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Nuovo Patto di Stabilità, meno debito

Di
Redazione
|
21 Gennaio 2024

Nonostante la distanza che normalmente separa maggioranza e opposizione, il nuovo Patto di Stabilità e Crescita è stato giudicato troppo rigido in modo pressoché bipartisan: eppure, proprio il vertiginoso debito pubblico italiano dimostra, insieme alle scarse misure intraprese negli anni per contenerlo, quanto il nostro Paese ne abbia bisogno
Alberto Brambilla

Il Patto di Stabilità e Crescita recentemente concordato in UE e che, se tutto andrà bene entrerà in vigore verso metà 2024, ha scatenato nel nostro Paese la solita ridda di polemiche tra le due “tifoserie” politiche, ben sostenute da gran parte dei media anch’essi, purtroppo, schierati come ultrà delle due fazioni. A parte i distinguo tra la maggioranza (che, ovviamente, difende il risultato raggiunto) e l’opposizione (che, al di là dei contenuti, quei risultati li critica per mestiere), esiste un filo comune sul quale i due schieramenti sono d’accordo: il Patto è troppo rigido e non consente di fare sempre più debito pubblico da lasciare, in modo immondo e immorale, a figli e nipoti. Proprio a quei giovani per i quali tutti si strappano le vesti per il loro futuro precario, la mancanza di lavoro e la misera pensione.

Nonostante il nuovo Patto preveda a fine periodo (4 o 7 anni), anziché un surplus di 0,25% di PIL, un deficit (quindi sempre altro debito) pari all’1,5% del Prodotto Interno Lordo, scontando alcune spese di difesa e investimenti, e una riduzione dello stock di debito dell’1% l’anno (anziché una riduzione al 60% in 20 anni; cosa impossibile per il nostro povero Paese che sta sopra il 140%), la lamentela corale è contro la “matrigna Europa” che, dicono, ci costringe all’austerità e a spendere meno. Confondendo, forse volutamente, spesa corrente con spesa per investimenti, si accusa il Patto di ridurci lo sviluppo.

Alle varie tifoserie non sfiora neppure l’idea che nel 2024 spenderemo per pagare gli interessi sul debito più di 90 miliardi contro, i circa 70 usati per scuola, istruzione, università e ricerca. Non li sfiora nemmeno il fatto che le imposte gravano per la quasi totalità sul 40% della popolazione, mentre il restante 60% è “mantenuto totale”, una zavorra che affonda il Paese; o che, per garantire la sola sanità a questo 60%, quelli del 40% – e, in particolare, quel meno del 14% che dichiara, udite udite, da 35 mila euro lordi in su – devono versare oltre 58 miliardi l’anno. Le varie fazioni vorrebbero continuare a fare debito à gogo come ai bei tempi di Conte. Al netto dei nefasti effetti del cosiddetto “superbonus”, che potrebbe incrementare di molto i deficit annuali e quindi il debito, fatti 160 miliardi nel 2020, si sta parlando di 104,9 miliardi nel 2021 e di 83,6 nel 2022, cui si aggiungono i circa 98 miliardi del 2023. Mica male 446 miliardi in 4 anni, spesi in gran parte per il 60% delle cosiddette “famiglie fragili” (60% è un dato da Paese in via di sviluppo) che già beneficiano di tutti i servizi gratuitamente non pagando alcuna imposta. Dopo gli 80 euro al mese di Renzi, per le famiglie “fragili” – come le chiama la politica tutta – è arrivato il bonus giovani da 500 euro (non essendo passata la folle idea di Letta junior di dare una “dote” ai giovani poveri); poi sono arrivati Quota 100, reddito e pensione di cittadinanza, bonus e superbonus e l’AUUF, l’Assegno Unico Universale per i Figli, “paghetta di Stato” al posto dei servizi. E poi, ancora, la decontribuzione, il TIR e altre agevolazioni tutte basate sull’ISEE, strumento che di fatto agevola elusione ed evasione fiscale.

Solo per il 2024 TIR, AUUF e decontribuzione costeranno agli onesti contribuenti oltre 33 miliardi di maggiori uscite e almeno 10 di minori entrate: tutto, ovviamente, a debito e a carico dei soliti noti. Quindi, a fronte del nuovo Patto, la politica del consenso a tutti i costi si ribella all’Europa e ai Paesi che hanno debiti sotto il 90% del PIL.

Per la verità, ci si lamentava già nel 2008 dell’austerità imposta dal vecchio trattato, ritenuto addirittura “stupido” da un politico di lungo corso. Ciò nonostante, il debito pubblico è passato dai 1.632 miliardi (102% del PIL) del 2008 ai 2.409,9 miliardi (134,7% del PIL) del 2019, con un aumento in soli 11 anni di 777 miliardi di nuovo debito (+47% sul 2008). Le politiche impostate nel 2018/19 dal Governo Conte I (reddito di cittadinanza e Quota 100 in primis) sono incappate nel SARS-CoV-2 e, a fine del 2020, il debito ha raggiunto i 2.573,5 miliardi (158% del PIL). A fine 2021, pur a fronte di una crescita del PIL del 7,2% e un aumento dell’occupazione di 550mila unità (numero favorito anche dal nuovo metodo di calcolo Istat), il debito raggiunge i 2.678,4 miliardi di euro, con un incremento di 104,9 miliardi (150,8% del PIL secondo Banca d’Italia), 5 punti percentuali in meno rispetto al 2020 ma con un deficit pari al 6,6%. A fine 2022 (governo Draghi da 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022), il debito pubblico ammonta a 2.762 miliardi di euro (+83,6 miliardi), mentre il PIL ai prezzi di mercato è di 1.909,154 miliardi di euro, con un aumento del 6,8% rispetto all’anno precedente e un rapporto debito/PIL pari al 144,67%. In prospettiva, la NADEF 2023 prevede per il 2023, rispetto a un originario indebitamento del 3,9%, il 5,3%; il 4,3% nel 2024, il 3,6% nel 2025 e il 2,9% nel 2026, con un conseguente nuovo debito di 90 miliardi nel 2024 e 78 nel 2025.

L’ultima rilevazione di Banca d’Italia calcola il debito a ottobre 2023 in 2.860 miliardi: un nuovo record, con un incremento rispetto a fine 2022 di altri 98 miliardi (144,4% contro una media UE di 91,2%) e con una spesa per interessi che sarà di circa 80 miliardi nel 2023 e di oltre 90 nel 2024, quando lo stock di debito si avvicinerà pericolosamente alla soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro. Saremo invece oltre i 95 miliardi nel 2025. Quindi, dal 2008, i governi italiani hanno accumulato ben 1.223,5 miliardi di nuovo debito: una massa enorme e difficilmente solvibile. E se non ci fosse stata la presunta austerità? Quanto debito avrebbero fatto?

Ora, il nuovo Patto di Stabilità e Crescita imporrà – per fortuna, c’è l’Unione Europea – una riduzione del deficit di almeno 1,5% e già si sta studiando come aggirarlo per fare più debito. Sarebbe invece necessario, pur senza snaturare i ruoli di governo e opposizione, che le due “tifoserie” aderissero a una sorta di patto intergenerazionale per l’Italia, rendendo efficiente la macchina pubblica (basterebbe almeno banca dati dell’assistenza), riducendo debito e spesa assistenziale corrente, eliminando flat tax decontribuzione eTIR o, ancora, rivedendo l’ISEE e trasformando l’AUUF in servizi da erogare. Non è del resto credibile che oltre il 54% della popolazione dichiari redditi mediani di circa 10mila euro lordi l’anno!

Solo così si otterrebbero più occupazione (e nuovi servizi), meno falsi poveri e meno spesa corrente disponendo di risorse per le politiche attive del lavoro e per gli investimenti in produttività: l’unica strada per rendere sostenibile il debito e, pazienza, se si perderà qualche consenso. Basterebbe spiegare, gli italiani capiranno.

Alberto Brambilla, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

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