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Finocchiaro (pres. Confedercontribuenti): bene legge sui microappalti nei piccoli comuni

Siamo soddisfatti che in meno di cinque mesi il 95% dei 400 milioni previsti dalla legge di bilancio per finanziare lavori pubblici nei piccoli Comuni, siano stati appaltati. A dichiaralo il presidente nazionale di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro.  La corsia veloce per i microappalti nei piccoli Comuni, ispirata al modello spagnolo e proposta dall’associazione nazionale comuni d’italia sta proprio funzionando.

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Confedercontribuenti Sicilia: la Sicilia perde 380 milioni di Fondi UE. Licenziare i responsabili.

La Sicilia perde 380 milioni di Fondi UE, un taglio deciso dalla Corte di Giustizia UE che ha respinto il ricorso dell’Italia contro la riduzione delle risorse europee relative al programma operativo regionale 2000-2006. Il taglio dei fondi è dovuto alle gravi carenze nella gestione e nei controlli e a numerose irregolarità: la Sicilia, infatti, non ha garantito una corretta amministrazione dei Fondi europei ricevuti nell’ambito della Politica di Coesione. Le irregolarità riscontrate, in alcuni casi rilevate anche dall’Organismo europeo antifrode (OLAF), riguardano il finanziamento di progetti presentati oltre la scadenza dei termini ma anche l’assenza di qualifiche da parte dei consulenti esterni, così come la presentazione di giustificativi di spesa non coerenti con i progetti. Diverse incongruenze sono emerse anche in merito alla violazione delle procedure in materia di appalti. Un fatto di assoluta gravità, si individuino i responsabili e si provveda al loro licenziamento, afferma in una nota la Confedercontribuenti Siciliana.

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Catania, l’inchiesta sui “Durc facili” e sulle “anomalie” che truccano le gare d’appalto

Catania – Come ogni valanga che si rispetti, anche questa ha origine da una palla di neve. Minuscola. Ma soltanto in apparenza. Nel maggio del 2018 alla Cassa Edile di Catania si presenta un imprenditore. Che segnala una strana circostanza: avrebbe ottenuto il Durc (Documento unico di regolarità contributiva) «dietro presentazione di un assegno in bianco e non intestato», quindi «senza aver provveduto ad alcun versamento né aver presentato un piano di rateizzazione del debito». E quindi, di fronte all’ente che rilascia il prezioso “passaporto”, indispensabile per partecipare alle gare d’appalto, il costruttore non si capacita del perché «nonostante l’assegno in bianco» lasciato «in direzione» aveva «ricevuto una notifica d’avvio di azione legale».

Volle il caso che, rispetto al periodo dei fatti segnalati, i vertici etnei di Cassa Edile fossero cambiati. E così i due interlocutori – Giovanni Pistorio (Fillea-Cgil, vicepresidente dell’ente) e Antonino Potenza (Feneal-Uil) – allertano subito il presidente Marcello La Rosa. Dopo aver ricevuto la conferma del racconto, nero su bianco via Pec, Cassa Edile presenta il primo esposto in Procura. Non si tratta di un caso isolato. Dopo un «sommario accertamento» emergono altre «irregolarità» e dunque La Rosa e Pistorio firmano, a luglio 2018, un altro esposto (con successiva integrazione) ai magistrati, riguardante le «anomalie» su altre sei imprese di costruzioni, dopo aver trovato negli armadi della direzione alcuni documenti. Ma il fenomeno dei “Durc allegri” viene a galla quando la Cassa Edile affida una consulenza a una società specializzata. Il risultato? «La prassi illegittima delle regolarizzazioni manuali, ai fini della regolarità contributiva per l’ottenimento del Durc, ha raggiunto dimensioni impressionanti».

E in effetti è così. Le «azioni anomale» (“manine” che forzano la Bni, Banca dati nazionale per ripulire le posizioni) sono in tutto 409 e riguardano 232 imprese fra luglio 2013 e luglio 2018. Qualche mese dopo arriva la seconda parte dell’esito della consulenza. E anche il numero di imprese regolarizzate con «rimozione manuale di debiti da sanzioni e more per ritardato versamento», nello stesso periodo, è significativo: riscontati 693 elementi (307 sanzioni cancellate e 386 rilievi rimossi) riguardanti 693 aziende edili. Un ultimo riscontro informativo riguarda «liquidazione di rimborsi malattie/infortuni sotto forma di crediti a favore delle imprese”: 255 i casi anomali per 178 ditte etnee. E a questo punto – siamo a ottobre 2018 – il presidente e il vicepresidente di Cassa Edile presentano un altro esposto in Procura. Nel quale viene allegata la perizia informatica con «un numero esorbitante di operazioni irregolari che, a vario titolo, presentano anomalie più o meno gravi». Dalla «analisi dettagliata» del registro delle regolarizzazioni «eseguite manualmente» si evince che le azioni sarebbero state eseguite «a iniziativa delle esclusive utenze» di tre account (con relativa password) della Banca dati nazionale per conto della Cassa Edile: due ex dirigenti e un dipendente, attualmente in organico, «destinatario di azione disciplinare».

La vicenda non è del tutto avulsa dal duro scontro che il nuovo Comitato di gestione di Cassa Edile(insediatosi proprio nel marzo 2018) ha aperto con la vecchia governance dell’ente. A farne le spese è stato l’ex vicedirettore, Filippo De Guilmi, oggetto di una delibera di «recesso ad natum» per «raggiunti limiti di età». In rotta di collisione entra anche il direttore Antonio Piana, che dopo aver denunciato di essere stato delegittimato dal suo ruolo, in coincidenza con il licenziamento del suo vice, ad aprile 2018, inoltra «comunicazione di impossibilità al lavoro per malattia» prorogata fino al 15 giugno. Poco dopo il rientro scatta anche per lui il licenziamento per giusta causa, «considerato il venir meno del rapporto fiduciario, considerata la «natura dell’incarico» e «l’oggetto delle sue mansioni», ovvero «la vigilanza sull’intero operato della Cassa». Proprio Piana è un dirigente legatissimo all’ex presidente di Cassa Edile ed ex leader di Ance, Salvatore Ferlito, uno degli alfieri di Confindustria Sicilia all’epoca di Antonello Montante, con più di una pendenza giudiziaria in corso. Ferlito si fida a tal punto del suo direttore da nominarlo, dal 2 febbraio 2012, amministratore unico di una delle sue società, la Ira Imprese Riunite, della quale Piana era socio al 2%. Direttore di Cassa Edile dal 2008, Piana si dimette non a caso alla fine del 2011. Ma, mentre amministra un’azienda di proprietà del presidente di Cassa Edile, diventa consulente dello stesso ente. Percependo un totale di 88.401,04 euro per fatture da marzo 2012 a ottobre 2013. Proprio il 16 ottobre 2013, Piana, con lettera d’assunzione firmata dallo stesso Ferlito, torna alla Cassa Edile da «quadro con funzioni dirigenziali» e stipendio mensile lordo di 3.765,47 euro.

Al di là del passato, sul tavolo della delicatissima inchiesta che Procura e Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza stanno conducendo sulla Cassa Edile c’è un altro aspetto delicatissimo. Fra le «anomalie» emerse dalla perizia informatica ci sono 255 casi di «liquidazione di rimborsi malattie/infortuni sotto forma di crediti alle imprese». Le aziende, infatti, possono abbattere il debito, ai fini del rilascio del Durc, anche con conciliazioni sindacali del Gnf (Gratifica natalizia e ferie). Importi che vengono scomputati dai debiti delle imprese nei confronti della Cassa Edile, determinando «un danno irrecuperabile per i lavoratori» oltre che per l’ente che perde i contributi e le spese legali I vertici di Cassa Edile hanno rinvenuto altro materiale interessanti: fra il 2015 e il 2018 risultano 102 conciliazioni per un totale di quasi 200mila euro. Fra le righe di alcune di queste pratiche ci sarebbe anche l’ombra di alcune imprese vicine a un potente clan catanese. Soltanto un legittimo sospetto, per ora. In una faccenda che ha soprattutto un altro effetto più che potenziale: aver condizionato, con la concessione del Durc a imprese che non ne avevano titolo, decine di appalti per opere pubbliche in tutta la Sicilia. E non soltanto.

Twitter: @MarioBarresi

Fonte: Lasicilia.it

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Carmelo Finocchiaro (Pres. Confedercontribuenti): Le banche continuano a penalizzare le imprese. Intervenga il Governo.

Nel mese di Maggio è continuato il calo dei prestiti alle imprese da parte delle banche. Nel  rapporto mensile dell’Abi, si legge che l’aumento dell’1% dei prestiti a famiglie e imprese registrato lo scorso mese continua a riflettere la dinamica divergente evidenziata ad aprile tra prestiti alle famiglie, cresciuti del 2,6% grazie alla spinta dei mutui, e la flessione dello 0,6% di quelli alle imprese. Per le imprese si tratta del quinto calo consecutivo su base tendenziale, con una serie negativa iniziata a gennaio. Ancora una volta il sistema bancario, afferma il Presidente Nazionale di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, penalizza il sistema delle imprese, negando credito e dunque le condizione essenziale per lo sviluppo. Chiediamo al Governo un urgente intervento per imporre al sistema bancario il giusto supporto alle imprese, conclude Finocchiaro.

 

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Carmelo Finocchiaro (Pres. Confedercontribuenti): Ecobonus, norma buona per cittadini e grandi imprese. PMI destinate a fare solo i subappaltatori

La misura contenuta nel Decreto Crescita, consente all’impresa esecutrice dei lavori per la riqualificazione energetica e per la messa in sicurezza anti-sismica degli immobili, di anticipare al cliente la detrazione fiscale sotto forma di sconto in fattura, con la possibilità di recuperarlo in cinque anni. Una misura buona per i cittadini e per le grandi imprese ma che condanna al subappalto le pmi, che non saranno in condizione di sostenere il recupero fiscale ceduto in cinque anni. A sostenerlo il Presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, che chiede di rivedere la norma prevedendo la possibilità di anticipare il credito d’imposta alle PMI da parte di Cassa Depositi e prestiti a tassi agevolati, ed evitare che migliaia di imprese piccole e medie diventino ostaggio dei subappalti che imporranno le grandi società di utility a prezzi e condizioni da loro stabilite. Insomma ancora una volta le PMI rischiano di essere costrette a lavorare per i grandi gruppi sottostando alle loro condizioni e senza avere, di conseguenza, la possibilità di emanciparsi e di crescere”.

 

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Fisco comprensibile e semplificato. Passano emendamenti nel decreto crescita.

Un fisco alla portata di tutti. Testi dei modelli e dei provvedimenti comprensibili ai non addetti ai lavori, attuazione delle disposizioni fiscali, rese disponibili, entro 60 giorni dall’emanazione della norma principale, addio alla carta per la tenuta dei registri contabili, il modello f24 esteso anche ai pagamenti delle tasse scolastiche, nessuna richiesta di dati o documenti in possesso dell’amministrazione fiscale, calendario della presentazione delle dichiarazione fiscali al 30 novembre. Sono queste alcune delle novità approvate sotto il segno delle semplificazioni fiscali nella legge di conversione del decreto crescita, licenziata dalla commissione finanze e pronta ad approdare nell’aula della camera per il voto di fiducia tra oggi e domani. La maggior parte delle norme che provano a snellire il rapporto tra fisco e contribuenti appartengono a una proposta di legge di natura parlamentare (la pdl semplificazioni, Ruocco-Gusmeroli) che è poi confluita nel decreto crescita in una serie di emendamenti.

Dichiarazioni con linguaggio ipersemplificato. I modelli di dichiarazione e relative istruzioni dovranno essere comprensibili anche dai contribuenti sforniti di conoscenze in materia tributaria. Essi inoltre dovranno essere messi a disposizione del contribuente almeno 60 giorni prima del relativo adempimento. L’amministrazione finanziaria dovrà fare in modo che agli obblighi tributari si possa ottemperare con il minor numero di adempimenti.

Registri contabili, addio alla carta. È stato più volte annunciato e parzialmente prevista la cosiddetta dematerializzazione dei documenti fiscali, ora arriva un tassello importante.

 

Fonte: Italiaoggi.it

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Salario minimo, stima aumenti e costi per imprese

Ci sono quasi 3 milioni di italiani che prendono meno di 9 euro l’ora e vedrebbero aumentare lo stipendio con l’introduzione del salario minimo. Lato imprese, per il totale delle aziende con dipendenti (che sono 1,5 milioni), ci sarebbe un aggravio di costi pari a 4,3 miliardi complessivi. Idati sono stati forniti da Gian Carlo Blangiardo, presidente ISTAT, in audizione alla commissione Lavoro della Camera dei Deputati.

 Aumenti di salario: stime

Ad oggi, il valore medio della retribuzione oraria contrattuale in Italia(dati relativi a 73 contratti nazionali) è pari a 13,86 euro mentre  quello mediano (che esclude quindi le retribuzioni più alte e quelle più basse) è di12,48 euro.

Ebbene, come si legge nella relazione:

l’adeguamento al salario minimo di €9 determinerebbe un incremento sulla retribuzione media annuale dello 0,9% per il totale dei rapporti e del 12,7% per quelli interessati dall’intervento.

Per la precisione, ci sono 2,9 milioni di lavoratori per i quali la legge comporterebbe un aumento. Sono circa il 21% del totale (2,4 milioni se si escludono gli apprendisti).

L’incremento medio annuale sarebbe per loro pari a 1073 euro all’anno per ogni lavoratore (aumento complessivo del monte salari stimato: circa 3,2 miliardi di euro).

L’adeguamento al salario minimo di €9 determinerebbe un incremento sulla retribuzione media annuale dello 0,9% per il totale dei rapporti e del 12,7% per quelli interessati dall’intervento.

L’aumento coinvolgerebbe soprattutto i lavoratori occupati nelle altre attività di servizi (+8,8%), i giovani under 29 (+3,2%) e gli apprendisti (+10%). I settori più coinvolti: alloggio e ristorazione, noleggio, agenzia di viaggio e servizi di supporto alle imprese, attività artistiche, e in generale nei servizi.

«Minore è la retribuzione annuale, soprattutto in funzione della durata del rapporto di lavoro, minore è il vantaggio in termini assoluti del miglioramento della situazione retributiva», spiega Blangiardo.

Il 91% dei circa 150mila lavoratori sotto i 450 euro annui avrebbero incrementi fino a 150 euro. Coloro che hanno una retribuzione compresa fra i 13mila 500 e i 18mila euro, avrebbe un aumento superiore ai 500 euro: nel 50% dei casi, l’aumento supera i 1500 euro.

Per quanto riguarda le imprese, come detto l’ISTAT calcola una spesa complessiva di 4,3 miliardi. Una cifra che, se non venisse trasferita sui prezzi, «porterebbe a una compressione intorno all’1,6% del margine operativo lordo».

Questi impatti «tendono ad aumentare in misura consistente in alcunisettori dei servizi, risultando pari a circa il 70% del margine operativo lordo per i Servizi di vigilanza e investigazione, a circa il 33% per l’Assistenza sociale non residenziale e 34% le Attività di servizi per edifici e paesaggi, al 24% per le Attività di ricerca, selezione, fornitura del personale, al 19% per le Altre attività di servizi alla persona».

Fonte: PMI.IT

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Più capitale nelle società tra professionisti

Più capitale nelle società tra professionisti. La maggioranza delle quote delle Stp può essere, infatti, di proprietà di non professionisti. Questi potranno detenere, quindi, anche più dei due terzi del capitale della società. Al contrario, le deliberazioni della Stp dovranno essere assunte da una maggioranza qualificata di soci professionisti, pena la cancellazione della società dal registro tenuto dall’albo di appartenenza. È quanto stabilito dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato nella delibera del 22 maggio 2019, pubblicata ieri nel bollettino dell’Authority.

La decisione dell’Agcm è contraria a quella presa lo scorso anno dal Consiglio nazionale dei commercialisti che, con l’informativa n. 85 del 5 novembre 2018, aveva affermato che la maggioranza dei due terzi dovesse valere sia per teste che per quote (l’informativa del Cndcec faceva riferimento all’ordinanza del tribunale di Treviso n.cron. 3438/2018 depositata lo scorso 20 settembre). Nello spiegare la sua posizione, l’Autorità ricorda anzitutto la norma costitutiva delle Stp (legge di stabilità 2012); in particolare viene sottolineato il passaggio per cui «in ogni caso il numero di soci professionisti e la partecipazione capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci: il venir meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della società». La questione, tuttavia, riguarda la cumulabilità dei due requisiti: «l’Autorità è venuta a conoscenza dell’esistenza di interpretazioni da parte di federazioni di ordini professionali in base alle quali i due requisiti di partecipazione (maggioranza dei due terzi in termini di numero dei soci professionisti e di partecipazione al capitale della società) devono ricorrere cumulativamente, a prescindere da chi esercita l’effettivo controllo sulla società». In generale, ricordano dall’Agcm, le federazioni degli ordini lamentano l’esistenza di dubbi interpretativi sull’argomento.

Comunque «l’Autorità è dell’avviso che, al fine di consentire ai professionisti di cogliere appieno le opportunità offerte dalla normativa in materia di Stp e le relative spinte pro-concorrenziali, vada privilegiata l’interpretazione della norma secondo la quale i due requisiti non vengano considerati cumulativi». In questo senso, la maggioranza di professionisti rimane obbligatoria sulle deliberazioni da assumere, ma non sulle quote societarie. L’obbligo, però, non comporta necessariamente che il numero di soci professionisti sia maggiore per testa rispetto ai soci non professionisti, in quanto «possono essere adottati dei patti parasociali o delle clausole statuarie che garantiscano ai professionisti di esercitare il controllo della società, anche nella situazione in cui essi siano in numero inferiore ai due terzi». In questi casi, ad esempio, possono essere previste delle limitazioni al diritto di voto dei non professionisti, oppure l’ampliamento di quello dei professionisti, garantendogli forme di voto multiplo. Nel motivare la sua decisione, l’Autorità afferma che «l’interpretazione data da alcuni consigli e federazioni può determinare limitazioni alla concorrenza, in quanto si traduce in un ingiustificato ostacolo alla possibilità per i professionisti di organizzarsi in Stp». In pratica, vietare che la maggioranza di quote resti in capo ad un soggetto non professionista, riduce le possibilità di aggregarsi in Stp e, quindi, di goderne dei vantaggi.

Fonte: Italiaoggi.it

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Il 2020 sarà l’anno della cripto moneta di facebook, si chiamerà Libra

E’ ufficiale: Facebook da metà del 2020 “batterà moneta”. Con un post, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato la nascita ufficiale di Libra, la criptovaluta del social network. Con la quale, ha spiegato, “aspiriamo a rendere facile per tutti inviare e ricevere soldi proprio come si usano le nostre app per condividere istantaneamente messaggi e foto”. Zuckerberg ha quindi spiegato che il denaro mobile “è particolarmente importante per chi non ha accesso alle banche tradizionali”. Con Libra si potrà pagare e trasferire denaro su Messenger, WhatsApp, Facebook e altri colossi, come Iliad, Uber, eBay e Vodafone. La nuova moneta farà la sua apparizione nella metà del 2020 e coinvolgerà una platea potenziale di due miliardi di persone, quanti gli utenti del social. Ma Librà potrebbe interessare anche alle “persone che non hanno accesso alle banche tradizionali – ha spiegato il fondatore di Facebook. “Ci sono circa un miliardo di persone che non hanno un conto in banca ma hanno un cellulare”. La rete Libra “si baserà su una blockchain open source sicura, scalabile e affidabile. Questo contribuirà a far emergere un nuovo ecosistema finanziario con nuovi usi progettati per incoraggiare l’inclusione finanziaria e l’innovazione”, ha ricordato . Libra “sarà sostenuta da una riserva di beni reali che forniscono stabilità e preservazione dalla speculazione”. Lo scopo dell’Associazione “è fornire un quadro di governance per la rete Libra, facilitare il funzionamento della blockchain, gestire la riserva e aiutare l’ecosistema ad evolversi. Avrà il coordinamento della roadmap tecnica della Rete Libra, preparandosi per il passaggio a una piena blockchain senza autorizzazione assicurando che i membri fondatori mantengano lo stesso ruolo”.

 

fonte: Italiaoggi.it

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Rinvio scadenze fiscali. Slitta tutto a Settembre

Rinvio dei termini dei versamenti in blocco al 30 settembre per i soggetti a cui si applicano gli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa). Ires, Iva e Irap con le relative rate andranno, dunque, versate al 30 settembre e non il prossimo primo luglio. È questo l’effetto dell’emendamento riformulato di Giulio Centemero e Raphel Raduzzi, relatori al decreto crescita all’esame della commissione finanze della camera presentato e approvato ieri. L’emendamento riveduto e corretto su iniziativa di tre commercialisti, nonché esponenti del governo gialloverde, Alberto Gusmeroli, Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci (tutti e tre della Lega), prevede che per i soggetti che esercitano attività economiche, per le quali sono stati approvati gli indici sintetici di affidabilità fiscale, i termini dei versamenti risultanti dalle dichiarazioni dei redditi, da quelli in materia di imposta regionale sulle attività produttive, nonché dell’imposta di valore aggiunto che scadono dal 30 giugno al 30 settembre 2019, sono prorogati al 30 settembre 2019. La finestra temporale individuata nell’espressione «scadono dal 30 giugno al 30 settembre» lascerebbe intendere che la coperta del rinvio dei termini arrivi a coprire anche chi avrebbe scelto la rateizzazione dell’imposta, riscrivendo lo scadenzario delle rate a partire dal 30/9 ma in tre tempi invece che 5 per non sforare nel 2020 con relativi problemi di gettito. Al palo la vera e propria ossessione del consiglio nazionale dei dottori commercialisti che, raccogliendo le istanze della base, non più tardi di venerdì aveva riscritto a Gusmeroli, Bitonci, Garavaglia un accorato appello per la sostanziale sospensione dell’applicazione degli avversati Isa. Sul punto niente da fare. L’emendamento spunta più tempo sul calendario fiscale. Esprime soddisfazione Massimo Miani presidente dei commercialisti: L’emendamento è un fatto molto positivo, con il quale viene recepita una richiesta più volte avanzata». Nelle scorse settimane, sempre per venire incontro alle richieste dei commercialisti, era stato annunciato un dpcm già firmato dal ministro dell’economia, Giovanni Tria e sul tavolo del presidente del consiglio Giuseppe Conte che recava la proroga dei versamenti al 22 luglio senza sanzioni. Ora alla luce di questo nuovo emendamento, il dpcm ha il valore della carta stracciata superato dalla nuova previsione.

Il decreto crescita, infatti, ha concluso il suo iter con l’approvazione nella serata di ieri in commissione finanze della camera. Ora lo attende una corsa contro il tempo per la conversione in legge, si prospetta infatti una doppia fiducia sia alla camera dei deputati sia al senato. Dalla misura si ipotizza risultino esclusi i soggetti a cui non si applicano gli Isa e coloro i quali hanno optato per il regime forfettario. Questi ultimi, infatti, sebbene abbiano un codice di riferimento Isa nell’esercizio dell’opzione tra i punti previsti c’è anche l’esclusione dell’applicazione degli Isa con la conseguenza che i soggetti Isa dunque dovranno provvedere al versamento delle imposte al primo luglio. «Un rinvio di buon senso» è il commento di una nota dei deputati del M5S della commissione finanze, «la nostra priorità è semplificare il sistema tributario», aggiunge la nota.

Fonte: Italiaoggi.it