Salviamo la sanità pubblica

di Antonello Longo

direttore@quotidianocontribuenti.com

La pandemia mette in piena luce limiti e insufficienze tanto della programmazione nazionale che della gestione regionale del sistema sanitario. Mancano posti letto in terapia intensiva, medici, personale infermieristico. Manca, soprattutto, una valida rete territoriale di assistenza e prevenzione.
La cittadinanza vede negli ospedali, soprattutto nel pronto soccorso, luoghi pericolosi, potenziali centri di diffusione del contagio, così si fa sempre meno ricorso alle cure necessarie per tutte le patologie diverse dal Covid 19, che sono pur sempre la maggior parte delle malattie che minano la salute e la vita degli italiani.
Non si tratta solo di un’impressione, di fatto le strutture sanitarie vengono orientate all’emergenza del momento, ridimensionando, dove più dove meno, gli altri reparti, le cure dovute agli altri ammalati.
Anche la fama di efficienza e di eccellenza della sanità lombarda e, in genere, del settentrione rispetto alle regioni del Mezzogiorno si sgretola di fronte alle dure repliche del Coronavirus, specialmente per quanto riguarda la dimensione territoriale del servizio.
Perché assistiamo a questa impreparazione di fondo, a difetti strutturali così radicati e perduranti? Una risposta meditata richiede di partire da lontano, dalle ricadute sociali delle annose politiche di austerità e ristrettezze di bilancio, in dieci anni sono stati tagliati 37 milioni di euro, tagli che, nel campo dell’assistenza sanitaria, si rivelano particolarmente odiosi e discriminanti, dando sempre più spazio alle convenzioni con strutture private ed al ricorso diretto (e costoso) da parte dei cittadini alla sanità privata. Una parte non lieve, a mio parere, di responsabilità va attribuita anche alla riforma universitaria che ha introdotto il “numero chiuso” per l’iscrizione alle facoltà di medicina, determinando quella mancanza di medici che adesso, nel,’emergenza, costringe a richiamare i pensionati ed a far arrivare i medici da Cuba.
Da considerare, poi, è il modo nel quale la politica ha messo le mani, nel tempo, sulla sanità. I più anziani ricorderanno che, in principio, il sistema era quello delle
mutue, cioè di un’assistenza di tipo assicurativo che mostrava caratteristiche di spiccata insufficienza e sacche di intollerabile spreco.
La svolta si ebbe nel 1978, all’epoca del centro-sinistra, nella tanto deprecata prima Repubblica, con la creazione del Sistema Sanitario Nazionale. Si passò allora ad un’assistenza sanitaria universalistica e gratuita la quale, nel tempo, non mancò di mostrare, con i segni dell’inefficienza e della malversazione, quelli dell’insostenibilità dal punto di vista del finanziamento da parte dello Stato.
Per far fronte a questi problemi, nel 1992, il SSN venne smantellato introducendo un nuovo assetto, fondato sull’orientamento al “mercato” (della salute!) con la conseguente “aziendalizzazione” degli ospedali. Furono introdotti i dipartimenti e assegnata alle regioni la responsabilità della gestione del sistema.
In quanto “aziende” le nuove Unità Sanitarie Locali acquisirono personalità giuridica, con la rappresentanza legale e il potere gestionale nelle mani di un direttore generale nominato dal presidente della regione, con accanto un direttore sanitario e un direttore amministrativo, e il controllo contabile di un collegio dei revisori.
Fu in quell’occasione che venne prevista l’intramoenia per l’esercizio in ospedale della libera professione dei medici, per cui il 10% circa delle camere poterono disporre di servizi aggiuntivi a pagamento da parte dei pazienti.
Ma il cuore della riforma (legge 502 del 30 dicembre 1992) fu la delega diretta alle regioni a sostenere economicamente le USL. Da quel momento le regioni non poterono più rivolgersi allo Stato per ripianare i propri disavanzi nella gestione della sanità, quindi tutte le responsabilità vennero fatte ricadere sulla governance di ogni singola Azienda Sanitaria Locale.
La naturale conseguenza di quella scelta fu di concentrare tutto l’interesse delle regioni sul contenimento dei costi del servizio sanitario regionale: dalla cura delle persone alla cura dei conti economici. Divenne dovere dei direttori generali di nomina politica fare, sì, il possibile per garantire un buon livello tecnico e funzionale alle strutture sanitarie loro affidate, ma soprattutto assicurare il buon andamento economico e amministrativo della propria “azienda”, sulla base dei cui risultati (al di là dell’imprescindibile asservimento politico) essi vengono valutati alla fine del quinquennio di carica.
Il Piano sanitario Nazionale serve per definire i LEA (livelli essenziali di assistenza) per dare uniformità alla quantità e qualità dei servizi resi ai cittadini

in tutti i territori e per suddividere tra le varie regioni le risorse disponibili, provenienti dalla fiscalità generale, sulla base di una programmazione economica “pesata” sui differenti bisogni territoriali.
Sarà poi la regione a distribuire le risorse ricevute dallo Stato tra le ASL. Se le aziende vanno in disavanzo possono agire sulle entrate proprie, attraverso i ticket pagati dagli utenti, mentre le regioni possono intervenire con le risorse dei propri bilanci, ricavate dai contributi sanitari IRAP.
Questo sistema è, sostanzialmente, quello che ancora regge la sanità in Italia, anche dopo l’approvazione, nel 1999, della cosiddetta “riforma Bindi” (dal cognome dell’allora ministra della sanità, Rosy Bindi), che ha ridefinito il principio di sostenibilità finanziaria del sistema sanitario introducendo i criteri della “appropriatezza”, economicità ed evidenza scientifica delle cure.
La riforma Bindi specifica le modalità della gestione sanitaria regionale dettando nuovi limiti, ancora più stringenti, di carattere economico e funzionale. I criteri dell’evidenza scientifica (evidence based medicine) e della appropriatezza clinica dei trattamenti sanitari, stanno a significare che, a parità di risultati, va scelto il trattamento più economico e che, inoltre, non vengono garantite quelle prestazioni che non rispondono a impellenti necessità assistenziali o che non sono da considerarsi efficaci sulla base delle conoscenze scientifiche o delle condizioni del malato.
Con la riforma Bindi viene rafforzata e diventa definitiva l’aziendalizzazione delle USL, che sono regolate dal diritto privato e obbligate al rispetto del vincolo di bilancio. I Direttori generali conservano i propri poteri gestionali, rispondendo direttamente alla regione ed agli obiettivi da questa fissati. Il collegio dei revisori diventa collegio sindacale, con l’obbligo di riferire ogni tre mesi agli enti interessati (ministero, regione, sindaco) l’andamento della gestione finanziaria dell’azienda e di denunciare prontamente anomalie e scorrettezze.
Un simile quadro normativo e i continui tagli lineari in seguito ai quali la sanità pubblica, senza una seria programmazione, chiude gli ospedali periferici, non fa assunzioni di medici e infermieri, non compra medicinali e attrezzature, riduce i posti letto, hanno reso la sanità privata non più sussidiaria, ma concorrenziale.
Ad onta dell’ostentato rigore nei bilanci, il sistema delle convenzioni ha drenato una buona parte delle risorse pubbliche verso il sistema privato. Si è prodotto una sorta di “effetto supermercato”, con sconti e “offerte speciali” per esami e

accertamenti di dubbia utilità, mentre le persone effettivamente malate vengono veicolate verso circuiti perversi che estraggono dai loro malanni il massimo profitto, o attraverso i rimborsi pubblici o con il pagamento privato delle prestazioni (è per questo che prenotare una visita in ospedale comporta un’attesa di mesi, ma nelle strutture private bastano pochi giorni).
Le strutture accreditate e convenzionate aumentano il proprio fatturato per mezzo di un “consumismo” di prestazioni e di interventi chirurgici non sempre necessari, scegliendo le prestazioni più remunerative e i malati in condizioni migliori, mentre alla sanità pubblica vengono lasciate le patologie a bassa remunerazione, o che comportano un impegno maggiore ed un più alto rischio.
Insomma, per chi fa profitto con la sanità, la parola d’ordine per ogni cura o diagnosi è “ridurre i costi e ottimizzare i guadagni” né sull’operato dei privati e sugli esiti prodotti viene esercitato un adeguato controllo.
Le persone bisognose di cure, nella generalità dei casi, non sono in grado di sapere ciò di cui hanno davvero bisogno, né riescono a percepire il conflitto d’interessi che ruota attorno alle loro patologie.
I tagli alle assunzioni hanno aumentato a dismisura il precariato, tanto nel privato (dove è praticamente la regola) quanto nel pubblico. A prendersi cura della nostra salute c’è dunque una massa di lavoratori a rischio, sfruttati, malpagati (soprattutto dalle cosiddette cooperative), privi di tutele sindacali.
La speranza è che il dramma della pandemia apra gli occhi alle cittadine ed ai cittadini di questo Paese, che faccia loro comprendere la necessità di una rapida, netta inversione di tendenza, l’urgenza di salvare la sanità pubblica dalla spirale che l’affossa. Se non ora, quando?

Possibile cancellare il debito italiano?

Di Antonino Gulisano

Di che cifre stiamo parlando?
Il Covid ha fortemente peggiorato la dinamica del debito pubblico, con aumenti impensabili sino a pochi mesi fa. I dati ufficiali pubblicati da Banca d’Italia mostrano come in soli 4 mesi, da marzo a luglio, il debito sia aumentato di 129 miliardi, mentre da inizio anno si contino 150 miliardi in più.
La dinamica è tale che si stima ancora una forte crescita del debito ad agosto, mentre poi è sceso, per attenuarsi nei mesi successivi grazie a una ripresa delle entrate fiscali. Va considerato che il forte incremento del debito si associa a un’altrettanto pesante caduta del PIL, con un forte deterioramento dei rapporti di debito e deficit – PIL, stimati rispettivamente al 161,6% e 10,8% a fine 2020. Il debito sin qui generato non comprende eventuali prestiti che verranno richiesti nell’ambito del Recovery Fund, che andranno ulteriormente ad ampliare queste cifre e i relativi rapporti con il PIL.
Abbiamo già ora raggiunto livelli di debito che non sono praticamente rimborsabili e che influenzeranno in modo pesante le generazioni future. Questo è un aspetto ancor più grave delle cifre in sé, in quanto spoglia i nostri figli del futuro e li costringe a porre rimedi a conseguenze generate dal nostro egoismo e dalla pretesa di benefici insostenibili; a solo titolo di esempio si può citare l’attuale sistema pensionistico.
Giusto per avere un termine di raffronto, si pensi che il Belpaese è il secondo in Europa con il maggior indebitamento pubblico (la prima è la Grecia, intorno al 182% del PIL), mentre nella zona euro il rapporto debito/PIL viaggia intorno al 90%.
Chi detiene il debito pubblico italiano?
Insomma, le cifre fanno pensare. Ma chi sono i creditori dell’Italia? Buona parte del debito pubblico grava entro i confini nazionali, ma una quota consistente pesa anche sulle spalle di istituzioni estere: secondo i dati di Via Nazionale, il 69,9% del debito era suddiviso tra la stessa Banca d’Italia (17% circa, direttamente o attraverso la Banca Centrale Europea), altre istituzioni finanziarie residenti (47% tra banche, assicurazioni e fondi) e “altri residenti”, ovvero piccoli risparmiatori e imprese (5,6%).

Fortunatamente l’Unione Europea ha aperto i cordoni della borsa, beneficiando l’Italia ben più di altri; fortunatamente nessuno a Bruxelles sta ora guardando alla sostenibilità dei conti pubblici; la BCE sta acquistando copiosamente l’ingente mole di emissioni di titoli di Stato. Ma tutto ciò non va inteso come una cuccagna che durerà a lungo: presto o tardi si tornerà a guardare i conti pubblici e a come i prestiti siano stati spesi.
Questo è il quadro dei dati più o meno reali. E’ possibile diminuire il Debito Pubblico italiano per almeno il 47% dello stesso? Sì! La nostra proposta realistica è la seguente: il 9% detenuto dalla BCE rappresenta bond del Quantitative Easing, cioè carta moneta; il 17% della Banca d’Italia sono bond (carta moneta); 20% delle Banche italiane sono bond di Quantitative Easing (carta moneta) parcheggiate per fare speculazione sui BTP italiani. Bene, questi possono essere azzerati perché non sono reali debiti a fronte di produzioni reali.
Il 40% di questo debito pubblico italiano di € 2619 mld, significa un risparmio di € 1046,60 mld. In termini di interessi annuali di risparmio sul bilancio di Stato quanto rappresentano? € 78,57 mld. Con questa manovra salvaguardiamo gli interessi dei piccoli risparmiatori, delle famiglie e degli investitori stranieri, per un fatto di credibilità internazionale e di interessi reali.
Inoltre, rientriamo dentro i parametri del 60% del deficit del debito pubblico tra debito/Pil richiesti dal “fiscal compact”. Per nostra conoscenza c’è un precedente internazionale nel 1990 fatto dall’ONU: la cancellazione del debito pubblico di tutte le Nazioni in via di sviluppo e del terzo mondo, tra questi vi sono stati il Brasile e l’India. Dopo questa cancellazione del debito pubblico sia il Brasile che l’India hanno avuto una crescita del Pil esponenziale e uno sviluppo economico eccezionale. Si può percorrere questa “road map”? Sì! In questa direzione ci può venire incontro la proposta fatta dal Presidente del Parlamento Europeo Sassoli: “L’Europa deve cancellare i debiti per il Covid”.
Dice il presidente del Parlamento europeo: “ll Mes è da riformare. Lasciare nel congelatore 400 miliardi sarebbe intollerabile. Va creato un Tesoro a livello europeo, i bond del Recovery devono diventare un modello definitivo”. Cancellazione dei debiti accumulati dai governi per rispondere al Covid, Eurobond permanenti, nuovo Mes gestito direttamente dalle istituzioni europee e riforma dei trattati per eliminare il diritto di veto in tutti gli ambiti della politica dell’Unione. È questa la ricetta che David Sassoli ritiene indispensabile per uscire dalla crisi innescata dalla pandemia. Proposte rivoluzionarie che il presidente del Parlamento europeo sostiene.
Alla UE non bisogna proporre elemosine o aggiustamenti, ma modificazioni di strategie e di sviluppo economico. Su questa proposta troveremo, sicuramente, il

consenso di Stati membri come il Portogallo, la Grecia, la Spagna, anche la Francia e parte degli Stati dell’EST. Questa proposta può rappresentare un percorso di sviluppo e di crescita dell’Italia e della stessa Europa per uscire definitivamente dall’austerity, superare l’emergenza pandemica del Covid e modificare i parametri del capitalismo liberista finanziario con una ricetta keynesiana e verso un recupero delle disuguaglianze economiche e sociali della società contemporanea, rimettendo al centro un nuovo progetto di sviluppo economico con investimenti pubblici produttivi, verso le strutture e il capitale umano nella Sanità, nel recupero dell’ambiente, il lavoro come valore e non con la proposta assistenziale del reddito di cittadinanza.
Cancellando questo debito fittizio fatto di carta moneta, si può mettere in campo un “Piano Marshall” europeo di investimenti pubblici? Sì!
Solo attraverso queste proposte riformatrici del sistema economico si può superare lo status di deflazione e impoverimento dell’economia italiana ed europea.

 

L’Italia come il Titanic?

di Ettore Minniti

’’Non siamo il Titanic, ma nessuno si illuda, avendo il biglietto di prima classe ed essendo magari sceso per giocare sul ponte della seconda classe, di restare tra i passeggeri di prima classe”.
Una frase attribuita all’ex Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, facendo riferimento all’Europa, nel corso di una lezione all’Università di Friburgo.
Purtroppo oggi, in questo caos istituzionale e con frequenti litigi sulla sanità tra “governatori” regionali, governo e ministri, tutti gli operatori economici, molti dei quali già viaggiavano in seconda classe, sono stati cacciati a forza, con manovre finanziarie, DPCM, Ristori, Rilanci, Bonus, (alcuni veramente fantasiosi) verso il piano di sotto ovvero verso la cambusa.
Costoro non sono dei privilegiati come quelli che viaggiano in prima classe, perché non tutti hanno quest’onore: la cambusa è sempre la cambusa. Anzi, saranno quest’ultimi a sorvegliarla (fa parte dei loro doveri) da eventuali saccheggi.
Il problema in Italia è che l’odierna classe politica sta viaggiando in prima classe, alcuni di essi sono pure alloggiati in suite, e non hanno cognizione dello stato in cui versa la cambusa: è vuota!
Mancano le derrate alimentari, frutto dello spreco di denaro pubblico ampiamente foraggiato e incoraggiato dagli avventurieri della politica.
“L’Italia non è il Titanic”! A questo punto, sorge spontanea la domanda: e se l’Italia non è il Titanic, allora cos’è?
Il Titanic era stato costruito presso i cantieri Harland and Wolff di Belfast; rappresentava la massima espressione della tecnologia navale ed era il più grande e lussuoso transatlantico del mondo: così era il nostro paese, fino a qualche anno fa.
La storia del Titanic è nota a tutti. Durante il suo viaggio inaugurale (da Southampton a New York, via Cherbourg e Queenstown), entrò in collisione con un iceberg, domenica 14 aprile 1912. L’impatto provocò l’apertura di alcune falle lungo la fiancata destra del transatlantico, che affondò due ore e quaranta minuti più tardi, spezzandosi in due tronconi.
Ma se avesse ragione l’onorevole Tremonti, ovvero se “l’Italia non è il Titanic”, è probabile allora che oggi stiamo messi peggio! Oggi, il nostro bel Paese, che era come il Titanic inaffondabile, sta per diventare, per incuria dei suoi comandanti e del suo armatore, una carretta del mare: arrugginita e sulla quale si sono imbarcati alcuni clandestini. Naviga in un mare in tempesta forza 11, secondo la scala Beoufort.
Non occorre aspettare la collisione con un iceberg, basterà un piccolo scoglio. Tra l’altro la nave non ha nemmeno le scialuppe di salvataggio.
Nel frattempo, gli italiani sono stati richiusi a chiave nella cambusa, con l’incarico di sorvegliare l’ultima scatoletta di tonno rimasta.
In questa visione pessimistica, l’auspicio è che si trovi un bravo comandante (un Governo di unità Nazionale?) per una nave senza radar, in balia delle onde, che sappia dare l’ordine perentorio ai suoi ufficiali subalterni (o ministri, fate voi) di riportare in prima classe tutti gli attori di questa brutta pagina del nostro Paese (non per questo privilegiati), perché davanti alla morte costoro sapranno fare il loro dovere, così come fece l’orchestra musicale del Titanic, la quale, continuò a suonare nel salone di prima classe per distrarre e calmare i passeggeri anche dopo la collisione e nelle fasi concitate in cui era chiaro il destino della nave.

Balck Friday: orgia consumistica online

Di Civismundi

Ogni anno il quarto venerdì di novembre scatta il “Black Friday”, il venerdì nero che dà il via allo shopping natalizio. Si tratta di un evento importato di recente dagli Stati Uniti, dove tradizionalmente  la catena di grandi magazzini Macy’s a New York, nel giorno successivo alla festa del ringraziamento avvia il periodo di sconti per gli acquisti di Natale.

Ma ormai anche in Italia il Black Fiday è diventato una mania, sostenuta daldilagare della pubblicità delle offerte in tutti i media e il bombardamento dei messaggi personalizzati sui social,

Sulla carta, il Black Friday dura un solo giorno, con sconti e promozioni su tutti i prodotti in commercio da acquistare nei negozi oppure online. Nella pratica, però, le cose non vanno così, per quasi tutto il mese di novembre i colossi delle vendite online come Amazon, Alibaba, eBay, Zalando e così via, e le grandi catene di negozi, dall’elettronica all’abbigliamento, si rincorrono con le più “strabilianti” offerte sull’acquisto della loro mercanzia.

Nel novembre 2019, nel periodo del Black Friday, pochi giorni prima che scoppiasse la pandemia di Covid 19, le vendite rispetto ai periodi precedenti e successivi registrarono un incremento del 78%.

Amazon, che l’anno scorso triplicò le vendite, quest’anno offre, non-stop, migliaia di super-offerte con sconti fino al 40%.

Durante il Black Friday dello scorso anno abbiamo registrato una media di circa sette ordini al secondo afferma il Country Manager di Amazon Italia e Spagna, François Nuyts – in Italia il Black Friday   è diventato un appuntamento di riferimento per i clienti, che hanno scoperto la comodità dello shopping online da casa o tramite smartphone, dicendo così addio alle lunghe code e alle attese”.

Sono dunque gli acquisti online, che riguardano soprattutto l’elettronica ed, in generale, il settore tecnologico, a farla da padroni. E tanto più sarà così quest’anno in cui, con le limitazioni agli spostamenti ed il divieto di creare assembramenti dovuti alla pandemia, non sarà possibile dare l’assalto ai negozi.    Ecco, allora, milioni di consumatori pronti alla corsa al click per comprare in rete, più di tutto il resto, notebook, smartphone, ultrabook, smartwatc, televisori di ultima generazione e poi console di gioco, robot da cucina, fotocamere e tutti gli oggetti “smart” di questo tipo.

Aziende ed esperti nei settori finanziario, mobile, retail, advertising, lavorano in modo coordinato per soddisfare le esigenze di sicurezza e di semplicità della operazioni di pagamento con carte elettroniche.

Nella drammatica emergenza sanitaria che stiamo vivendo, con la grave crisi economica recessiva provocata dalle misure di contenimento della pandemia, il rilancio dei consumi è un obiettivo perseguito dal governo, che ha inserito nella manovra finanziaria una serie di misure rivolte anche ad incoraggiare i pagamenti con le carte elettroniche per scoraggiare l’uso del contante e incrementare i pagamenti tracciabili.

In prospettiva è necessario considerare attentamente le ricadute sociali, in termini di sfruttamento e di disuguaglianze, di “disoccupazione tecnologica”, della crescita esponenziale dell’accumulo di immensi guadagni da parte dei giganti multinazionali del digitale e della grande distribuzione organizzata, sempre più a detrimento del piccolo commercio.

Per non parlare del costo di quest’orgia consumistica in termini ambientali, in un mondo in cui imponenti movimenti giovanili e le parti più avvertite della pubblica opinione esigono un radicale ripensamento delle abitudini di consumo per rallentare il fenomeno dei cambiamenti climatici.

Dobbiamo domandarci se davvero è questo il modo giusto per far crescere il benessere e garantire il futuro della nostra società.

Catania: denunciato lo scandalo delle aste giudiziarie

di Antonello Longo

direttore@quotidianocontribuenti.com

Dalle ampie vetrate della sede catanese di Confedercontribuenti la vista spazia sui tetti della città e sul mare luccicante nell’ampio golfo. Ma gli occhi del presidente della Confederazione delle famiglie e delle imprese sono concentratisul voluminoso incartamento pieno di atti e i documenti che contengono le magagne nascoste di una città piena di calore, di luce, di vita, anche in questo tempo di pandemia, però stretta nella morsa dell’affarismo truffaldino e della sopraffazione mafiosa.  

Il presidente Carmelo Finocchiaro da tempo ha acceso la luce, in campo nazionale, su una problematica che riguarda un numero di famiglie e di imprese molto più grande di quanto non si pensi: la vendita all’asta dei beni immobili pignorati ai debitori insolventi senza colpa, vittime della crisi, della perdita del lavoro, dell’impossibilità di riscuotere i propri crediti, anche quando il debitore è una pubblica amministrazione.

I debitori, spossessati dei loro beni, spesso frutto del lavoro, del risparmio, del sacrificio di una vita, li vedono finire nelle mani di speculatori che li acquistano all’incanto per un prezzo vile, irrisorio rispetto ai  valori di mercato e, oltre a danno dello spossessamento, devono subire anche la beffa di vedere restare quasi intatto il debito da cui sono gravati.

Adesso Finocchiaro è pronto ad affrontare i giornalisti nella conferenza stampa indetta per stamattina, per puntare i riflettori su quanto accade a Catania, una delle più grandi e popolose città del Sud, dove il problema della vendite forzose assume la dimensione di una vera e propria piaga sociale.

Di giornalisti, però, ne arrivano ben pochi, perché l’argomento è di quelli che scottano, che non si possono trattare senza il “via libera” di editori e direttori.

Si tratta di denunciare la “cupola” che si è impossessata delle procedure di vendita giudiziaria, alimentata da fior di professionisti, giudici, notai, custodi giudiziari, soggetti senza alcun reddito che agiscono da prestanome.

Negli atti – dice il Presidente di Confedercontribuenti – si riscontrano anomalie incredibili: il prestanome compra, deposita agli atti i titoli richiesti dalla procedura, poi rivende a chi paga con gli stessi titoli depositati in tribunale. Come si fa a non pensare ad azioni di riciclaggio? Chiediamo a chi dicompetenza un accertamento serio su quanto succede. Come mai le tante denunce presentate al tribunale di Catania sono state archiviate malgrado gli accertamenti inequivocabili forniti dalla Guardia di Finanza, mentre  invece il tribunale di Messina sta procedendo in seguito a denunce col medesimo oggetto? Partiamo da Catania  ma indagheremo anche in altre città. Le autorità antiriciclaggio controllino i titoli depositati in tribunale e poi usati per nuovi atti di compravendita”.

Da parte poi delle banche – ha continuato Finocchiaro – andrebbe fatta chiarezza sul mercato dei debiti rivenduti a società di recupero dei crediti deteriorati (NPL), spesso con sedi nei paradisi fiscali, che innescano oscure pratiche lucrative.

Intervengono nella conferenza stampa anche il responsabile antiracket della Confederazione, Alessandro Scuderi, ispettore in quiescenza della squadra mobile, che assicura tutto l’impegno del suo team per andare sempre più fondo nello scoprire e documentare le frodi, e l’Avvocato Vincenzo Drago, rappresentante dell’Associazione per la Difesa delle Famiglie.

Non si discute – afferma l’Avvocato Drago – la legge che impone al debitore di far fronte al pagamento nelle scadenze previste, pena la possibilità per il creditore di chiedere il pignoramento e le successiva vendita giudiziaria.

Ma qui non si tratta del contrasto d’interessi tra privati, regolato dalla legge, bensì di autentiche, conclamate violazioni della stessa legge”.

Il sistema – dice Drago – rimane impunito, giudici, notai, custodi giudiziari e quanti altri non fanno il proprio dovere ma compiono attività di business sulla pelle dei poveri esecutati. La stessa Agenzia delle entrate si comporta in modo vessatorio, insinuandosi nei procedimenti anche quando non potrebbe farlo”.

L’Avvocato Drago ha fornito testimonianze circa casi sconcertanti che si sono verificati, nei quali giudici che erano stati rimossi dai loro incarichi presso le sezioni esecuzione dei tribunali sono poi stati reintegrati e sono state restituite loro le pratiche sospette, che erano state assegnate ad altri giudici. “Chiediamo l’allontanamento di chi non assicura trasparenza e non rispetta la legge, assumendosi responsabilità penali”.

Molto significative, negli interventi svolti da parte di chi era in collegamento, le testimonianze delle Avvocate Lina Arena, che ha evidenziato gli aspetti di incostituzionalità della normativa vigente, una legge che va necessariamente cambiata, e Tiziana Teodosio, che ha messo in evidenza le violazioni patenti della stessa legge. Entrambe le avvocate hanno portato esempi concreti, sconcertanti, di aste aggiudicate a prezzi inferiori al valore catastale degli immobili e poi rivenduti a prezzo di mercato.

Giovanni Mangano, del Coordinamento nazionale di Confedercontribuenti, ha sottolineato le storture di un sistema che favorisce la più ignobile speculazione.

La conferenza si è conclusa con l’esposizione, da parte del presidente Carmelo Finocchiaro delle proposte avanzate da Confedercontribuenti  per rendere trasparenti le procedure ed assicurare aggiudicazioni a prezzi congrui.

Infatti Confedercontribuenti ha in fase di definizione un disegno di legge daportare all’attenzione del Parlamento, che ha come cardine l’estensione alle aste giudiziarie della normativa antimafia in materia di antiriciclaggio e accertamenti fiscali e patrimoniali.

I giudici dell’esecuzione cui vengono affidate le aste non possono essere sempre gli stessi, al contrario vanno sottoposti a rotazione, e lo stesso vale per i custodi giudiziari per i quali si propone che non possano ricevere incarichi per oltre tre aste consecutive nello stesso biennio.

Un punto cardine della nuova normativa invocata da Confedercontribuenti è la digitalizzazione del sistema, con aste da svolgere esclusivamente in via telematica, sorteggiando, non prima delle 48 ore precedenti lo svolgimento dell’asta, il tribunale cui affidare la gestione della procedura esecutiva.

Le situazioni ricorrenti di condizionamento ambientale devono essere neutralizzate disponendo, per legge, che il tribunale dell’esecuzione non si trovi nella regione ove opera il debitore esecutato.

Le aste dovranno essere presiedute da personale della Polizia giudiziaria o dalla Guardia di finanza, non più dai magistrati delle sezioni esecuzione, cui vanno lasciate soltanto le funzioni propedeutiche allo svolgimento dell’asta.

Vanno sciolti tutti gli “istituti” che si occupano di aste giudiziarie alimentando un inquietante “giro d’affari”attorno alle esecuzioni immobiliari.

Per la trasparenza delle procedure devono essere resi pubblici i nominativi di tutti coloro che partecipano ad aste giudiziarie, eliminando ogni possibilità di avvalersi di procuratori e consulenti.

Necessario è poi contenere i ribassi entro un tetto massimo del 10%, determinando la base d’asta in contraddittorio fra CTU e CTP quando si tratti di una prima casa o di beni strumentali indispensabili per lo svolgimento di attività aziendali.

Va istituito il divieto di mettere all’asta beni pignorati su istanza delle società che acquistano debiti deteriorati (NPL) da banche e finanziarie, qualora queste non abbiano proceduto ad effettuare per almeno tre volte il tentativo di cartolarizzazione con il debitore incolpevole, sulla base della somma di acquisto del credito deteriorato aumentato del 5%..

Proposte chiare e concrete, da affidare alla politica perché avvii seriamente un processo di riforma, nell’interesse dei deboli contro la forza di affaristi e speculatori.