Ottant’anni di Repubblica raccontati dai grandi della storia italiana

Di
Redazione
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2 Giugno 2026

Di Angioletta Massimino

Il 2 giugno non è una celebrazione, è un atto di nascita che continua a interrogare il Paese.

Nel 1946, dopo vent’anni di dittatura e una guerra che aveva ridotto l’Italia in macerie, quasi venticinque milioni di cittadini, uomini e donne per la prima volta insieme, si presentarono alle urne.

L’affluenza sfiorò ovunque il novanta per cento, le donne furono decisive con quasi tredici milioni di voti, e con 12.718.641 preferenze contro 10.718.502 la monarchia cadde.

Il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la Repubblica. È da quel momento che bisogna partire per capire quali sogni sono diventati realtà e quali sono rimasti illusioni.

Giuseppe Mazzini (1805-1872) aveva già scritto la premessa morale di tutto questo quando affermava: «La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello». Mazzini sposta la Patria dal suolo all’orizzonte morale, la libera dalla geografia e la consegna alla responsabilità. È il punto di partenza di tutto: la Repubblica non nasce da un confine ma da un’idea.

Luigi Sturzo (1871-1959), decenni dopo, avrebbe avvertito che «La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai Partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre Istituzioni e ancorate le nostre libertà». Sturzo mette il dito nella piaga: la Costituzione non è un testo sacro da venerare ma un terreno da custodire. Se si sgretola, crolla tutto il resto.

Antonio Gramsci (1891-1937), nel 1919, aveva già indicato la strada: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Gramsci non parla di rivoluzione armata ma di rivoluzione civile: conoscenza, partecipazione, organizzazione. È la formula della cittadinanza attiva che la Repubblica sognava e che troppo spesso abbiamo dimenticato.

Sandro Pertini (1896-1990), che quella Repubblica l’aveva difesa con la vita, ricordava che «Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi». Pertini restituisce sangue e volto alla Carta: non è un documento, è un sacrario laico. Difenderla non è un’opzione, è un dovere verso chi non è tornato.

Teresa Noce (1900-1980), partigiana e costituente, aveva colto il nodo essenziale: «La Costituzione democratica della Repubblica Italiana non può limitarsi ad affermare dei diritti: deve indicare anche come intende garantire il godimento di questi diritti a tutti i cittadini italiani». Noce smaschera l’ipocrisia delle democrazie che proclamano diritti senza costruire le condizioni per esercitarli. È il punto in cui la Repubblica inciampa ancora oggi.

Gianni Rodari (1920-1980), con la sua ironia che scava più di un trattato, ricordava che «In principio la Terra era tutta sbagliata, renderla più abitabile fu una bella faticata. Per passare i fiumi non c’erano ponti, non c’erano sentieri per salire sui monti. […] C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti: rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti». Rodari non fa poesia, fa politica: dice che il mondo non migliora da solo e che la Repubblica è un cantiere infinito.

Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016) parlava della Repubblica come di un «vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di eguaglianza, di giustizia. Nei valori della propria storia e della propria civiltà». Ciampi ricorda che la Repubblica non è solo Istituzioni ma identità condivisa, un patto morale che tiene insieme un Paese spesso diviso.

Oriana Fallaci (1929-2006), con la sua brutalità che non concede sconti, scriveva che «La Patria non è un’opinione. O una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. È un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno». Fallaci restituisce alla Patria la sua dimensione carnale, non simbolica. Non è un drappo da sventolare ma un legame che ti abita.

Sergio Mattarella (nato nel 1941) ricorda che «La Costituzione affida a ciascun cittadino la responsabilità di concorrere alla coesione sociale del Paese. Il compito di attuare in concreto gli ideali costituzionali… è una missione mai esaurita». E aggiunge che «Indipendenza e libertà sono conquiste che vanno difese ogni giorno, in comunione di intenti e con la capacità di cooperare per il bene comune». Mattarella riporta la Repubblica alla sua dimensione quotidiana: non è un anniversario ma un esercizio costante di responsabilità. La Repubblica, però, non vive solo di principi: vive di memoria, di idee che resistono, di legalità costruita giorno per giorno, di libertà che non è mai un bene privato.

Liliana Segre (nata nel 1930) lo ricorda con una frase che è un monito e una diagnosi: «La memoria è un vaccino prezioso contro l’indifferenza». Segre dice la verità più scomoda: senza memoria, la Repubblica muore di apatia.

Giovanni Falcone (1939-1992) aggiunge la parte che manca: «Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini». Falcone definisce la continuità della Repubblica: non è fatta di eroi ma di idee che trovano nuove gambe.

Paolo Borsellino (1940-1992) completa il quadro: «La rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma la legalità si costruisce nelle aule di giustizia». Borsellino spiega che la Repubblica non si difende con gli slogan ma con la giustizia.

Don Luigi Ciotti (nato nel 1945) lo dice con la semplicità dei concetti che non si discutono: «La libertà non è un bene individuale: o è di tutti o non è di nessuno». Ciotti riporta la Repubblica al suo nucleo: la libertà non è un privilegio ma un bene comune.

E infine una voce più recente, Roberto Saviano (nato nel 1979), che chiude il cerchio con una verità che non invecchia: «La libertà è la possibilità di dire no». Saviano ricorda che la Repubblica vive solo se i cittadini sanno opporsi, rifiutare, resistere.

Ottant’anni dopo, il 2 giugno non è una festa da cartolina: è un esame di coscienza. È la domanda che la Repubblica rivolge ai suoi cittadini: cosa avete fatto della libertà che vi è stata consegnata. Avete difeso i diritti o li avete dati per scontati. Avete costruito giustizia o vi siete accontentati della retorica. Avete tenuto accesa l’idea di Patria o l’avete ridotta a un simbolo vuoto. La verità è che la Repubblica non è mai stata un sogno compiuto: è un cantiere aperto. Alcune impalcature reggono ancora, altre scricchiolano, altre non sono mai state montate, ma il 2 giugno serve proprio a questo: a ricordarci che la Repubblica non è un anniversario, è un lavoro quotidiano.

E quel lavoro, oggi come allora, riguarda tutti!