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Piazza Fontana. La strage impunita

Cronologia della strage di stato di Piazza Fontana

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12 dicembre 1969
un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.
Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra.
Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.

15 dicembre 1969,
tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché “il fatto non sussiste”.
Intanto gli inquirenti continuano a seguire la pista anarchica.

16 dicembre 1969
Viene arrestato Pietro Valpreda appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale viene accusato di essere l’esecutore materiale della strage. La conferma di tali accuse è data da un tassista, Cornelio Rolandi , che racconta di aver portato Valpreda il 12 dicembre sul luogo della strage e da Mario Merlino anch’egli militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un neofascista infiltrato dai servizi segreti.
Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera.
I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda nasce ad Avellino e vive a Padova dove milita nella gioventù missina alle superiori e nel Fuan all’università. Abbandonerà poi l’Msi per aderire all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti. Grande ammiratore di Hitler ed Himmler è convinto sostenitore della supremazia della razza ariana. Ventura nasce a Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista. Adesso la pista che si segue è quella nera, e l’indagine coinvolge nuovi personaggi come Guido Giannettini appartenente al Sid esperto e studioso di tecniche militari. Il suo nome viene coinvolto nelle indagini dopo le dichiarazioni di Lorenzon, un professore di Treviso amico di Giovanni Ventura, il quale riferisce al giudice Calogero alcune confidenze fattegli da Ventura circa gli attentati dinamitardi avvenuti i quel periodo. Lorenzon prende questa iniziativa il 15 dicembre ‘69, giorno in cui si reca dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove stende un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. Valpreda si trova ancora in carcere quando nel 1971, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo neofascista si riuniva presso una sala dell’Università di Padova messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anch’egli esponente di Ordine Nuovo e fidato collaboratore di Franco Freda.

23 febbraio 1972
inizia a Roma il primo processo per la strage, che vede come principali imputati Valpreda e Merlino. Il processo verrà poi trasferito a Milano per incompetenza territoriale ed infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.

3 marzo 1972
Freda e Ventura vengono arrestati e con loro finisce in manette anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, su mandato del procuratore di Treviso, con l’accusa di ricostituzione del partito fascista, e perchè implicato negli attentati del’69 e nella strage di piazza Fontana. L’inchiesta è in mano ai magistrati milanesi D’ambrosio e Alessandrini, i quali decidono di rimettere in libertà Pino Rauti senza far cadere i capi d’accusa, per evitare che se Rauti fosse eletto deputato i fascicoli passassero ad una commissione parlamentare. Dalle indagini emerge sempre più chiaramente un collegamento fra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. È infatti alla fine del 1972 che uomini del Sid intercettano il Pozzan , latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio ed avergli fornito un passaporto falso lo hanno fatto espatriare in Spagna. Il Sid interviene anche per Ventura all’inizio del 1972, quando questi, detenuto nel carcere di Monza, sembra voler cedere e rivelare alcune informazioni sulla strategia della tensione, gli viene fatta avere una chiave per aprire la cella e delle bombolette di gas narcotizzante per neutralizzare le guardie di custodia permettendogli la fuga. Siamo adesso alla volta di Giannettini, il quale, legato al Sid da un rapporto di collaborazione, dopo essere stato sospettato di coinvolgimento nella strage, viene indotto ad espatriare in Francia dove continuerà ad essere stipendiato dal Servizio.

20 ottobre 1972
Tre avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.

29 dicembre 1972
Torna libero Pietro Valpreda. Viene infatti approvata una legge che prevede la possibilità di accordare la libertà provvisoria anche per i reati in cui è obbligatorio il mandato di cattura.

18 marzo del 1974
Il processo riprende a Catanzaro il ma dopo trenta giorni ci sarà una nuova interruzione per il coinvolgimenti di due nuovi imputati: Freda e Ventura.

Catanzaro, 27 gennaio 1975
Al terzo processo sono imputati sia gli anarchici che i neofascisti. Anche questo procedimento viene interrotto, dopo un anno, per l’incriminazione di Giannettini

Catanzaro, 18 gennaio 1977
Gli imputati sono: neofascisti, Sid e anarchici.
La sentenza: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino.
Gli imputati condannati con la prima sentenza verranno poi assolti tutti in appello, ma la Cassazione annullerà la sentenza proscioglierà Giannettini e ordinerà un nuovo processo.

Catanzaro, 13 dicembre 1984
inizia il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza è confermata dalla Cassazione.

Catanzaro, 26 ottobre 1987
Al sesto processo gli imputati sono i neofascisti Fachini e Delle Chiaie.

20 febbraio 1989
gli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto

1990
le indagini riaperte dal Pubblico Ministero Salvini subiscono una svolta decisiva. Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di ordine Nuovo, per sua stessa ammissione, è l’esecutore materiale della strage. Zorzi dopo l’attentato riparò in Giappone dove tuttora vive protetto dal governo Nipponico che ha sempre rifiutato di concedere l’estradizione del neofascista.

5 luglio 1991
la sentenza di assoluzione per fachini e Delle Chiaie viene confermata dalla Corte d’assise d’appello di Catanzaro.

11 aprile 1995, a conclusione di quattro anni di indagini svolte sull’ attivita’ di gruppi eversivi dell’ estrema destra a Milano, un’ inchiesta parallela a quella sulla strage di Piazza Fontana, il giudice istruttore Guido Salvini rinvia a giudizio Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Carlo Digilio e Ettore Malcangi e trasmette a Roma gli atti riguardanti Licio Gelli per il reato di cospirazione politica per il quale, comunque, non si potra’ procedere perche’ il gran maestro della Loggia P2 non ha avuto l’ estradizione dalla Svizzera per questo reato.

17 maggio 1995: arrestato l’ ex agente della Cia Sergio Minetto.

10 novembre 1995: Il tg di Videomusic dice che il giudice Salvini ‘si e’ formato l’ opinione’ che l’ autore della strage sarebbe Delfo Zorzi. Il giudice protesta per la fuga di notizie.

23 luglio 1996: arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali, accusati di favoreggiamento personale aggravato.

14 giugno 1997: il gip Clementina Forleo emette due ordini di custodia, uno per Carlo Maria Maggi, l’altro, non eseguito, nei confronti di Delfo Zorzi, da vari anni imprenditore in Giappone.

21 maggio 1998: La Procura di Milano chiude l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (21 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura) e deposita la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone, tra cui: Carlo Maggi, il medico veneziano a capo di Ordine Nuovo nel Triveneto nel 1969; Delfo Zorgi, neofascista di Mestre oggi miliardario in Giappone; Giancarlo Rognoni, milanese, allora a capo della ‘?Fenice”; Carlo Digilio, esperto di armi e esplosivi in contatto anche con i servizi segreti, che e’ l’unico ‘pentito’ dell’inchiesta; e i due ex appartenenti ad Ordine Nuovo Andreatta e Motagner, accusati di favoreggiamento. I magistrati della procura milanese hanno tenuto aperto uno ‘stralcio’ riguardante Dario Zagolin, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato in contatto con Licio Gelli, presunto stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni, e un altro riguardante la ‘squadra 54′, un nucleo speciale di quattro poliziotti dell’ Ufficio Affari riservati del Viminale, spediti a Milano nei giorni dell’attentato di Piazza Fontana.

13 aprile 1999: con una serie di eccezioni preliminari comincia l’udienza preliminare del processo d’appello.

8 giugno 1999: il gip Clementina Forleo rinvia a giudizio l’imprenditore Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e Stefano Tringali con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

16 febbraio 2000: comincia in seconda sezione della Corte d’ Assise di Milano il nuovo processo, ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.

1 luglio 2001: la Corte di Assise di Milano condanna all’ ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d’armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.

19 gennaio 2002. Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.

6 luglio 2002. Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.

16 ottobre 2003. A Milano comincia il processo presso la Corte d’assise d’appello.

22 gennaio 2004. Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.

12 marzo 2004. La Corte d’assise d’appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.

21 aprile 2005. Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l’assoluzione disposta dalla Corte d’assise d’appello.

3 maggio 2005. La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

 

Source: Accadede in Italia da QdC
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Botta e risposta tra Salvini e Schlein su cannabis e tetto al contante

Botta e risposta tra Salvini e Schlein su cannabis e tetto al contante

Il ministro accusa il Pd di avere come priorità “più tasse e più canne”. La candidata alla segreteria Pd: “Legalizzare sottrae terreno alla criminalità, alzare il tetto al contante la agevola”

AGI – Botta e risposta via social tra Matteo Salvini e la candidata alla segreteria Pd, Elly Schlein. Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti pubblica un post in cui spiega: “Più tasse e più canne, le priorità del PD per aiutare gli Italiani. Si ride o si piange?”.

Il riferimento è poco più sotto, in una ‘card’ in cui appare la deputata, con il simbolo del Pd appiccicato sulla fronte con Photoshop, e la didascalia: “Congresso Pd, le proposte di Schlein: Sì alle droghe leggere e aumento della tassa di successione”.

Puntuale la risposta di Schlein: “Noi intanto ci preoccupiamo di non far ridere le mafie”, scrive, per poi spiegare: “La legalizzazione della cannabis sottrae terreno alla criminalità organizzata, mentre alzare il tetto al contante e smantellare il codice appalti la agevola. Son scelte”.

Source: Accadede in Italia da QdC
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Sanità e Trasporti, primo confronto tra i candidati in Lombardia

Sanità e Trasporti, primo confronto tra i candidati in Lombardia

Ai nastri di partenza la campagna elettorale dei quattro candidati governatori in Lombardia: Attilio Fontana (centrodestra), Pierfrancesco Majorino (centrosinistra), Letizia Moratti (Terzo Polo) e Mara Ghidorzi (Unione Popolare)

AGI – Primo confronto pubblico tra i quattro candidati governatori in Lombardia, in vista delle elezioni regionali del 12 e 13 febbraio. La prima ‘tribuna elettorale’ è stata organizzata dal TgR ed è andata in onda su Rai 3 all’ora di pranzo. A sfidarsi, in risposte da un minuto a domanda, sono stati il governatore Attilio Fontana (ricandidato dal centrodestra), Pierfrancesco Majorino (centrosinistra e M5s), Letizia Moratti (Terzo Polo) e Mara Ghidorzi (Unione Popolare).

La polemica si è accesa in particolare sui temi della sanità e dei trasporti. Per quanto riguarda la prima, prendendo la parola Moratti ha rivendicato: “Sono stata chiamata in un momento di estrema criticità e ho portato la Regione Lombardia a diventare la prima per vaccinazioni” anticovid. A stretto giro la risposta ‘velenosa’ di Fontana che, invece, ha parlato della “grande campagna vaccinale realizzata grazie a Guido Bertolaso”.

Moratti ha poi aggiunto che  “la riforma dovrà rafforzare la sanità territoriale e abbattere le liste di attesa”, questione, quest’ultima, “che prima di me non era stata presa in considerazione”. Insomma, “c’è tanto lavoro da fare”. Anche il governatore uscente conferma l’abbattimento delle liste d’attesa come priorità e aggiunge: “In futuro sicuramente la sanità avrà più attenzione al territorio, grazie alle risorse del Pnrr”.

Inoltre “nelle case di comunità si svolgeranno le vere prese in carico dei pazienti”, e “ritengo importante mantenere altissimo il livello dei nostri ospedali”. Da parte sua Majorino ha sottolineato che “è inaccettabile che si dica ai lombardi ‘se vuoi farti curare, paga’. E’ una giustizia intollerabile, perché ci sono delle eccellenze” nella sanità, ma non si è tutelato abbastanza l’interesse pubblico. Il programma più “radicale”, comunque, lo ha presentato Ghidorzi, secondo cui “la sanità deve tornare a essere pubblica, la salute non è una merce ma un bene comune”.

Sul trasporto pubblico, il bersaglio principale di Majorino e Moratti è stata Trenord, l’azienda che gestisce i treni regionali. Il candidato del centrosinistra ha sottolineato come Fontana e la stessa Moratti “non hanno fatto nulla fin qui, quando hanno governato”. Perché “una cura sul ferro per sostenere il trasporto pubblico, e siamo tutti d’accordo che si doveva realizzare, poteva partire prima. Come mai non si è riusciti in questi anni? Perché non si è toccata la scatola di Trenord? Quali interessi si stanno tutelando?”.

Per Majorino “i treni per i pendolari in Regione Lombardia non sono accettabili, chiediamo un sacrificio eccessivo” alle persone che tutti i giorni si spostano per lavorare. La risposta del governatore non si è fatta attendere: “Se non si è intervenuti sul ferro è perché Rfi, una società che fa riferimento a Ferrovie dello Stato, non è intervenuta. La rete appartiene a Rfi, quindi Majorino si dovrebbe vergognare perché i ‘suoi’ governi non hanno fatto fare un metro quadrato di trasporto su ferro”.

Insomma, il trasporto ferroviario “funziona se ci sono treni e linea efficienti. I treni li stiamo comprando, la linea dipende da Rfi, non da noi”. Per questo “abbiamo chiesto un intervento, Rfi ha riconosciuto la fatiscenza della linea e si sono impegnati a investire 14 miliardi. Per ora non hanno fatto niente, confidiamo nel ministro Salvini”. Secondo Moratti “Trenord è inefficiente, un servizio non degno della Lombardia. Noi abbiamo la proposta di mettere a bando il servizio”.

Ghidorzi, invece, ha ricordato che “la Lombardia è la regione più inquinata d’Italia. Il tema dei trasporti è fortemente collegato alla qualità  dell’aria, per noi va disincentivato l’utilizzo del mezzo privato. Si può agire prevedendo un piano per un trasporto pubblico che sia integrato ed efficiente”.

Altro tema divisivo sono state le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Moratti, memore dell’esperienza dell’Expo milanese del 2015, ha chiesto che quell’evento sia “un esempio” anche per i Giochi che “in questo momento presentano ritardi rispetto a impianti e infrastrutture”.

Dunque “ci si deve dare rapidamente una mossa”. Dal canto suo, Majorino ha puntualizzato che sarebbe “uno scempio perdere l’occasione delle Olimpiadi”, ma bisogna farle “in modo sostenibile” guardando agli errori del passato, per evitarli.

Infine, Fontana ha rassicurato tutti: “Le Olimpiadi sono organizzate tramite una Fondazione, che si occupa della realizzazione dei Giochi, degli eventi sportivi, dell’accoglienza di turisti, e che sta realizzando il suo compito in maniera tempestiva. Ci sono opere pubbliche affidate a Regione Lombardia che sono nei tempi previsti; ce ne sono altre affidate a una società  costituita dal governo, formata con un certo ritardo, ma che sta recuperando. Il commissario nominato dal governo garantisce che l’Olimpiade si realizzerà e sarà una grande Olimpiade”.

Source: Accadede in Italia da QdC
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“Nessuna volontà di colpire i benzinai, ma non torniamo indietro”

“Nessuna volontà di colpire i benzinai, ma non torniamo indietro”

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni da Algeri chiarisce di aver già convocato “due volte” le associazioni di categoria ma di non essere intenzionata a fare dietrofront su un “provvedimento che riteniamo giusto”

AGI – Il governo ha già convocato i benzinai “due volte”: “nessuno vuole colpire la categoria” ma non intende tornare indietro sul provvedimento. Lo dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ad Algeri, rispondendo alle domande dei giornalisti sullo sciopreo dei benzinai.

I benzinai “li abbiamo già convocati due volte, abbiamo tentato di andare loro incontro partendo dal presupposto che i nostri provvedimenti non sono un modo per additare la categoria”. I benzinai “hanno fatto delle legittime rimostranze, noi siamo andati loro incontro, ma non potevamo tornare indietro su un provvedimento che riteniamo giusto. Non c’è alcuna volontà di colpire una categoria, ma la necessità di fare ordine”, ha detto.

Source: Accadede in Italia da QdC
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Il governo della “non sfiducia”, nel 1976

Il governo della “non sfiducia”, nel 1976

 

La storia del terzo governo Andreotti, citato da Napolitano e auspicato dal PD, che restò in carica due anni senza avere la maggioranza in Parlamento

 

Lunedì 8 aprile il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha citato durante una commemorazione il governo italiano che si formò nel 1976, dicendo: «ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà». Molti hanno colto un riferimento all’attuale crisi politica e alla necessità di trovare un ampio accordo tra i partiti per la formazione di un governo. Il riferimento è alla nascita del terzo governo Andreotti, nell’estate del 1976, citato più volte in queste settimane anche da vari esponenti del PD che auspicano la formazione – sulle stesse premesse – di un governo guidato da Pier Luigi Bersani.

Cosa successe nel 1976
Il 1976 cominciò in Italia con una crisi politica: il presidente del Consiglio Aldo Moro aveva dimostrato, nel governo che presiedeva dal novembre 1974, di essere disponibile a un’apertura nei confronti del Partito Comunista Italiano (PCI) allora guidato da Enrico Berlinguer. Il Partito Socialista, che sosteneva Moro, era in forte disaccordo con questa linea e decise infine di ritirare il suo sostegno al governo, che si dimise il 7 gennaio 1976.

Un mese dopo la Democrazia Cristiana formò un nuovo governo, questa volta solamente con ministri della DC: il presidente del Consiglio, per la quinta volta, fu ancora Aldo Moro. In quei giorni, però, la Democrazia Cristiana dovette affrontare anche due scandali, oltre alla difficile situazione politica. Il primo a gennaio, quando sui giornali americani vennero fuori notizie di presunti finanziamenti degli Stati Uniti a esponenti democristiani di primo piano come Andreotti e Donat Cattin. Il secondo, che ebbe molto più risalto, fu il cosiddetto “scandalo Lockheed”, con l’accusa ad alcuni politici italiani di aver ricevuto tangenti per acquistare alcuni aerei da trasporto militari. Il caso arrivò a coinvolgere il presidente della Repubblica Giovanni Leone e l’ex presidente del Consiglio Mariano Rumor: sotto pressione crescente, il governo Moro si dimise e il presidente della Repubblica sciolse in anticipo le Camere.

 

Nel frattempo la situazione economica italiana era in costante peggioramento. Nel 1975 appena concluso l’inflazione era stata dell’11 per cento e non accennava a calare. A causa della svalutazione, le banche iniziarono a emettere i cosiddetti “miniassegni”, una sorta di cartamoneta sostitutiva degli spiccioli che durò per diversi mesi. L’economia, dopo la crisi petrolifera che aveva investito tutto l’Occidente, era in una situazione pessima: nel 1975 il Prodotto Interno Lordo si ridusse del 2,1 per cento.

Si arrivò quindi alla campagna elettorale del 1976 con la sensazione diffusa che il Partito Comunista Italiano (PCI) potesse per la prima volta portare a termine uno storico “sorpasso” sulla Democrazia Cristiana, ovvero ottenere più voti. Le “prove generali” del sorpasso erano state le elezioni amministrative del 15-16 giugno 1975, circa un anno prima: alle amministrative e alle regionali il PCI aveva ottenuto un ottimo risultato con il 33 per cento dei voti, a soli tre punti percentuali dalla Democrazia Cristiana. Il PCI, dopo quelle elezioni, governava cinque regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Piemonte e Liguria) e le prime cinque città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino e Genova). In totale, sommando a quelli del partito comunista i voti del Partito Socialista Italiano (12 per cento) e di alcuni partitini dell’estrema sinistra, il centrosinistra italiano era arrivato vicino al 47 per cento dei voti.

La Democrazia Cristiana aveva accusato il colpo: Amintore Fanfani aveva lasciato la segreteria (gli successe Benigno Zaccagnini) ma il partito di governo sembrava in quel periodo sempre più ostaggio delle lotte tra correnti. Lo scarso entusiasmo per la Democrazia Cristiana paralizzata da scandali e divisioni interne venne riassunto dal celebre giornalista Indro Montanelli, allora direttore del Giornale: riprendendo una frase di Gaetano Salvemini prima delle elezioni del 1948, scrisse lo slogan poi diventato molto famoso nella storia politica italiana: «Turiamoci il naso e votiamo DC».

Il terrorismo
Oltre alla situazione politica, un altro elemento importante della situazione era il terrorismo politico. Per dare un’idea del clima di quei mesi, tra dicembre 1975 e gennaio 1976 vennero attaccate con bombe e scariche di mitra quattro caserme dei carabinieri, due a Milano e due a Genova, in mezzo a tutta una serie di sequestri e ferimenti che apparivano sulle cronache a scadenza quasi settimanale. A fianco degli atti terroristici, diretti a dirigenti industriali, poliziotti e magistrati, c’erano poi frequenti e violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine e tra estremisti di destra ed estremisti di sinistra.

Il 27 maggio 1976, poi, era cominciato a Torino il processo al cosiddetto “nucleo storico” delle Brigate Rosse, che aveva come imputati alcuni leader storici tra cui Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Nonostante questo, e una serie di arresti nei primi mesi di quell’anno, le Brigate Rosse riuscirono a portare a termine un’azione che fece grandissima impressione sull’opinione pubblica: l’8 giugno del 1976, solo dodici giorni prima delle elezioni, il procuratore generale della Corte d’Appello di Genova Francesco Coco venne ucciso insieme alla sua scorta. L’uccisione di Coco venne rivendicata dalle Brigate Rosse con un comunicato letto nell’aula del tribunale di Torino dai leader in carcere, durante un’udienza del processo.

Le elezioni del 20 giugno 1976
In questo clima teso e complicato si arrivò alle elezioni politiche, il 20 giugno 1976, le prime in cui l’età minima del voto venne abbassata da 21 a 18 anni. Lo spoglio diede al PCI il suo massimo risultato storico alle politiche, con il 34,4 per cento: 12,6 milioni di voti e 228 deputati. Il “sorpasso” però non ci fu, perché la Democrazia Cristiana prese il 38,7 per cento e circa un milione e mezzo di voti in più. Durante tutta la campagna elettorale la DC aveva invitato al voto per sé come unico argine al “pericolo rosso” antidemocratico e legato all’Unione Sovietica. Nonostante le difficoltà e le divisioni interne, la DC riuscì a recuperare molti dei voti che aveva perso nel 1975, togliendo però consensi ai partiti minori di centro come repubblicani e liberali.

Il terzo partito di quelle elezioni fu il Partito Socialista Italiano, che però si fermò al 9,6 per cento: il risultato venne vissuto come una sconfitta e portò alla sostituzione, un mese dopo le elezioni, del segretario Francesco De Martino con il leader di una corrente fino ad allora in minoranza, l’allora 42enne Bettino Craxi. Tra gli altri partiti, i radicali ottennero l’1,1 per cento ed entrarono in Parlamento.

Alla fine il blocco della sinistra (PCI + PSI + alcuni partiti minori) aveva ottenuto circa il 45 per cento dei voti, più o meno lo stesso del blocco di centro (DC + repubblicani + socialdemocratici + liberali). Senza una maggioranza parlamentare chiara – all’epoca si votava con un sistema proporzionale puro – si aprì quindi il problema di come formare il governo.

Senza maggioranza
Il PCI, dal 1972, era guidato dal segretario Enrico Berlinguer. La linea politica risentiva della situazione internazionale: Berlinguer proponeva la formula dell’”eurocomunismo”, ovvero l’alleanza tra i partiti comunisti europei (in particolare italiano, francese e spagnolo) per avere una maggiore autonomia dall’Unione Sovietica, ma il rapporto con l’URSS rimaneva sempre piuttosto ambiguo e i paesi stranieri, Stati Uniti e Germania Ovest in testa, non facevano mistero delle loro preoccupazioni per una partecipazione dei comunisti al governo.

Il punto centrale era infatti se i comunisti potessero o meno partecipare al governo, senza enormi conseguenze a livello interno e internazionale. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva detto a marzo che, con i comunisti al governo, i rapporti tra USA e Italia sarebbero cambiati parecchio; ma poi, il 14 luglio, Jimmy Carter – sulla via di vincere le presidenziali americane – disse che se il PCI fosse entrato nel governo italiano non sarebbe poi stata “una catastrofe”. Gianni Agnelli, allora potente e influente capo di FIAT e di Confindustria, aveva chiarito che secondo lui i democristiani non dovevano scendere a patti con il PCI, che da parte sua doveva rinunciare volontariamente a posizioni di governo per non causare la paralisi.

Il PCI non entrò a far parte del governo, ma nelle trattative politiche che seguirono, aperte a tutti i partiti meno che al Movimento Sociale Italiano, si decise di spartire le massime cariche istituzionali dello Stato tra i diversi partiti in base al loro peso elettorale, con la partecipazione del PCI: il democristiano Fanfani diventò presidente del Senato, il comunista Pietro Ingrao, invece, presidente della Camera (il primo del PCI nella storia della Camera dei deputati). Era la prima volta che si procedeva a questa mediazione, che poi proseguì negli anni successivi (a Pietro Ingrao successe Nilde Iotti, la prima donna presidente della Camera).

Quanto al governo, ci si accordò infine su un governo monocolore (ovvero con tutti i ministri dello stesso partito) della Democrazia Cristiana, guidato per la terza volta da Giulio Andreotti. Berlinguer disse in Parlamento, il giorno del giuramento del governo – 10 agosto 1976 – che il PCI aveva deciso per l’astensione perché aveva messo il bene del paese davanti alle questioni di opportunità politica.

La non sfiducia
Quel governo, che sarebbe durato fino al febbraio 1978, passò alla storia come il “governo della non sfiducia” o “delle astensioni”. La prima formula fu usata dallo stesso Andreotti, che alla Camera disse: «Ho pertanto proposto al Capo dello Stato la nomina dei ministri che oggi con me si presentano per ottenere la fiducia o almeno la non sfiducia del Senato e della Camera dei deputati». La seconda formula, invece, fu il commento più facile davanti ai risultati del voto. La fiducia all’Andreotti III fu votata infatti da 258 deputati su 630, con 44 no e 328 astenuti; al Senato i “sì” furono 137 su 315, con 17 no e 161 astenuti. Oltre al PCI, non parteciparono al voto socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali: il governo partì avendo ottenuto più astensioni che voti favorevoli. Dato che al Senato l’astensione equivale a voto contrario, molti “astenuti” abbandonarono l’aula, ma non tutti in modo da non far mancare il numero legale.

Per un anno e mezzo, quindi, il governo Andreotti contrattò tutti i principali provvedimenti con il PCI, in una continua opera di mediazione che aveva per protagonisti Giulio Andreotti da una parte e Enrico Berlinguer dall’altra. Il PCI teneva a freno il sindacato e le possibili proteste sociali più estese: con questo sostegno sempre un po’ reticente, il governo Andreotti poté approvare alcuni provvedimenti impopolari per cercare di mettere in ordine i conti pubblici. Nel frattempo, la commissione parlamentare incaricata di indagare sullo scandalo Lockheed mise in stato d’accusa il socialdemocratico Mario Tanassi e i democristiani Mariano Rumor e Luigi Gui, con l’accusa di corruzione. Il parlamento approvò l’incriminazione di Gui e Tanassi, mentre Rumor ne uscì pulito.

Per diversi mesi il governo della “non sfiducia” continuò tra sottili equilibrismi, che però entrarono in crisi alla fine del 1977, quando ci furono alcune grandi manifestazioni contro il governo Andreotti. Nei cortei della sinistra extraparlamentare era chiamato addirittura “governo Berlingotti”: era iniziata anche la stagione cupa e violenta del Settantasette. A metà gennaio del 1978 si aprì la crisi di governo, che durò circa due mesi e si concluse nel marzo 1978 con un altro governo Andreotti, il quarto. Questa volta, però, i comunisti avevano accettato di votare a favore del governo (un altro monocolore democristiano). L’Andreotti IV si costituì l’11 marzo 1978: cinque giorni dopo, il 16 marzo, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro e uccisero gli uomini della sua scorta, poche ore prima della presentazione del nuovo governo al Parlamento.

 

Source: Accadede in Italia da QdC
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