Lo sport italiano e il problema della burocrazia

 L’inclusione dei rifugiati politici e dei migranti nelle competizioni ufficiali è più difficile che mai.

«Una squadra straniera non può giocare nel campionato italiano e, se si deroga una volta, bisogna derogare sempre». Con queste poche parole del presidente della Federazione Sport del Ghiaccio si era infranto, nel 2017, il sogno dell’Africa Only Team Curling, la prima squadra italiana di curling composta da soli rifugiati, di partecipare ai campionati nazionali. Il problema era sempre lo stesso: senza un pezzo di carta in mano non si hanno diritti e questo vale un po’ ovunque, anche nello sport. Così questi ragazzi arrivati in Italia su un barcone – che mai, fino a un paio di anni prima, avevano camminato sul ghiaccio ma che grazie a diversi allenamenti a settimana con lo staff dello Sporting Club Pinerolo erano diventati particolarmente abili con stones e scopettino – si sono ritrovati incastrati negli ingranaggi di una burocrazia sportiva arrugginita più o meno allo stesso modo di quella sulla cittadinanza.

C’è voluto un anno di suppliche, pressioni e congiunture internazionali perché la Federazione decidesse di ascoltarli. Nel 2018 l’Africa Only Team Curling, protagonista del documentario Ghiaccio di Tomaso Clavarino, è stato iscritto ufficialmente al campionato di serie C. Grazie a quel caso zero e alla nuova normativa, oggi anche ad altri rifugiati è permesso gareggiare nel curling italiano. È solo una delle tante esperienze di integrazione e inclusione che hanno caratterizzato lo sport italiano negli ultimi anni. Storie di riscatto di persone andate a tanto così da perdere tutto, e che oggi stanno trovando nuova linfa vitale nello sport. Spesso, però, facendo lo slalom tra gli impedimenti burocratici a fare quella che in fondo è l’esperienza umana più primordiale: giocare.

 Casale Monferrato può essere un’oasi di benessere o un girone dell’inferno a seconda della prospettiva da cui la si guarda. Da un punto di vista geografico, si trova in una delle aree più belle d’Italia, lì dove i filari di vigneti iniziano ad arrampicarsi sulle colline e le comitive fanno sosta prima di lanciarsi in una nuova degustazione di vino. Ma questa è anche una terra ferita, cimitero a cielo aperto del fibrocemento prodotto dalla storica azienda Eternit tra il 1907 e il 1986. Sono almeno 2500 le persone morte nel corso dei decenni per aver respirato le particelle di un materiale maledetto e vietato troppo tardi dalla legislazione italiana. Ancora oggi, si contano 50 nuovi malati all’anno.

Da tempo Casale sta cercando di rialzarsi, vuole smettere di essere ricordata solo come la terra dell’amianto. E tra una candidatura a Capitale della cultura e l’obiettivo di diventare il primo centro virtuoso Eternit free d’Italia, ci sono tante altre storie che possono aiutarla in questo processo. Per esempio, quella del Tre Rose. Compagine storica del rugby monferrino, come tante altre realtà locali ha subito gli effetti della crisi economica, che nella zona ha picchiato particolarmente duro. All’inizio del decennio scorso mancavano i soldi, mancavano i giocatori, mancavano insomma prospettive per il futuro della squadra. Finché il presidente Paolo Pansa, nel 2015, ha iniziato a collaborare con una cooperativa del luogo, impegnata in progetti di accoglienza e integrazione per rifugiati.

Pansa ha aperto le porte del campo di allenamento ad alcuni ragazzi del Ghana e del Sudan, poi ne sono arrivati altri, fino a diventare l’essenza stessa di quella che si è così trasformata nella prima squadra italiana di rugby per rifugiati. Il Tre Rose, nel frattempo ribattezzato Tre Rose Nere, si è così risollevato, pronto a tornare a competere nella serie C italiana della palla ovale. Ma ovviamente non si erano fatti i conti con il solito mostro: la burocrazia. Le regole federali limitavano la presenza di giocatori stranieri nelle squadre e quindi la compagine di rifugiati di Casale Monferrato non aveva senso di esistere, quantomeno per le regole del gioco. La Federazione Italiana Rugby ci ha messo poco a convincersi che le norme sono fatte per essere migliorate, e allora nel 2016 è arrivata la deroga che consente a tutti i rifugiati-giocatori di essere tesserati come italiani. Un caso che ha fatto scuola e che ha dato il via ad altre esperienze simili, come quella della seconda squadra di Varese, sempre nel campionato di Serie C. Oggi il Tre Rose Nere è finito pure sulla Cnn, mentre i giocatori sono diventati delle vere e proprie icone: leggenda vuole che uno di loro sia stato riconosciuto persino da un autista di autobus a Roma. A beneficiarne è stato il loro processo di integrazione, l’inserimento sociale e lavorativo in una città ferita e stremata dalle difficoltà come Casale Monferrato.

Nigeria, Niger, Algeria, Marocco, Libia. Pullman, treni, macchine, motociclette, barche. Sono i luoghi e i mezzi che hanno contraddistinto il viaggio infinito del 22enne Gerald Mballe, quando nel 2014 ha lasciato il suo Camerun verso una destinazione ignota ma che sapesse offrirgli più opportunità e meno pericoli della sua terra. Kolofata, dove abitava, è nota soprattutto per le incursioni di Boko Haram, attentati e scontri tra milizie scandiscono la quotidianità e l’esistenza in un contesto simile per un teenager non può definirsi vita. Nel novembre del 2015 Mballe è arrivato al porto di Pozzallo dopo essere stato messo in salvo nel Mediterraneo e da quel momento è cominciata la sua seconda vita, quella scandita dai centri di accoglienza, dal volontariato con la Croce Rossa, dagli studi all’Università di Torino. E dal calcio paralimpico.

Sono bastati pochi mesi perché il suo educatore lo introducesse all’interno del Team Special Olympics Pro Settimo Eureka di Settimo Torinese. Special Olympics è un’associazione internazionale riconosciuta dal Coni che organizza allenamenti e tornei per persone con disabilità intellettiva. Mballe ha raccontato che nel mondo di fuori, quello dell’Italia sovranista e dei porti chiusi, ha subito tante discriminazioni, in quel campo di calcio invece si è sentito accolto al cento per cento. «A questi ragazzi bisogna dare una possibilità, perché loro l’hanno data a me», ha sottolineato, ricordando come in Camerun le persone con disabilità siano segregate in casa, nascoste alla società, discriminate e private di diritti fondamentali.

I suoi importanti traguardi sportivi, l’inclusione nel team Italia di Special Olympics, non gli hanno permesso di evitarsi la solita scazzottata con la burocrazia. Nel 2019 ha rischiato di saltare i Giochi Mondiali di Dubai, un evento per cui si stava preparando da tempo e a cui teneva più di ogni altra cosa. Negli Emirati Arabi è vietato l’ingresso ai rifugiati politici, nemmeno se si tratta del principale evento mondiale per la promozione dell’inclusione e della solidarietà. Mballe ha così salutato i suoi compagni del team Italia all’aeroporto, che sono dovuti partire senza di lui. Due giorni dopo era di nuovo allo scalo di Caselle, grazie a un’offensiva diplomatica che ha portato l’ambasciatore negli Emirati a concedergli un permesso per entrare nel paese. Al check-in, però, viene trattato come un terrorista: fanno storie, non lo lasciano passare, poi riesce a salire sull’aereo, pochi minuti dopo bloccano il volo e lo riportano via con un pulmino per ulteriori controlli. Un percorso a ostacoli continuo, il rinfaccio quotidiano del proprio status come fosse uno stigma, a ricordarci come in fin dei conti lo sport e la vita di fuori non siano tanti diversi, con le loro opportunità e tossicità. Alla fine Mballe è riuscito a decollare, in tutti i sensi. Oggi è il primo consulente a livello mondiale del programma unificato di Special Olympics con i rifugiati e portavoce della partnership globale di Special Olympics con l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati.

Sulla foce del fiume Volturno, nel casertano, c’è una cittadella di fantasmi. Costruzioni abusive, invisibili per i faldoni del catasto, danno un tetto ad altrettanti invisibili, quelle migliaia di persone che esistono fisicamente ma di cui non vi è traccia nei registri nazionali. Castel Volturno ufficialmente conta circa 26mila abitanti, di cui un quinto stranieri, ma i censimenti locali condotti da diverse ong e i dati sulla raccolta rifiuti svelano che la città è popolata più o meno dal doppio delle persone, per la maggior parte immigrati senza permesso. Vivono intrappolati in una condizione cronica di marginalità sociale e povertà, non godono di alcun diritto e il lavoro, quando si presenta, è un dilemma tra criminalità e sfruttamento. Tutto questo si riflette in modo ereditario sui figli, spesso nati in Italia ma non abbastanza grandi per vivere da italiani – la legge attuale richiede il compimento dei 18 anni. Anche lo sport gli è precluso e non serve altro per spiegare perché la situazione non evolva: privati della più basica delle forme di inclusione sociale, per gli adolescenti locali il ciclo di emarginazione continua ad autoalimentarsi.

Nel 2016 Massimo Antonelli, vecchia gloria della Lega A italiana di basket, ha provato a cambiare le cose. Tam Tam Basketball nasce come associazione sportiva dilettantistica per ridare lo sport a quei ragazzi di Castel Volturno a cui era stato negato in quanto “non italiani”. Qualche anno fa la squadra è finita pure in Parlamento, con una legge apposita del governo Gentiloni che ha derogato la norma della Federazione italiana pallacanestro secondo cui nei campionati giovanili non possono giocare più di due stranieri per squadra. Sembrava tutto risolto, ma nel 2019 il problema si è ripresentato con la promozione della squadra in Eccellenza. Nuova serie, nuovi problemi, in una guerra di ricorsi e controricorsi con il Tar.

Oggi nella squadra ci sono ragazzi che si allenano da quattro anni, ma che a causa della legislazione italiana non hanno mai potuto esordire sul parquet in un incontro ufficiale. I loro genitori sono invisibili, senza alcun pezzo di carta, dunque anche i figli sono condannati a esserlo, ancora per un po’. «Puoi essere nato qui, andare a scuola, essere perfettamente integrato, ma a oggi se non hai un documento non puoi fare la più semplice delle cose, giocare», chiosa Antonelli, infastidito dal fatto che lo sport sia meno inclusivo della scuola in Italia, quantomeno per la sua legislazione. Il fondatore di Tam Tam Basketball è fiducioso che con la nuova riforma dello sport del ministro Vincenzo Spadafora qualcosa possa cambiare, visto che si è parlato di estendere i tesseramenti anche ai ragazzini che frequentano la scuola da almeno un anno ma che sono sprovvisti di documenti.

Sarebbe l’opportunità per dare una maglia da titolare a chi da anni continua a provare tiri, pick & roll e rimbalzi, ma che non ha mai potuto indossarla nei momenti che contano per motivi a sé estranei. Messo in difficoltà dalla pandemia, che ha tolto a questi ragazzi per lungo tempo la palla a spicchi, il Tam Tam Basketball ora si sta riorganizzando per partire a pieno ritmo dalla prossima stagione. Vinto a fine marzo il bando per fare del Palatenda il nuovo palazzetto di casa, si cercano fondi per i lavori di ristrutturazione, mentre si punta a raggiungere i 100 tesserati.

Secondo i dati ufficiali dell’Istat del Comune di Castel Volturno, nella cittadina campana ci sono circa 5000 residenti – su circa 26mila complessivi – che non sono cittadini di Paesi membri dell’Unione Europea. Le stime sulla popolazione irregolare (composta da clandestini, richiedenti asilo con esito negativo, persone che non hanno ottenuto il rinnovo dei propri permessi, ecc.) evidenziano come ci siano altre 20mila persone nel territorio con i documenti non in regola (Foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale del Tam Tam Basket)

Quelle dell’Africa Only Team Curling, del Tre Rose Nere, del Tam Tam Basketball, sono solo alcune delle tante storie sportive di integrazione che hanno segnato lo sport italiano negli ultimi anni. Così come sono tanti i Gerald Mballe che sono riusciti a imporsi a livello individuale nella propria disciplina, contro tutto e tutti. Esperienze che da una parte hanno messo in mostra le problematiche del sistema, ma dall’altra hanno rivelato che con determinazione e lotta continua si può cambiare lo stato delle cose. Un sostegno esterno, però, è fondamentale.

Sono diverse le realtà in Italia si spendono per favorire l’inclusione sportiva, dialogando con la politica e le federazioni e lavorando perché il progresso non smetta mai di compiersi. Tra queste dal 1948 c’è l’Uisp, l’Unione Italiana Sport Per tutti. Quando le si chiede a che punto è la rivoluzione sportiva, Daniela Conti, consigliera dell’associazione a Roma, vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda della prospettiva di osservazione. «Sotto molti punti di vista», spiega Conti, «sono stati fatti grandi passi avanti, penso per esempio al mondo del rugby che è divenuto un modello dopo l’esperienza delle Tre Rose Nere. Negli altri sport continuano invece a presentarsi problemi, nonostante le tante storie positive. Questo non tanto nei circuiti di più alto livello, quanto proprio alla base della piramide, nello sport amatoriale».

Le difficoltà sono sempre le stesse. La disponibilità di documenti, un luogo di residenza registrato, un lavoro, le quote di stranieri in squadra. Ma anche ingranaggi più assurdi: a volte agli atleti è chiesta una lettera da parte delle federazioni dei paesi di origine che certifichi come non siano tesserati in squadre locali. Un problema, per chi è rifugiato politico e non vuole far sapere il paese in cui è fuggito. In questi anni l’Uisp si è spesa per velocizzare il cambiamento, per esempio dando la possibilità a ragazze e ragazzi rom che vivono nei campi nomadi di praticare sport agonistico, superando il problema dell’assenza di un domicilio registrato. Presto assieme all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali potrebbe poi partire un osservatorio ad hoc per il monitoraggio delle discriminazioni nell’accesso allo sport, ma anche del razzismo sistemico che in certi casi può precludere la continuazione dell’attività.

Gli ostacoli all’inclusione non vengono però solo dai vecchi regolamenti, ma anche da iniziative legislative più recenti. Per esempio, i decreti sicurezza di Matteo Salvini del 2018-19, che hanno tolto la protezione umanitaria. «Se hai uno strumento in meno puoi dare meno protezione. Questo si traduce in una minor tutela del diritto delle persone a sopravvivere e a migliorare la propria condizione di vita», sottolinea Conti. «Quando delle leggi nazionali complicano il riconoscimento e l’inserimento delle persone che arrivano in Italia in percorsi di promozione sociale, è chiaro che queste problematiche si estendono poi anche allo sport». Quei decreti e più in generale la dialettica che continuano a portarsi dietro hanno poi cambiato il quadro culturale, esponendo il mondo dei rifugiati, delle ong, dell’accoglienza a maggiori attacchi. Ecco perché è proprio su questo aspetto che occorre agire per fare un passo avanti, per arrivare a un reale cambiamento in termini di inclusione sportiva.