Il più lucido rappresentante del nuovo corso anti-gentiliano era Elio Vittorini, che all’epoca dirigeva la Rivista “ Il Politecnico” da Viale Tunisia a Milano. Sosteneva che ogni ragazzo avesse diritto alla pienezza della formazione umanistica, quale che fosse la sua professione finale: liberale, tecnica, solo manuale. Come a dire: hai diritto a conoscere la Metafisica di Aristotele o il De Senectute di Cicerone, senza essere obbligato a studiare il Greco o il Latino. E, naturalmente, hai il diritto/dovere di accedere al sapere tecnico-scientifico. Vittorini la chiamava “istruzione politecnica”, un intreccio di ciò che fino ad allora – e fino ad oggi! – veniva rigorosamente e classisticamente separato. Lo scontro ideologico che avvenne nell’Aula magna della Sapienza a Roma, durante il V Congresso del PCI, tra il 29 dicembre 1945 e il 6 gennaio 1946, tra Banfi e Elio Vittorini, da una parte, e Concetto Marchesi-Togliatti dall’altra, vide soccombere “l’istruzione politecnica” di Vittorini e stravincere “l’istruzione umanistica” di Concetto Marchesi. Il quale ribadì il primato del Liceo classico, del Latino e del Greco e l’uso del Latino come mannaia per l’accesso agli studi superiori.

Perché ha vinto questa impostazione gentiliano-classista, che veniva dallo Stato liberale e fascista? Perché la Repubblica, uscita dalla Resistenza, mostrò una tale straordinaria continuità con il regime precedente? Perché, le classi dirigenti, vecchie e nuove, di governo e di opposizione, avevano introiettato l’antico schema, contro il quale poco fecero i cattolici, pochissimo i laici, nulla i comunisti.

Controprova? La Scuola media unica fu votata nel 1962 dal centro-sinistra, con il voto contrario del PCI. La scuola media unica è stata l’unica riforma di sistema. Da allora più nulla. Nessuna sorpresa che i genitori che aspirano al meglio per i propri figli li indirizzino verso l’otium delle “classi superiori”. Peccato che di quelle classi manchi loro il capitale cognitivo e, soprattutto, quello relazionale. Come si vede, l’attuale sistema nazionale di educazione/istruzione non è in grado di accompagnare i nostri figli e il Paese nell’economia e nella società della conoscenza.

Pubblicato su Linkiesta venerdì 26 febbraio 2021

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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