Scarcerazione Carminati: errore giudiziario o applicazione del diritto?

Scarcerazione Carminati: errore giudiziario o applicazione del diritto?

Di Daiana De Luca (Responsabile Comunicazione Confedercontriubuenti)


Torna in libertà, dopo 5 anni e sette mesi di reclusione in carcere, Massimo Carminati, ex terrorista “nero”, al centro dell’inchiesta denominata Mafia Capitale. Il Tribunale della Libertà ha, infatti, accolto l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare col meccanismo della “contestazione a catena”, presentata dalla difesa dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per Mafia Capitale.

L’Avv. Francesco Tagliaferri, che guida il collegio difensivo di Carminati, ha affermato che per vedere riconosciuti i diritti del proprio assistito, la difesa ha dovuto lottare “fino allo stremo”. Quello che è accaduto in questa vicenda giudiziaria, e che ha suscitato clamore nell’opinione pubblica, noi vogliamo spiegarvelo lasciando per un attimo da parte quelle posizioni “giustizialiste” che, alla ricerca del solito colpevole, puntano il dito contro la Cassazione e la lentezza dei processi in Italia.

Con distacco e razionalità, va detto che la Corte di Cassazione, giudice di legittimità e non di merito processuale, annullando la sentenza di condanna, ha rinviato alla Corte d’Appello per celebrare un nuovo esame dei fatti: si parla del processo di appello  Mafia Capitale bis. Ed allora, in attesa che si arrivi ad una sentenza di condanna definitiva, va fatto valere quel principio di civiltà giuridica secondo il quale la reclusione cosiddetta  “preventiva” non possa  superare i “limiti ragionevoli” previsti dal legislatore.

Vale comunque la pena ricordare che se Carminati sarà condannato con sentenza definitiva  ad una pena maggiore rispetto a quella già scontata, dovrà tornare in carcere per finire di scontare la propria condanna. Caduta, dunque, definitivamente l’accusa per Mafia, Carminati, avendo già scontato 2/3 della pena massima prevista per il reato più grave contestatogli (la corruzione), deve oggi essere scarcerato, in osservanza di quel principio costituzionalmente garantito e protetto che riconosce uguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge. Neanche la tesi di chi lamenta l’intollerabile scandalo delle scarcerazioni causate dalla lunghezza dei processi, riteniamo possa essere invocata come strumento di ricerca del “colpevole” a cui addebitare la scarcerazione di Massimo Carminati. Infatti, il processo di Mafia Capitale si è svolto con ritmi tanto accelerati da giungere in meno di quattro anni a definire i tre gradi di giudizio, con la celebrazione di oltre 300 udienze. In vertità, questa che appare, in questo caso, come una insensata “caccia al colpevole” e che ne individua il soggetto nella Corte di Cassazione, nulla dice rispetto alla precisa scelta della Procura di Roma di perseguire, legittimamente, aggiungiamo, il riconoscimento della teoria, nuova, delle “Mafie indigene”.

Secondo la tesi sostenuta dalla pubblica accusa nel processo di Mafia Capitale ci si troverebbe di fronte ad un nuovo modello di organizzazione, svincolata dal modello “tradizionale” del “metodo mafioso”. La Procura ha sostenuto, infatti, una nuova raffigurazione antropologica e sociale del fenomeno mafioso, meno violenta e contraddistinta dal ricorso ad una estesa e capillare corruzione; tesi non accolta dalla Cassazione e che ha determinato la scarcerazione di Carminati.

Nella nostra pragmatica ricostruzione non possiamo non tener conto della scelta assunta dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di inviare gli ispettori del ministero per i dovuti accertamenti preliminari. Riteniamo, però, che questa prassi ormai consolidata di inviare ispettori ministeriali ad ogni decisione assunta da un giudice e non gradita all’opinione pubblica (ricordiamo lo scandalo delle scarcerazioni dei boss in regime di 41bis durante l’emergenza sanitaria covid-19), e che oggi appare una scelta superflua, rischia di incidere,almeno formalmente, sul principio di indipendenza del potere giudiziario. Appare chiaro, dunque, lavorare ad una auspicata riforma dell’ordinamento giudiziario che possa ripristinare la totale separazione dei poteri dello Stato.

 

.fb_iframe_widget span{width:460px !important;} .fb_iframe_widget iframe {margin: 0 !important;} .fb_edge_comment_widget { display: none !important; }

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto: Scarcerazione Carminati: errore giudiziario o applicazione del diritto?

Decreto Semplificazioni, manca l’accordo: adesso il governo litiga pure sulla TAV

Decreto Semplificazioni, manca l’accordo: adesso il governo litiga pure sulla TAV

Di Vittorio Sangiorgi (Direttore del Quotidiano dei Contribuenti)


Manca l’accordo tra i partiti di maggioranza su quella che, lo stesso Premier Conte, ha definito “la madre di tutte le riforme”, ovvero il Decreto Semplificazioni, che dovrebbe snellire le procedure burocratiche e dare un impulso importante alla ripartenza del paese. Un paese, l’Italia, prostrato dalla crisi economica e sociale scaturita dal Coronavirus. Pare, infatti, che il governo sia in alto mare e che la convergenza tra le sue anime sia ancora lontana, specie su determinati temi. I nodi da sciogliere sono quelli dell’abuso d’ufficio, del danno erariale, degli appalti e delle opere pubbliche. Quest’ultimo aspetto, poi, risulta particolarmente ostico perchè tira nuovamente in ballo l’annosa questione della TAV.

A riaccendere il dibattito sulla linea Torino – Lione è stato il neo sindaco della cittadina transalpina Grégory Doucet, simbolo del recente trionfo verde alle amministrative francesi. Il primo cittadino, in un’intervista a “La Stampa”,  ha infatti esplicitato l’intenzione di bloccare i lavori della TAV, trovando immediata sponda nel Movimento 5 Stelle, storicamente contrario all’opera. Pronta la risposta del Partito Democratico e del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli: non si cambia, avanti così… La realizzazione della TAV non è in discussione. Dopo il duro confronto sul MES, peraltro non ancora risolto, emerge un altro ambito di scontro tra i due maggiori “azionisti” del governo Conte. A meno di un anno di distanza l’alta velocità torna ad essere una spada di Damocle pendente sulla testa dell’esecutivo. Ricordiamo, infatti, che nell’agosto del 2019 lo strappo parlamentare della maggioranza gialloverde, al di là del colpo di mano salviniano, fu determinato proprio dal voto sulla TAV. I corsi e ricorsi storici devono far tremare Giuseppe Conte? Si, probabilmente, ma la logica ci porta a dire che, ad attentare alla vita del governo, non sono i singoli temi, ma è invece l’insofferenza generale che sembra prevalere, il clima di costante litigiosità.

Insomma, ancora una volta, stabilità e visione unitaria appaiono come lontani miraggi per il Conte II. Oltre l’aspetto politico e parlamentare di questa vicenda, ci preme sopratutto ribadire che, un simile clima, fa il male del paese, che quelle attuali sono le peggiori condizioni possibili per affrontare questo momento storico. Mentre gli alleati litigano prevalgono rinvii, si procrastina sempre e comunque, anche “la madre di tutte le riforme”, anche il provvedimento fondamentale ed irrinunciabile per il futuro dell’Italia. Nel frattempo gli italiani, alcuni dei quali attendono ancora la cassa integrazione di marzo, chiedono risposte concrete, chiedono un efficace sostegno. Il governo, però, prova a fare di necessità virtù e ribalta un antico adagio popolare: “Rimanda a domani quello che puoi fare oggi”… Sempre che un domani ci sarà…

 

.fb_iframe_widget span{width:460px !important;} .fb_iframe_widget iframe {margin: 0 !important;} .fb_edge_comment_widget { display: none !important; }

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto: Decreto Semplificazioni, manca l’accordo: adesso il governo litiga pure sulla TAV

L’Italia non può permetterselo

L’Italia non può permetterselo

Di Vittorio Sangiorgi (Direttore del Quotidiano dei Contribuenti)


Botte da orbi tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sulla questione MES. Le due maggiori forze governative, nelle ultime ore, si sono infatti duramente scontrate sullo spinoso argomento del Fondo Salva Stati.

A dare il via alle ostilità era stato il segretario dem Nicola Zingaretti elencando, in una lettera al Corriere della Sera, le 10 ragioni in virtù delle quali l’Italia dovrebbe immediatemente richiedere l’accesso ai fondi del Meccanismo Europeo di Stabilità. “Non possiamo permetterci ancora di tergiversare”, questo il diktat zingarettiano, al quale ha prontamento risposto Vito Crimi. Il capo politico pentastellato, infatti, ha replicato: “Non è uno strumento idoneo e restiamo contrari. Se debito deve essere, allora meglio che avvenga attraverso lo scostamento di bilancio”.

Un duro botta e risposta, che è andato avanti per tutta la giornata di ieri, con interventi da una parte e dall’altra. Se il viceministro grillino Buffagni ribadiva che “la posizione del M5S non cambia”, dalle parti di Via delle Fratte rispondevano definendo gli alleati “miopi ed ideologici”. In questo marasma di accuse e controaccuse, però, è mancata una voce, l’unica che si sarebbe dovuta legittimamente levare. Ci riferiamo, chiaramente, al presidente del consiglio Giuseppe Conte il quale, invece, ha preferito tacere e lasciare che, i due più importanti partiti della sua maggioranza, se ne dicessero di tutti i colori. Attendere e non prendere posizione, sperando che la tempesta passi presto, probabilmente la scelta meno adeguata in un simile momento storico.

Il Conte II andrà in crisi per il MES? É ancora presto per dirlo, probabilmente alla fine si troverà la quadra. Ma il punto principale è, però, un altro. L’Italia non può permetterselo, non può permettersi che, in una fase tanto delicata, il suo governo sia teatro di scontri e scazzottate istituzionali, che manchi una posizione chiara ed univoca, che venga meno quella fondamentale unità d’intenti in sede europea. L’Italia non può permettersi una maggioranza che, dopo mesi di sfavillanti ed illusori annunci, fatica a produrre fatti, vivacchia e inizia a temere per la sua tenuta in Senato. Quello del MES, in fondo, è solo uno dei tanti aspetti critici che minano la serenità del governo, facendogli perdere credibilità nel consesso internazionale. Quello che l’esecutivo dovrà affrontare da qui alla fine del 2020, lo abbiamo detto, sarà un insidioso percorso ad ostacoli, e la sensazione è che lo affrontarerà zoppicando. L’Italia ha bisogno di certezze, lungimiranza, chiarezza di vedute, sicurezza e autorevolezza… Questo vivere alla giornata l’Italia non può permetterselo.

.fb_iframe_widget span{width:460px !important;} .fb_iframe_widget iframe {margin: 0 !important;} .fb_edge_comment_widget { display: none !important; }

Fonte: Editoriali di Quotidiano dei Contribuenti
Leggi tutto: L’Italia non può permetterselo