di Carmelo Finocchiaro
presidente nazionale Confedercontribuenti
In un Paese che continua a fare i conti con salari bassi, aumento del costo della vita, difficoltà delle imprese e una pressione fiscale tra le più elevate d’Europa, è arrivato il momento di affrontare con coraggio una delle questioni più delicate e più sentite da milioni di cittadini: il rapporto tra fisco e contribuenti.
Occorre fermare immediatamente la stagione dei pignoramenti indiscriminati dei conti correnti e aprire una vera pace fiscale, seria, equa e sostenibile, che permetta agli italiani onesti di regolarizzare la propria posizione e di tornare a contribuire alla crescita del Paese.
Troppo spesso si continua a considerare evasore chi, in realtà, è semplicemente un cittadino o un imprenditore che non è riuscito a far fronte ai propri obblighi fiscali a causa delle difficoltà economiche accumulate negli ultimi anni. La pandemia, l’inflazione, l’aumento dei costi energetici, le crisi internazionali e il rallentamento dell’economia hanno messo in ginocchio famiglie, lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese.
In questo contesto, il pignoramento dei conti correnti non rappresenta una soluzione. Al contrario, rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Quando si blocca il conto di una famiglia o di un’impresa, si impedisce di pagare stipendi, fornitori, affitti, mutui e perfino le tasse correnti. Si genera un circolo vizioso che produce nuova povertà, nuove insolvenze e nuove difficoltà sociali.
Lo Stato deve certamente contrastare chi evade deliberatamente e chi costruisce la propria ricchezza sottraendosi agli obblighi fiscali. Ma deve anche distinguere tra i furbi e coloro che, pur volendo pagare, non dispongono delle risorse necessarie per farlo immediatamente.
Una vera pace fiscale dovrebbe partire da un principio semplice: recuperare il gettito possibile senza distruggere il contribuente.
Servono strumenti concreti:
- sospensione dei pignoramenti per i contribuenti che chiedono di regolarizzare la propria posizione;
- rateizzazioni lunghe e sostenibili;
- riduzione di sanzioni e interessi accumulati negli anni;
- possibilità di compensazione tra crediti vantati verso la pubblica amministrazione e debiti fiscali;
- tutela dei conti correnti destinati all’attività d’impresa e al sostentamento delle famiglie;
- incentivi per chi rispetta i piani di rientro.
L’obiettivo deve essere quello di trasformare il contribuente in un alleato dello Stato e non in un nemico.
Una pace fiscale ben costruita non è un condono. È uno strumento di politica economica che consente di recuperare risorse che altrimenti rimarrebbero inesigibili, restituendo nel contempo dignità e prospettive a milioni di persone.
L’Italia ha bisogno di un nuovo patto fiscale fondato sulla fiducia reciproca. Lo Stato deve garantire servizi efficienti, certezza del diritto e una fiscalità più semplice. I cittadini devono essere messi nelle condizioni di pagare le imposte arretrate e quelle correnti senza essere soffocati da procedure che spesso rendono impossibile ogni ripartenza.
Se davvero vogliamo far crescere il Paese, dobbiamo comprendere che un’impresa viva produce lavoro, reddito e tasse. Un’impresa chiusa non produce nulla. Un cittadino che torna a pagare è una risorsa per la collettività; un cittadino schiacciato dai debiti diventa un problema sociale.
Per questo è necessario aprire subito un confronto nazionale per una grande operazione di pacificazione fiscale che metta al centro il lavoro, l’impresa e la dignità delle persone.
L’Italia non ha bisogno di cittadini perseguitati. Ha bisogno di cittadini che possano rialzarsi, lavorare, produrre e contribuire al bene comune.
Solo così sarà possibile recuperare le entrate fiscali, rilanciare l’economia e ricostruire quel rapporto di fiducia tra Stato e contribuenti che rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una moderna democrazia.


