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Nel 2020 le PMI perderanno un milione di posti di lavoro

Saranno circa un milione i posti di lavoro persi nelle pmi nel 2020. Questo nonostante il blocco dei licenziamenti. Gli organici delle piccole medie imprese potrebbero subire una contrazione di circa il 10%. E, sul versante della sicurezza sul lavoro, la metà delle aziende è poco o per nulla attrezzate a gestire il personale in caso di contagi. È quanto emerge dall’indagine «crisi, emergenza sanitaria e lavoro nelle pmi», presentata nell’ambito del Festival del lavoro, la manifestazione organizzata dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro (Cno). Tutta la manifestazione può essere seguita in diretta anche sul sito di ItaliaOggi «Si profila un periodo di grande incertezza», le parole della presidente del Cno Marina Calderone espresse ieri durante la presentazione del festival. «Il quadro che abbiamo non è certo confortante: più ci saranno chiusure e limitazioni per le attività commerciali e più si amplierà quel senso di incertezza che caratterizza il mondo del lavoro, soprattutto autonomo. Abbiamo perso più di 200 mila lavoratori autonomi, di cui un terzo almeno appartenente alle professioni intellettuali, il vero punto di riferimento della piccola media impresa. I prossimi mesi ci vedranno nuovamente impegnati con la gestione degli ammortizzatori sociali, speriamo davvero che questa volta si accettata la nostra proposta di semplificazione degli ammortizzatori». Secondo quanto emerge dall’indagine, sebbene il 59% dei consulenti reputi che le aziende siano ad oggi attrezzate in materia di prevenzione (dispositivi di protezione, sanificazione ambienti, etc), queste non sarebbero comunque pronte a dover gestire nuove situazioni emergenziali. Il 44,7% dichiara, infatti, che le aziende sono mediamente poco o per nulla attrezzate a gestire il personale in caso di contagi (diretti o indiretti) e il 37,2% a fornire la connessa informazione sul «da farsi». La preoccupazione di dover gestire un’emergenza sanitaria è peraltro secondaria rispetto alla possibilità di doversi nuovamente trovare alle prese con le procedure per la cassa integrazione (indicata come principale criticità da affrontare nelle prossime settimane dal 62,8%), ma anche l’avvio delle ristrutturazioni (42,8%), l’inevitabile riduzione dei livelli di produttività (42,2%), la gestione delle esigenze del personale, alle prese con conciliazione e quarantene, e la sua riorganizzazione. E a poco servirà il ricorso allo smart working visto che per la maggioranza dei Consulenti (56,9 %) le imprese faranno di tutto per tenere i lavoratori in sede (8 su 10 già tornati a fine settembre), soprattutto a causa della tipologia di attività svolta. La giornata di ieri è stata anche l’occasione per presentare dei dati positivi sul mercato del lavoro, in questo momento difficile. Sono quelli relativi ai tirocini professionali: «Nel 2019», si legge nella nota dei consulenti del lavoro, «si conferma il trend, a livello europeo, che vede il tirocinio come lo strumento privilegiato per l’accesso dei giovani al mercato del lavoro, e quelli promossi dalla Fondazione consulenti per il lavoro, l’agenzia per il lavoro del Consiglio nazionale dell’ordine autorizzata dal ministero del lavoro, si confermano il maggior numero a livello nazionale (oltre 128 mila) e con una percentuale di trasformazione in opportunità lavorativa (entro i 6 mesi dalla conclusione del tirocinio) nel 64,1% dei casi». L’indagine, dedicata proprio ai tirocini di Fondazione lavoro e all’inserimento occupazionale, evidenzia come Il numero di tirocini in Italia risulta in crescita negli ultimi sette anni. Si è passati dai 195.698 tirocini extracurriculari attivati nel 2013 ai 344.853 del 2019».In tale scenario», si legge nella nota della Fondazione, «ad aumentare è anche il numero di tirocini il cui ente promotore è stato Fondazione lavoro: il volume di tirocini si è triplicato nel giro degli stessi sette anni, passando dai 9.668 tirocini attivati nel 2013 ai 29.439 del 2019. Se osserviamo l’incidenza dei tirocini di Fondazione lavoro sul totale nazionale, notiamo, in particolare, che i consulenti del lavoro nel 2013 gestivano il 4,9% dei tirocini, mentre nel 2019 il loro contributo è arrivato all’8,5% del totale. L’indagine evidenzia che ad incidere sulle opportunità lavorative è il settore in cui si è svolto il tirocinio: tra il 2014 e il 2019, hanno avuto maggior successo occupazionale i tirocini realizzati nel settore industriale (65,7%) e nel settore dell’istruzione e della sanità privata (63,8%). Sopra la media di inserimento del 61,8% troviamo anche il commercio (61,9%) e il vasto settore dei servizi (trasporti, comunicazioni, attività finanziarie ed altri servizi alle imprese) con il 62,6%».

Fonte: Italiaoggi