Secondo i dati illustrati dal chief economist di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, e riportati oggi dall’ANSA, le esportazioni manifatturiere sono aumentate del 53% tra il 2016 e il 2025. Un risultato che, tuttavia, non misura da solo l’andamento dei volumi, dei margini aziendali o la diffusione dei benefici tra imprese di diversa dimensione.
«La forza del manifatturiero italiano è una buona notizia. Ma sarebbe un errore trasformarla in un’autocertificazione dell’efficacia delle politiche pubbliche», è la valutazione proposta del presidente nazionale di Confedercontribuenti – Imprese Italia. «La crescita delle esportazioni non significa automaticamente maggiore redditività per ogni azienda. Occorre guardare anche ai costi energetici, alle spese logistiche, ai tempi di pagamento e alle risorse necessarie per conquistare un nuovo cliente all’estero».
«Non basta invitare le PMI a internazionalizzarsi. Per una piccola impresa, entrare in un nuovo mercato significa anticipare spese commerciali, affrontare adempimenti doganali, verificare l’affidabilità dei compratori e proteggersi dal rischio di mancato pagamento. Se il sostegno pubblico non affronta questi ostacoli, l’internazionalizzazione rischia di restare un’opportunità soprattutto per chi dispone già di capitali e personale specializzato».
La proposta di Confedercontribuenti – Imprese Italia si concentra su quattro priorità: finanziamenti per il capitale circolante legato alle commesse estere, con istruttorie trasparenti e tempi dichiarati; accompagnamento coordinato tra ICE, SACE e SIMEST; sostegno alle reti e ai consorzi di piccole imprese per condividere competenze e costi commerciali; formazione su dogane, contratti internazionali, certificazioni e strumenti digitali.
«Chiediamo al Governo di valutare gli interventi non soltanto contando le missioni o le partecipazioni alle fiere, ma misurando quante nuove PMI esportano, quante mantengono i clienti acquisiti e quanto migliorano occupazione e valore aggiunto. Servono risultati verificabili, distinti per territorio e dimensione aziendale».
«Diversificare i mercati è necessario, ma non può diventare una formula astratta. Ogni iniziativa deve essere accompagnata da analisi dei rischi, assistenza contrattuale e strumenti finanziari accessibili. Il Made in Italy si difende mettendo le imprese nelle condizioni di competere: qualità e capacità imprenditoriale non possono compensare indefinitamente inefficienze, costi elevati e procedure frammentate


