Paolo De Carlo: un Uomo, un Combattente di Confedercontribuenti Puglia contro l’usura bancaria

 

Come le banche truffano i clienti con usura e anatocismo. Noi di Confedercontribuenti lottiamo da sempre questa piaga. Ci spieghi?

Le banche non nascono truffatrici ma come si suol dire l’occasione fa l’uomo ladro, quindi è la gestione dell’uomo che porta a compiere atti non sempre leciti, e questo purtroppo accade molto più spesso nelle banche che per natura dovrebbero avere carattere mutualistico come le popolari e le bcc.. L’usura, l’anatocismo e altri fenomeni correlati, quali l’addebito di spese e competenze non dovute, sono tipiche di una gestione dei peggiori imprenditori che vogliono trarre il massimo senza grandi sforzi, grandi responsabilità di valutazione in capo ai direttori di filiale. Sono passati con Basilea a carico di programmi e software per cui è stato premiato non il piccolo imprenditore ma le grandi aziende con un travaso di sangue che ora, noi di CONFEDERCONTRIBUENTI, cerchiamo di invertire.


Forse non tutti sanno che se un contratto bancario è  usurato all’origine o successivamente, è invalido e l’unico importo dovuto alla banca è il capitale prestato (art. 1815 Codice civile). Spiegaci.

L’esame di un contratto bancario non è semplice e deve essere effettuato con  attenzione solo da persone preparate. Infatti alcune clausole potrebbero rendere il contratto inutilizzabile ed invalidarlo. La clausola nulla rende nulla quella particolare pattuizione e il contratto potrebbe risultare gratuito. A volte però l’intero atto per sorte capitale ed interesse potrebbe risultare nullo nei confronti del sottoscrittore ed in caso di fideiussione nei confronti dei fideiussori, in rif. all’usura recenti arresti giurisdizionali hanno cercato di invalidare quella sopravvenuta tipica degli affidamenti di c/c, ma anche qui proprio le  normative di Banca d’Italia, la buona fede contrattuale, le modifiche unilaterali ed altri piccoli cavilli possono aprire grandi invalidità a volte anche più pericolose della stessa semplice usura.

Il combinato disposto  della Legge 108/96, del 1815 c.c.,  del 644 c.p. e Legge 3/2012 è stato emanato dal Legislatore per punire penalmente e civilmente il reato di usura ed  in tutela della vittima consentendo la sua esdebitazione, ma anche qui occorre conoscere la materia e non avventurarsi.


L’Art. 644 Codice Penale cita: 

Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 643 si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000.

Le pene per i fatti sono aumentate da un terzo alla metà:

  1. 1) se il colpevole ha agito nell’esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare.

E quindi i bancari e i banchieri vanno in carcere?

Purtroppo sono ancora pochi i casi in cui abbiamo assistito al rinvio a giudizio di esponenti bancari perché molto spesso non si ravvisa il dolo ovvero la volontà di voler compiere il reato, ma la casistica, le denunce e la tenacia della vittime di usura bancaria tentano in continuo di cambiare questo atteggiamento al perdono che in realtà è stato anche prima delle modifiche imposte dalla 108/96 e del 644c.p.. Basti pensare che prima il livello oggettivo dell’usura era discrezione del p.m. e basato sullo stato di bisogno, oggi la legge ha imposto un limite oggettivo dato dal Tasso Soglia  ma ancora una volta non si capisce bene chi debba farlo rispettare ed in quale sede.

Purtroppo bisogna ammettere l’ignoranza di molti P.M. nel settore della matematica finanziaria e sempre più spesso assisto a perizie redatte da CT dei P.M. che rasentano il ridicolo ed il falso, VI È LA NECESSITÀ DI STABILIRE  CHE IL PERITO DEVE FAR CONOSCERE LA VERITÀ , ma spesso il CT è CT in sede penale e delegato alla vendita in sede civile.

ANCHE QUI CONFEDERCONTRIBUENTI deve essere pronta a fare la sua parte denunciando tanto le false perizie quanto coloro (periti ed avvocati) che cambiano casacca a seconda del cliente che difendono affermano tesi ed ipotesi uguali od opposte  a seconda se difendono una banca o un debitore.


Ci sono ormai moltissimi studi legali e associati che si occupano anche di queste problematiche, chiedendo talvolta delle parcelle proibitive per procedere a una perizia. Che fare?

Fidarsi di gente capace, diffidare di coloro che promettono risultati senza neanche spiegare i motivi di invalidità dei rapporti,  facili risultati e promesse da marinaio


C’è anche l’altra faccia della medaglia: le false perizie. Ci spieghi?

Le false perizie redatte  per chi e da chi? Se di false perizie si parla di quelle redatte da Società o commercialisti basate sulla somma dei tassi (corrispettivi e moratori) allora sono pericolose e conviene che nessuno convenga in giudizio, se invece di false perizie sono quelle,  come innanzi detto, redatte dai CTU bisogna chiedere di convocare in giudizio il CT e chiedere in quale manuale di finanza ha pescato le  formule di matematica applicate. A Bari vi è un CT che spesso scrive nelle perizie: “ A mio sommesso parere” come si ci trovassimo davanti ad un matematico come Pitagora o Newton! Peccato che le formule adottate rasentano il ridicolo come quelle che vedono quella famosa maggiorazione dei 2,1 p.p. dettata da una statistica di Banca di Italia, oppure un’altra che ricordo è l’affermazione di un CTU penale che dichiarava nei calcoli l’applicazione del tasso del 470 %, ma non ravvedeva il dolo perché secondo lui la banca non aveva concesso credito. Eppure le formule matematiche sono ben precise e se non vi è affidamento o scopertura quali Numeri ha utilizzato nelle formule?


La Direzione Nazionale di Confedercontribuenti sta preparando una campagna politica e informativa sull’argomento. Dialogare con gli organi legislativi,  governativi e giudiziari sarebbe il successo. Non credi?  

Tutto quello che viene fatto è utile alla comprensione del fenomeno ma le lotte devono interessare tutti  senza distinzione di colore, la legge dell’usura è del ’96  e ancora si parla d interpretazione. Abbiamo valide leggi per il sovra indebitamento ma spesso viene scambiato per un fallimento ed i Giudici insistono nella vendita del bene quando la legge dice l’esatto contrario; procedure esecutive che durano 20 anni e più e non vengono chiuse alla 3^ asta; le vendite di immobili a prezzo vile solo per pagare le procedure e non i creditori, tutele disattese anche per la prima casa; modifiche assurde del governo precedente all’esecuzione in barba ai più elementari diritti. Questo deve assolutamente essere rappresentato ai nostri politici bianchi, rossi o verdi che siano.


 

Tornare a vivere grazie alla legge “salva suicidi”. L’opinione dell’avvocato Vera Leanza

di Livio Mario Cortese

Le possibilità della legge sul sovrindebitamento chiarite da un’esperta del settore.


Ammontava a 240mila euro il debito contratto da un quarantenne di Parma per l’acquisto di una casa. L’applicazione della legge sul sovraindebitamento ha permesso la riduzione a 160mila euro e la rateizzazione in 30 anni: rate poco superiori a 300 euro mensili. La notizia dei primi di Agosto, divulgata dalla stampa nazionale, è un caso notevole di applicazione della legge n. 3 del 27 gennaio 2012 (nota anche come “salva suicidi”), già avvenuto nel 2016 a beneficio di una famiglia i cui oneri mensili superavano il reddito. All’avvocato Vera Leanza, catanese, specificamente versata nel settore, il Quotidiano dei Contribuenti ha chiesto lumi sulla natura di questo provvedimento legale: chi può effettivamente beneficiarne? “E’ rivolta innanzitutto alle famiglie che non riescono più a far fronte ai propri impegni finanziari”, spiega l’avvocato, delineando il quadro sociale che conduce a contrarre debiti sempre più ingenti. “È insito nella nostra cultura, conquistato il posto fisso, stipulare un mutuo per l’acquisto di una casa, un finanziamento per una macchina o piccoli prestiti per esigenze familiari. Se quel che guadagniamo ci consente di affrontare regolarmente i nostri debiti e vivere dignitosamente, la scelta è ragionevole”. Circostanze imprevedibili possono però stravolgere un simile equilibrio, per sua natura non esente da rischi: “Una malattia in famiglia che richiede spese mediche ingenti, la perdita del lavoro da parte d’uno dei percettori di reddito, una separazione: improvvisamente ci ritroviamo, di là dalle nostre previsioni, ‘sovraindebitati’. Allora cerchiamo, per spirito di sopravvivenza, di contrarre altri prestiti per riuscire a pagare i precedenti”. Ma esiste un effettivo abuso nel meccanismo di prestiti e rateizzazioni? “È noto come banche e finanziarie talvolta concedano con ‘leggerezza’ finanziamenti carichi di interessi, spese istruttorie e assicurazioni varie, senza considerare le reali possibilità di restituzione: il reale guadagno risiede infatti nella cartolarizzazione dei crediti piuttosto che nella restituzione di quanto concesso”. Si tratta di un procedimento col quale i crediti vengono trasformati in titoli negoziabili sul mercato. Il paradosso –fin troppo comune- per cui il totale delle rate supera le entrate mensili, determina un conseguente inasprimento delle condizioni di vita, tra solleciti di pagamento ed angosce crescenti che non di rado arrivano a smantellare rapporti familiari e considerazione di se stessi, fino a gesti avventati. Ma il problema, su scala più ampia, può coinvolgere coinvolge anche imprese, enti privati e start-up: non è allora raro il ricorso a soluzioni di malaffare. Come muoversi in seno alla legge? “Rivolgendosi ad un Organismo di Composizione della Crisi. Esso accoglie la domanda e nomina un Gestore competente, sorta di tutor del debitore, che ne esamina la reale situazione debitoria e le relative cause valutando quanto occorra al soggetto ed alla sua famiglia per vivere. Redige quindi un piano di ristrutturazione dei debiti che, ricorrendo le condizioni, potranno anche essere abbattuti o dilazionati nel tempo, rispettando gli interessi dei creditori”. Il piano di ristrutturazione dei debiti, presentato in Tribunale, dev’essere poi verificato dal giudice; maggior peso ha il parere dei creditori nel caso di aziende ed attività imprenditoriali. Tutto in nome di un equilibrio tra le parti. Perché quindi ha fatto discutere la sentenza di Parma? “Per la lunghezza del piano di rientro, alla luce degli orientamenti ben più restrittivi della maggior parte dei tribunali italiani. La media è tra cinque ed otto anni, altre volte sono concesse rateizzazioni pluridecennali e con esse la possibilità di costruire rate più accessibili. Finché non esisteranno linee guida nazionali più uniformi, assisteremo ad applicazioni della ‘legge salva suicidi’ troppo difformi in base al Tribunale di competenza”. Non si tratta, d’altra parte, soltanto d’una serie di conteggi o dell’applicazione di procedure: l’avv. Leanza tiene a diffondersi sulla delicatezza dei compiti di un Gestore competente. “È un percorso difficile, soprattutto dal punto di vista emotivo. La persona si ritrova a prendere atto degli sbagli commessi, arriva alla conclusione di aver fallito. Per questo deve trovarsi accanto non solo professionisti, ma soprattutto umanità: non ultimo, da parte dei magistrati che non possono ignorare la finalità di questa legge e i comportamenti scorretti perpetrati dagli istituti finanziari negli ultimi decenni”. Una questione di dignità, insomma, che richiede forti prese di responsabilità. “Mi piace immaginare questa legge come una madre giunonica, protettiva ma anche autoritaria: che ti viene in soccorso imponendoti, di contro, sacrifici necessari per il tuo bene”, riassume in modo efficace l’avv. Leanza, ricordandoci l’antica immagine della Giustizia severa ed armonica ma, si spera, non priva di comprensione per le vicende umane.


 

Così l’impresa italiana potrebbe ripartire – l’analisi di un imprenditore, Giovanni Mangano

di Livio Mario Cortese

Giovanni Mangano, imprenditore, analizza le cause dell’attuale crisi delle imprese italiane, delineando possibili vie d’uscita.

Ricostruire l’eccellenza italiana”: il tema è arduo, ma non è una formula astratta quella di Giovanni Mangano, imprenditore nel settore sanitario. “Intanto si parte da un’idea falsata”, lamenta Mangano, “cioè dal presupposto che un datore di lavoro tenda ad approfittare degli operai, evada le tasse e non reinvesta gli utili”.

Quanto c’è di vero? “Beh, l’ ‘ansia di status’ accomuna moltissime persone, magari c’è chi non ha da mangiare ma insegue l’ultimo modello di smartphone… Ma molti imprenditori hanno gran parte dei beni  ipotecati e continuano a rischiare sperando di poter estinguere i debiti: gli stessi dipendenti li apprezzano”.

Sembra indubbia l’esistenza di meccanismi che generano prevenzioni da ambo le parti: non sono rare le vertenze a fini speculativi. Alla tradizione artigianale italiana guarda il dott. Mangano, individuando nei processi di delocalizzazione l’inizio del declino per le imprese nazionali: “Dagli ani ’80 tali soluzioni hanno portato vantaggi momentanei, soprattutto alleggerendo dalla pressione fiscale. Ma abbiamo sacrificato anche la qualità di prodotti che solo i nostri artigiani sanno mantenere alta”.

D’altronde, oggi, imprenditori cinesi investono nelle manifatture italiane, producendo in Italia –con operai connazionali- per poi vendere in patria. “Da qui dovremmo ripartire”.

Ma nella pratica?  “Sfruttare le competenze individuali e ciò che offre il territorio. Individualità e piccoli gruppi ci stanno riuscendo, operando nel ramo delle coltivazioni biologiche e nella maglieria di lusso, con manodopera italiana: del resto per gli italiani si tratta solo di manifestare capacità innate”.

Il piano economico, osserva l’imprenditore catanese, appare attraversato da una profonda mancanza di fiducia: “L’italiano medio non vuole pagare le tasse ai politici ritenuti ladri, questi lamentano la disonestà della popolazione. D’altronde gli economisti di sinistra –area alla quale peraltro mi sento di appartenere- sostengono che l’evasione fiscale sia sempre intenzionale, senza analizzarne le cause in dettaglio”.

Esclusa la malafede, il discorso è ampio: “Negli ultimi dieci anni gli enti pubblici tendono a non pagare gli imprenditori, mentre le banche tendono a privilegiare, rispetto al credito, l’aspetto finanziario maggiormente redditizio. Dal canto suo, la politica ha rinunciato ad occuparsi di regolamentare gli istituti di credito”.

A tali condizioni un cerchio sembra stringersi attorno all’imprenditoria: “C’è chi dichiara tutto ciò che deve pagare, ma poi non riesce: questo non è essere evasori, anche un Salvini l’ha recentemente affermato”.

Allora chi andrebbe perseguito? “Chi volutamente elude le tasse o si rifiuta di pagarle, magari creando aziende fantasma per accaparrarsi fondi comunitari”

Quale la via d’uscita possibile? “La fiducia, secondo me. Vedo un possibile accordo tra imprenditori onesti, che abbiano a cuore l’Italia e le sue eccellenze produttive. Cittadini, banche e governo devono cooperare assumendosi le proprie responsabilità”.

Alla luce di una tale analisi, Giovanni Mangano articola su due punti le proprie proposte: il primo riguarda la fiscalità: “Si riaprano i tempi di rottamazione delle cartelle esattoriali, con la possibilità –tolte tutte le sanzioni- di pagare il dovuto con un quinto del reddito personale o di azienda: questo ridarebbe ossigeno agli imprenditori, magari riducendo il tasso dei suicidi”. La pressione fiscale andrebbe poi ridimensionata relativamente alle aliquote applicate, l’IRPEF e soprattutto l’IVA: “Se la riducesssimo dal 22 al 15%” potremmo avere più liquidità, ma naturalmente dobbiamo fare i conti con tutto il gettito fiscale che serve per avere, per esempio, l’assistenza sanitaria gratuita. Un altro punto riguarda il condono bancario, fa ancora notare Mangano: “Oggi è prassi comune che una qualunque banca venda i propri crediti deteriorati ad altri istituti che li pagano tra il 10 e il 20% del proprio valore: questo serve a recuperare i crediti stessi. Ora, partendo dal presupposto che le banche dovrebbero dare ai cittadini una possibilità di salvezza e non certo affossarli…  proponiamo che queste banche, prima di vendere a terzi, diano ai cittadini l’opportunità di ‘acquistare’ i propri debiti al 5% del valore dato dalla banca che invece li acquisirebbe”. Di fatto questa procedure ridurrebbe di tre quarti tali debiti: su scala nazionale si può immaginarne l’effetto.