Se dopo 35 anni si può ancora morire di ’ndrangheta, allora la battaglia contro tutte le mafie non è finita

Di
Redazione
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12 Settembre 2026

La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, riapre una domanda che lo Stato e la società civile non possono evitare: quanto può durare il peso della violenza mafiosa sulla vita di chi ha scelto di ribellarsi? Confedercontribuenti Imprese Italia: «Proteggere chi denuncia significa accompagnarlo anche dopo i processi».

Ci sono morti che impongono silenzio. E ce ne sono altre che, dopo il silenzio, ci obbligano a fare domande.

Denise Cosco aveva 35 anni. Esattamente l’età che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando nel 2009 venne assassinata dalla ’ndrangheta. Denise è morta nei giorni scorsi dopo essersi tolta la vita. Aveva trascorso anni sotto protezione e aveva avuto il coraggio di testimoniare nel processo per l’omicidio della madre, anche contro suo padre.

Non sarebbe corretto affermare che Denise sia stata “uccisa dalla ’ndrangheta” nello stesso senso giudiziario in cui lo fu Lea. Le circostanze della sua morte sono diverse e sulle cause personali di un gesto così drammatico occorre rispetto, prudenza e nessuna semplificazione.

Ma c’è una domanda politica e civile alla quale non possiamo sottrarci:

quanto a lungo può continuare a ferire la mafia dopo che sono finiti gli agguati, i processi e i programmi di protezione?

Denise aveva scelto la libertà

Denise era giovanissima quando entrò nella vicenda giudiziaria che avrebbe segnato la sua esistenza.

Dopo l’assassinio di Lea, testimoniò contro il padre Carlo Cosco e gli altri imputati. Aveva definito quella decisione una scelta di libertà interiore.

Quella libertà, però, aveva un prezzo enorme.

Significava convivere con l’assassinio della propria madre, con un padre condannato per quel delitto, con anni di protezione e con la necessità di ricostruire una vita lontano da quella che avrebbe dovuto essere la normalità.

Don Luigi Ciotti, ricordandola, ha espresso il dolore di chi le era stato vicino e la consapevolezza di non essere riusciti a trattenerla.

Ed è proprio qui che la vicenda di Denise diventa una questione collettiva.

Proteggere non significa soltanto nascondere

Lo Stato ha costruito strumenti fondamentali per tutelare collaboratori e testimoni di giustizia.

Ma la protezione non può esaurirsi nella sicurezza fisica.

Chi rompe con una famiglia mafiosa o denuncia un’organizzazione criminale può perdere casa, territorio, relazioni, lavoro, identità e normalità.

La protezione deve quindi diventare un percorso di lungo periodo: sicurezza, autonomia economica, inserimento lavorativo, sostegno sociale e possibilità di ricostruire pienamente la propria esistenza.

Non basta salvare una persona dalla vendetta mafiosa. Bisogna aiutarla a riconquistare la vita che la mafia le ha sottratto.

Da Lea a Denise, passando per Rita Atria

La storia italiana contiene altre ferite che dovrebbero impedirci di dimenticarlo.

Anche Rita Atria, giovanissima testimone di giustizia proveniente da una famiglia mafiosa, si tolse la vita nel 1992, pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio nella quale venne assassinato Paolo Borsellino.

Le storie sono differenti e non devono essere sovrapposte. Ma pongono lo stesso problema: che cosa chiediamo alle persone quando diciamo loro di ribellarsi alla mafia?

Chiediamo coraggio.

In cambio dobbiamo garantire molto più della sicurezza.

E mentre piangiamo Denise, Maria Chindamo aspetta ancora verità

La stessa settimana ci consegna un’altra storia.

A dieci anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, imprenditrice calabrese sequestrata e uccisa nel 2016, la DDA di Catanzaro ha iscritto otto nuovi indagati e disposto ulteriori accertamenti biologici e dattiloscopici su diversi reperti. Il processo già in corso riguarda Salvatore Ascone; le responsabilità definitive dovranno naturalmente essere stabilite dalla magistratura.

Due donne. Due storie profondamente differenti.

Ma un’unica domanda:

quanto costa essere liberi nei territori nei quali la mafia pretende ancora di decidere della vita degli altri?

Tutte le mafie, nessuna esclusa

Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che sia soltanto un problema calabrese.

’Ndrangheta, Cosa nostra, camorra e organizzazioni criminali di diversa origine hanno dimostrato di sapersi spostare, investire, riciclare denaro e penetrare nell’economia legale.

La mafia moderna non è soltanto quella che spara.

È quella che compra aziende in difficoltà, presta denaro a usura, condiziona gli appalti, controlla pezzi dell’economia, impone silenzi e costruisce dipendenze.

Per questo la lotta alle mafie deve essere anche una politica economica.

Credito legale, trasparenza degli appalti, tutela degli imprenditori, beni confiscati produttivi, occupazione e sostegno alle vittime sono strumenti antimafia quanto investigazioni e processi.

La posizione di Confedercontribuenti Imprese Italia

Come Confedercontribuenti Imprese Italia diciamo una cosa molto semplice:

NOI NON CI ARRENDIAMO.

Non vogliamo eroi lasciati soli.

Non possiamo celebrare chi denuncia quando sale su un palco e dimenticarlo quando si spegne la luce dei riflettori.

Chiediamo allo Stato di rafforzare la tutela di testimoni di giustizia, familiari delle vittime, imprenditori che denunciano racket e usura e persone che scelgono di rompere con gli ambienti mafiosi, prevedendo anche percorsi di accompagnamento di lungo periodo.

E chiediamo alla società civile di fare la propria parte.

Perché l’omertà non è soltanto tacere davanti a un delitto.

È anche voltarsi dall’altra parte quando qualcuno ha avuto il coraggio di parlare.

Il nostro impegno

Lea Garofalo ci ha insegnato che si può dire no alla ’ndrangheta.

Denise ci lascia una storia che impone rispetto e ci interroga sulla responsabilità collettiva verso chi porta per anni le conseguenze della violenza mafiosa.

Maria Chindamo continua a chiederci verità e giustizia. La sua vicenda è ancora oggetto di nuovi accertamenti giudiziari.

A loro e a tutte le vittime dobbiamo qualcosa di più delle commemorazioni.

Dobbiamo costruire un Paese nel quale ribellarsi alle mafie non significhi perdere la propria vita, la propria libertà o il proprio futuro.