Olimpiadi

Fonte: redazione de “il foglio quotidiano” del 25/06/2019

Fa effetto scorrere il catalogo dei divertissement salviniani in materia di conti dello stato, dai minibot alla flat tax passando per le promesse ormai in cavalleria quali l’abolizione delle accise sui carburanti e quelle defunte tipo le emissioni di titoli pubblici riservati agli italiani; scorrere questo catalogo, appunto, e magari paragonarlo al pragmatismo buongovernista con il quale sulla candidatura olimpica di Milano-Cortina due presidenti di regione della Lega (il lombardo Attilio Fontana e il veneto Luca Zaia), oltre al sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, hanno fin da subito collaborato con il sindaco Pd di Milano Beppe Sala. Finora le grandi idee economiche di Matteo Salvini e del suo inner circle dei Borghi, Bagnai, Rinaldi, Siri si sono rivelate o illusioni – ridurre le tasse è necessario, peccato manchino i soldi per evitare un’altra crisi stile 2011 se non il default – o proposte, come i minibot, che a quanto pare fanno ridere, o fanno schifo a una parte consistente della stessa Lega (anche se Salvini ieri li ha ancora una volta rivendicati). Ieri dopo aver portato a casa il successo delle Olimpiadi invernali 2026, Malagò ha detto una cosa che si applica allo sport, ma che a ben vedere si applica alla politica. “I sindaci di Milano e Cortina mi hanno dato fiducia, la sindaca di Roma no. Tutto qui”. Al di là dei sassi nelle scarpe del capo del Coni per la mancata candidatura olimpica di Roma che comunque la si valuti è frutto della tara ideologica dei 5 stelle, in quelle poche parole c’è un messaggio recapitato alla Lega, e al Pd. E cioè: se chi si intende di governo, tanto “sul territorio” quanto nazionale, riesce a collaborare, i risultati arrivano. Se si ingaggia una gara al rialzo nazionalpopulista tra chi la spara più grossa, ci si schianta contro la realtà. Questo vale per le tasse, l’Europa, il lavoro, il debito e infine lo sport. Milano è un modello, ma anche la Lega lombardo-veneta è un modello. I 5 stelle sono un luna park. Salvini può decidere se continuare a ciondolare tra i baracconi o farsi una full immersion su al nord, e capire che la priorità dell’Italia è sbarazzarsi di questo governo e andare a votare. E più Salvini tergiverserà e più dimostrerà di avere qualcosa da nascondere.

 

 

 

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto sul quotidiano: Olimpiadi

Uno studio rileva: Siamo un popolo sull’orlo di una crisi di nervi

Riportiamo un articolo di Leopoldo Gasbarro (Direttore di Wall Street Italia) pubblicato sul blog nicolaporro.it

Siamo un Paese triste e arrabbiato, molto più triste ed arrabbiato di quanto si possa pensare. È il Rapporto Gallup Global Emotions 2019 che ce lo racconta. La nota società di ricerca americana ha intervistato in tutto il Mondo oltre 155 mila persone evidenziando una situazione che pone l’Italia tra quelli, almeno in Europa, più stressati e sofferenti. Insomma, il rapporto ci dipinge come un “popolo sull’orlo di una crisi di nervi”. Ma è così che dovrebbe essere? È evidente che gli ultimi dieci anni hanno inciso sul nostro stato emotivo più di quanto potessimo immaginare. Stiamo condizionando persino le nuove generazioni: passando dei giorni in una scuola media per un corso di educazione finanziaria ho trovato ragazzi che parlavano di “crisi” così come noi, alla loro età, parlavamo di biglie di vetro e figurine.

Per lavoro giro l’Italia in lungo ed in largo. Ovunque cada il mio sguardo mi ritrovo ad osservare scorci unici, straordinari e di rara bellezza. Dal finestrino del mio treno, proprio adesso che sono in arrivo a Bologna, vedo la Cupola di San Luca e quando raggiungerò  Firenze, nonostante l’abbia già vista centinaia di volte, so che non smetterò di meravigliarmi. E non voglio andare oltre. Non voglio parafrasare il mio amico Farinetti che ha fatto del bello dell’Italia la sua narrativa preferita. Eppure, nonostante tutto, siamo un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. Siamo così impauriti che non investiamo più nel futuro e ci siamo rifugiati in una sorta di trappola legata all’oggi che, i bene informati in termini di psicologia, chiamano “Presentismo”. Insomma, non solo siamo stressati, ma viviamo come se “non ci fosse domani” e se ci fosse, di quel domani abbiamo talmente tanta paura che preferiamo non pensarci. Siamo anche un popolo ricco, tra i più ricchi al mondo, almeno per la ricchezza privata. Ma siamo quelli che fanno crescere meno di tutti la loro ricchezza. Ci sono 1500 miliardi di risparmi fermi da anni in conto corrente. Non solo non crescono, ma sono costantemente erosi, da inflazione, costi di tenuta, bolli… Ma la paura ci attanaglia e non ci proietta in avanti. Eppure viviamo in un Paese che non solo è meraviglioso, ma che fonda la sua meraviglia su capacità imprenditoriali che sono uniche e che potrebbero alimentare con la loro crescita anche l’enorme massa di risparmio che in questo momento, invece, è rimasta soggiogata dall’incertezza e dalla contemporanea perdita del riferimento di una intera generazione: “il caro estinto reddito fisso garantito in passato dai titoli di stato”.

Così abbiamo anche smesso di vedere ciò che abbiamo sotto i nostri occhi. Quanti scrivono e raccontano che le imprese italiane sono tra le migliori al Mondo? E che gli imprenditori che le guidano sono straordinari, quasi degli eroi? Capaci di lottare contro tutto e tutti, contro uno stato che non fa sistema, contro la burocrazia, il fisco e la concorrenza straniera? Sappiamo anche questo? Ma quanti si sono resi conto di quanto queste capacità umane e d’impresa fossero straordinariamente capaci di creare anche valore economico?

Un carissimo amico mi dice spesso che: “se non lo puoi misurare non lo puoi dimostrare”. Ed allora ho cominciato a studiare, ad approfondire ed analizzare, i temi economico-finanziari per cercare una misura che rappresentasse l’Italia d’Impresa.

Ed ho visto che la “misura” c’è. E conferma tutta la forza delle imprese italiane. Negli ultimi cinque anni non c’è alcun indice (come da grafica allegata) che abbia fatto meglio dellIndice STAR di Borsa Italiana. Non c’è indice americano, europeo, giapponese che tenga il confronto. Cos’è lo Star? È l’indice che ingloba tutte le migliori imprese del Paese, non le banche, non la finanza, ma le imprese, molte di quelle manifatturiere, che hanno fatto grande l’Italia, quelle che hanno fatto conoscere nel mondo il “Made In Italy”, quelle che il Made in Italy, continuano a raccontarlo giorno dopo giorno. Lo Star è cresciuto dell’ 85%. Capite? 85% in cinque anni. E gli italiani perdono denaro lasciandolo in conto corrente. Non è un’ assurdità? Ma queste belle storie italiane, purtroppo, nessuno le racconta. Almeno fino ad ora.  #RivoluzioneDellaFiducia.

 

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto sul quotidiano: Uno studio rileva: Siamo un popolo sull’orlo di una crisi di nervi

Attenti al pericolo “dementocrazia”

scritto da Carmine Castoro e pubblicato su democratica.com

Forse ha ragione il filosofo Paolo Ercolani a dare attenzione a eventi storici internazionali che non hanno suscitato grande clamore o sedimentato memorie collettive nel tempo, ma che hanno avuto una funzione cruciale, delicatissima nella costituzione di un apparato tecno-finanziario che giustamente, e con echi sinistri per la contemporaneità, egli vede alla base di quella che in Figli di un io minore. Dalla società aperta alla società ottusa (Marsilio, pagg. 333, euro 16) – libro di entusiasmante limpidezza, fascinosa erudizione e pacato ribellismo – definisce come una “dementocrazia” o mondo “misologo”: sistema politico, cioè, quello che ci imbozzola e ci manda in ebollizione, che ha in odio il Logos, che ha dimenticato diritti e razionalità a favore delle superfici lisce e oleose della comunicazione più onnivora, abdicando quasi definitivamente a favore di un tremendo culto del profitto, dell’irrilevante e del falso.

E allora, è giusto ricordare lo spappolamento dell’impero sovietico e il fragoroso tracollo del comunismo reale avvenuti nel 1989, o il micidiale 11 settembre del 2001 con l’attentato alle Twin Towers e lo spalancarsi di una universale guerra al terrorismo; ma che dire del Powell Memorandum del 1971? Lettera confidenziale che l’aspirante giudice alla Corte Suprema degli Stati Uniti, Lewis Powell, invia al presidente del comitato Educazione della Camera di commercio USA come chiamata agli scudi a favore di quel “sistema della libera impresa”, ovvero il capitalismo tout court, che, a suo dire, sarebbe stato sotto attacco ad opera di una minoranza fastidiosa di intellettuali, artisti e opinion maker, e che invece andava salvato e puntellato con un’azione combinata di politica e pedagogia, addirittura. E che dire della Trilaterale del 1975? Commissione voluta dal miliardario Rockefeller composta dal gotha politico-finanziario della triade Europa occidentale-Giappone-Stati Uniti, che redige in quell’anno un report in cui chiarisce i suoi dettami per una buona “governabilità delle democrazie”, ovvero pieno lasciafarismo alle elite che dominano in nome dell’efficienza e del guadagno senza lacci e ritirata dignitosa nel regno dell’”apatia” e del “disimpegno” da parte di alcune categorie sociali – leggasi i neri – che avanzavano pretese di uguaglianza troppo marcate. E non è una data importante anche quel 1935 in cui uno dei fondatori della Scuola di Chicago, Frank Knight, riporta l’uomo al vero consorzio che dovrebbe abitare, ovvero i meccanismi impersonali e funzionalisti del mercato vissuto nel suo aspetto “non morale” ma come il rapporto di cooperazione più reale che ciascuno deve intrattenere coi suoi simili? Cosa che ribadirà decenni dopo il teorico Von Hayek quando farà capire all’uditorio mondiale che aspirare alla giustizia sociale, chiedere l’assistenza dello Stato, battersi per un grado maggiore di simmetria fra le classi è addirittura foriero di totalitarismo e di preoccupante ingerenza di organismi super partes di controllo, mentre le leggi economiche garantirebbero a tutti partecipazione, affermazione e libertà amplissime, come in un meraviglioso regno dei fini perfettamente raggiunto e autoregolato.

Ecco, fa benissimo il docente di Urbino a farci capire che costellazioni di ideologie striscianti, strategie e governance sono penetrate nei gangli costituzionali di tanti Paesi che astrattamente e genericamente si dicono “democratici”, ma che di fatto furono e sono proni agli imperativi inderogabili del mercato e del neoliberismo più furibondo, del disprezzo dei deboli e dell’accumulazione di ricchezza, della inciviltà delle oligarchie  e del primato della moneta come ostia salvifica per tutti, ma solo apparentemente, e in regimi di rara impercepita violenza. Quella violenza che, ingranata sulla società dello Spettacolo, il gossip, la futilità esportata quotidianamente dalle “celebrità” della tv, lo scollamento emotivo e prassico delle masse immerse nella realtà virtuale, il pubblicitario come unico motore delle coscienze, non ha fatto altro che portare a una erosione delle nostre facoltà logiche e delle attitudini etiche più stratificate, a una preoccupante “riconfigurazione cognitivo-comportamentale”. Quella che personalmente definisco non più solo una Economia globalizzata, ma un’Economedia o Econometria: ritmica della vita strutturata sull’assiomatica dell’egoismo competitivo e della manipolazione delle percezioni e delle intenzioni per via mediatica.

Homo Technologicus e Homo Oeconomicus in un abbraccio mortifero, in una sintesi perversa. La gabbia d’acciaio di weberiana impronta che diventa la “glass cage” di cui parla Carr, una gabbia di vetro dove la smisurata pulsantiera delle nostre potenzialità sociali e la tracimante trasparenza di dati e dettagli sono solo il travisamento di una realtà depauperata, di un visuale menzognero, di una conoscenza banalizzata e stereotipata, di un atteggiamento esistenziale all’insegna dell’analfabetismo emotivo e della rinuncia a ogni dissenso, crisi o ripensamento dell’assetto vigente. Scrive con chiarezza lapidaria Ercolani: “Grazie allo stretto connubio fra ideologia dominante neoliberista e pervasività delle nuove tecnologie digitali, tale società riesce a frantumare lo specchio interiore del pensiero umano, producendo individui in cui lo specchio della riflessione autonoma è stato sostituito dallo “schermo” della finzione virtuale, in grado di affermare ideali, valori, costumi e perfino abitudini (selfie, snapchat, post, condivisioni ecc.) a cui l’essere umano è chiamato ad aderire e omologarsi in nome del profitto e del potenziamento tecnologico”.

In un mondo, insomma, in cui prevalgono curvature quantitative e utilitariste, e in cui lo spirito critico, la razionalità non assolutoria ma emancipativa e la cultura nella sua nobiltà intellettuale e creativa, sono assorbiti dalla dimensione rarefatta e putrefatta dei media mainstream e della alienazione internettistica(come impedire al nostro pensiero di andare verso le decine di ore di trasmissione e le centinaia di post che nelle ultime settimane siti specializzati e illustri “conduttori” come Barbara D’Urso hanno concesso agli intrighi di un fantomatico matrimonio di un’ex soubrette forse alla canna del gas); ebbene in questo mondo Ercolani è dalla parte del ritorno a un pensiero forte che reimpianti la presenza fattiva della scuola, dei genitori, di una nuova egemonia politica “abilitata” a tale ruolo, di un nuovo Piano Marshall pedagogico, potremmo dire, che compensi i baratri di una lobotomia collettiva più che incipiente. Peccato che l’autore non si conceda il lusso di fare qualche nome e cognome, soprattutto quando parla dei guasti di certa tv e del narcisismo spietato di molti dei suoi naviganti, lasciando i suoi strali fluttuare liberi in un aere filosofico che talvolta risulta risarcitorio solo per le anime belle e coltivate. E peccato che non abiti la decostruzione postmoderna nei suoi splendori, quelli che occuperebbero il giusto mezzo fra lo splatter senza visioni d’insieme a cui ci hanno abituato gli scellerati nipotini di Derrida e le nostalgie di nuovi centri e nuovi razionalismi che si impiccano al palo del disprezzo anti-nicciano perdendo di vista quelle nuove narrazioni che vivono di Stato protezioni e consapevolezza, ma anche di singolarità, di “vita” e “Altro”, concetti che l’autore considera “fumosi e insidiosi”.

Non così il poeta e saggista della Martinica Edouard Glissant in questa sua Poetica della Relazione (Quodilibet, pagg. 231, euro 20), dove vengono lodati l’erranza, la contaminazione etnica, il rizoma delle identità, l’”abisso-matrice” della barca che cerca approdi, una redenzione tutta carnale, accoglienza, lembi di certezza strappati all’Ignoto. Qui il viandante non è più esploratore, civilizzatore o conquistatore, non applica editti universali, idee bloccate e teoremi amministrativi, ma solo “cerca la conoscenza della totalità del mondo e sa già che non vi giungerà mai – e che in questo risiede la bellezza minacciata del mondo”.

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto sul quotidiano: Attenti al pericolo “dementocrazia”