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Finocchiaro (pres. Confedercontribuenti): Fronte comune. Serve abolire l’IRAP

Il drammatico impatto della pandemia sul quadro economico e sullo scenario della ripresa potrebbe essere il momento giusto per ripensare o superare del tutto una delle tasse più controverse e contestate. Serve abolire una imposta iniqua e vessatoria, come l’Irap. Lo ribadisce il presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, pronto ad un fronte comune con tutte le organizzazioni che sposeranno questa scelta.

“Oggi è urgente cancellare questa imposta che continua ad avere effetti distorsivi, complica gli adempimenti e aggrava i costi per le imprese e  i professionisti”.

 

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Sarà prorogata la Cassa Integrazione Covid 19. Ma con nuove procedure

La Cig per l’emergenza Covid 19 sarà prorogata con procedure semplificate, ma resta da sciogliere il nodo della durata se per ulteriori tre o nove settimane.

Le imprese che hanno già richiesto la cassa integrazione d’emergenza non dovranno presentare una nuova domanda per ottenere le settimane in più di ammortizzatore, sarà sufficiente solo aggiornare l’istanza (si apre a una sorta di domanda di cassa integrazione “precompilata”). Non solo. Si interviene anche sul fronte dei tempi, imponendo step più rapidi: le aziende che chiedono a Inps il pagamento diretto della prestazione debbono anticipare la domanda entro la fine del mese di inizio della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Entro il giorno 20 del mese successivo a quello in cui è collocato il periodo di integrazione salariale richiesto, le Amministrazioni competenti autorizzano la domanda e i datori di lavoro comunicano all’Inps i dati necessari per il pagamento delle prestazioni (il modello Sr41 con l’Iban). L’Inps dispone il pagamento delle prestazioni entro la fine del mese.

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Confedercontribuenti: al via i prestiti alle aziende, garantiti dallo Stato. (sportellobanche@confedercontribuenti.it)

Le garanzie statali sui prestiti bancari sono un capitolo centrale del decreto Liquidità. Capitolo diviso a sua volta in due canali di accesso: la società pubblica Sace (parte del polo Cdp), soprattutto per le imprese più grandi, e il Fondo di garanzia per le Pmi (Mediocredito Centrale e ministero dello Sviluppo) che è più mirato a imprese fino a 499 dipendenti. I prestiti garantiti con le nuove regole non sono ancora operativi, occorre ancora l’autorizzazione della Ue, l’aggiornamento di alcune procedure interne di banche e Sace e l’aggiornamento della piattaforma informatica del Fondo di garanzia. Potranno servire alcuni giorni.

Il canale Sace
Si prevedono tre fasce. Garanzia statale che copre il 90% del prestito per imprese con meno di 5mila dipendenti in Italia e valore del fatturato fino a 1,5 miliardi. Garanzia all’80% per aziende con fatturato tra 1,5 e 5 miliardi o con più di 5mila dipendenti in Italia. Copertura al 70% per imprese con fatturato oltre 5 miliardi. In ogni caso, l’importo del prestito garantito non potrà essere superiore al maggiore di questi due elementi: 25% del fatturato 2019 oppure il doppio dei costi del personale dell’impresa relativi al 2019, come da bilancio o da dati certificati (se l’impresa è nata dopo il 31 dicembre 2018 si fa riferimento ai costi del personale attesi per i primi due anni di attività).

 I vincoli

Ad ogni modo, l’impresa beneficiaria (o altre imprese del medesimo gruppo) non potrà distribuire dividendi o riacquistare proprie azioni nel corso del 2020. L’azienda, poi, sarà chiamata ad assumere l’impegno a gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali. Dovrà inoltre rispettare una clausola made in Italy, cioè dovrà usare il finanziamento solo per attività localizzate in Italia.

I costi e la durata
I prestiti vanno restituiti in sei anni, con preammortamento possibile fino a due anni. Le commissioni sono differenziate. Per le Pmi, in rapporto all’importo garantito, sono pari a 0,25% il primo anno, 0,5% il secondo e terzo, 1% dal quarto al sesto. Per le imprese più grandi sono invece pari a 0,5% dell’importo garantito il primo anno, 1% secondo e terzo, 2% dal quarto al sesto.

fonte: ilsole24ore.com

scrivete a: sportellobanche@confedercontribuenti.it

tel 3519834846

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Confedercontribuenti: Niente moratoria mutui prima casa per artigiani, commercianti e imprenditori. Gravissima decisione del Ministero delle Finanze

Negata la possibilità di presentare la domanda di moratoria per mutui «prima casa» ai piccoli imprenditori, artigiani e commercianti. La lettura del ministero dell’economia e delle finanze, infatti, non risulta aderente alle disposizioni introdotte dal decreto «Cura Italia», anche per quanto chiarito nella relazione di accompagnamento. Gravissima la decisione del MEF, che se confermata merita una protesta dura. A dichiaralo il Presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro.

Questo è quanto si deduce dalla lettura del modulo licenziato e disponibile sul sito del Ministero dell’economia e delle finanze (http://www.mef.gov.it/inevidenza/Pubblicato-il-nuovo-modulo-per-accedere-al-Fondo-per-la-sospensione-dei-mutui-sulla-prima-casa/ ).

Infatti, riguardo al «Lavoratore autonomo» e «libero professionista», il dicastero precisa che «per lavoratore autonomo si intende il soggetto la cui attività è ricompresa nell’ambito dell’art. 1 della legge 22 maggio 2017, n. 81 (attività non imprenditoriali. Sono pertanto escluse le imprese e le ditte individuali); per libero professionista si intende il professionista iscritto agli ordini professionali e quello aderente alle associazioni professionali iscritte nell’elenco tenuto dal Ministero dello sviluppo economico ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4 e in possesso dell’attestazione rilasciata ai sensi della medesima legge n. 4 del 2013».

 

 

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Sospensioni attive per linee credito alle imprese (sportellobanche@confedercontribuenti.it)

Nel periodo di emergenza da coronavirus, continuiamo le nostre pubblicazioni occupandoci delle agevolazioni previste dal D.L. “Cura Italia” destinate alle Micro, Piccole e Medie Imprese.

L’art. 56 del D.L. n. 18 del 17 marzo 2020 (c.d. “Cura Italia), rubricato “misure di sostegno finanziario alle micro, piccole e medie imprese colpite dall’epidemia di COVID 19”, nel riconoscere all’ “epidemia da COVID-19”la natura di “evento eccezionale e di grave turbamento dell’economia, ai sensi dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”,attribuisce alle “Imprese”la facoltà di chiedere, previa comunicazione, le seguenti“misure di sostegno finanziario”:

  1. Che le “aperture di credito di credito a revoca”e i “prestiti accordati a fronte di anticipi su crediti esistenti alla data del 29 febbraio 2020 o, se superiori,”alla data del 17 marzo 2020 (cioè, alla data di pubblicazione del D.L. “Cura Italia”), non vengano revocati“in tutto o in parte fino al 30 settembre 2020”,con conseguente possibilità di utilizzare la parte non utilizzata di detti finanziamenti fino al 30/09/2020;
  2. La proroga alle medesime condizioni fino al 30 settembre 2020 dei prestiti non rateali che, diversamente, sarebbero scaduti prima del 30 settembre 2020;
  3. La sospensione fino al 30 settembre 2020 del pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, con facoltà dell’Impresa di chiedere la sospensione dell’intera rata o dell’intero canone o solo della quota capitale.

Anche in tal caso, lo strumento utilizzato per ottenere i suddetti benefici all’Impresa è quello della richiesta indirizzata alla Banca di riferimento, supportata da apposita autocertificazione, ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000 “di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta della diffusione dell’epidemia da COVID-19”.

Interessante è anche la nozione di “Impresa”cui fa riferimento la norma in esame. Il comma 5°, infatti, richiama la definizione di “microimprese”, nonché di “piccole e medie imprese”contenuta nella Raccomandazione della Commissione europea n. 2003/361/CE del 6 maggio 2003, secondo cui sono microimprese e PMI tutte le Imprese aventi sede in Italia, appartenenti a tutti i settori (quindi, anche le imprese artigiane), con meno di 250 dipendenti e con fatturato inferiore a 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro.

Si noti, al riguardo, che l’art. 1 dell’allegato alla detta raccomandazione considera “Impresa, ogni entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica. In particolare sono considerate tali le entità che esercitano un’attività artigianale o altre attività a titolo individuale o familiare, le società di persone o le associazioni che esercitino un’attività economica.”Si noti, che il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con nota del 17 marzo u.s., ha ricompreso tra le imprese anche i lavoratori autonomi titolari di partita IVA (tra cui, i professionisti e le ditte individuali) e, quindi, anche la categoria degli avvocati.

I requisiti necessari per ottenere la moratoria dei finanziamenti, sono costituiti dalla insussistenza

– al momento dell’inoltro della comunicazione – di posizioni debitorie a carico dell’Impresa, classificate come esposizioni deteriorate, ripartite nelle categorie delle sofferenze, inadempienzeprobabili, esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate. In particolare, non deve avere rate scadute (ossia non pagate o pagate solo parzialmente) da più di 90 giorni.

In breve, l’Impresa deve essere in bonis. Tuttavia, dato che, come visto, l’epidemia da COVID-19 è stata formalmente riconosciuta come “evento eccezionale e di grave turbamento dell’economia”, anche le misure previste nel Decreto legge “Cura Italia” non vengono considerate come misure di mera tolleranza e, pertanto, si ritiene in bonis,anche l’Impresa che abbia già ottenuto misure di sospensione o di ristrutturazione dello stesso finanziamento nell’arco dei 24 mesi precedenti, che potrà, dunque, avvalersi ugualmente anche della moratoria in esame.

L’aspetto più interessante della misura in esame è costituito dal fatto che le Imprese sono tenute soltanto a presentare alla propria banca/intermediario finanziario la specifica comunicazione, con la quale dichiarano di volersi avvalere della detta moratoria, corredando tale comunicazione della dichiarazione con la quale l’Impresa medesima autocertifica, ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000, di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta della diffusione dell’epidemia da COVID-19, secondo il modello di cui si dirà appresso.

La Banca, infatti, è tenuta soltanto a ricevere la comunicazione e ad accettare tutte le comunicazioni di moratoria che rispettino i requisiti previsti dal decreto-legge, sopra indicati.

Ciò significa che l’intermediario creditizio non deve altresì verificare la veridicità delle autodichiarazioni effettuate dalle Imprese, ma solo che la predetta comunicazione contenga gli elementi sopra indicati.

La comunicazione può essere inviata da parte dell’impresa anche via PEC, ovvero attraverso altre modalità che consentano di tenere traccia della comunicazione con data certa.

Ovviamente, la moratoria in esame potrà applicarsi ai soli finanziamenti già ottenuti dalle Imprese alla data di entrata in vigore del D.L. n. 18/2020, cioè alla data del 17 marzo 2020 e riguarderà non soltanto il finanziamento principale ma anche gli elementi accessori del medesimo quali ad esempio le garanzie e le varie forme di assicurazione applicate. Di conseguenza, anche questi contratti sono prorogati senza formalità, automaticamente, alle condizioni del contratto originario.

Secondo quanto precisato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con FAQ del 22 marzo 2020, la comunicazione dell’Impresa dovrà contenere i seguenti elementi:

– l’indicazione del finanziamento per il quale si presenta la comunicazione di moratoria;

– la dichiarazione “di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza della diffusione dell’epidemia da COVID-19”;

– l’autodichiarazione di soddisfare i requisiti per la qualifica di micro, piccola o media impresa, secondo la Raccomandazione citata;

– la dichiarazione di essere consapevole delle conseguenze civili e penali in caso di dichiarazioni mendaci ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000.

Sottolineiamo, comunque, che è opportuno che l’Impresa contatti la banca o l’intermediario finanziario per valutare le opzioni migliori, tenuto conto che nel decreto-legge in discorso sono previste anche altre importanti misure a favore delle imprese, ad esempio quelle che prevedono l’intervento del Fondo di garanzia PMI – che sarà oggetto di successivo approfondimento – che possono collegarsi con la misura della moratoria. Le banche possono inoltre offrire ulteriori forme di moratoria, come ad esempio quelle previste dall’apposito accordo tra l’ABI e le rappresentanze di impresa, ampliato e rafforzato il 6 marzo scorso (cfr. Accordo per il credito 2019, come modificato dall’Addendum del 6 marzo 2020).

La normativa prevede espressamente l’assenza di nuovi e maggiori oneri per entrambe le parti, le imprese e le banche. Le rate sospese vengono in tal modo accodate, salvo che l’Impresa opti per la moratoria delle sole quote capitale delle rate, con la conseguenza che in tal caso nel periodo di sospensione saranno pagati i soli interessi. Diversamente, il rimborso degli interessi riprenderà a far data dalla prima rata di rimborso del capitale e verrà ripartito proporzionalmente su tutte le rate rimanenti del piano.

Fonte: bancheepotere.it

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Confedercontribuenti Imprese: Coronavirus, già attiva la moratoria per i mutui aziendali. Attendiamo nuove agevolazioni nel decreto.

n tutta Italia è già operativo l’accordo tra Abi e le associazioni di impresa, con cui è stata estesa ai prestiti concessi fino al 31 gennaio 2020 la possibilità di chiedere la sospensione o l’allungamento. La moratoria è riferita ai finanziamenti alle micro, piccole e medie imprese danneggiate dall’emergenza epidemiologica “Covid-19”.

La sospensione del pagamento della quota capitale delle rate dei finanziamenti può essere chiesta fino a un anno. La sospensione è applicabile ai finanziamenti a medio lungo termine (mutui),anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, e alle operazioni di leasing, immobiliare o mobiliare. In questo ultimo caso, la sospensione riguarda la quota capitale implicita dei canoni di leasing. Per le operazioni di allungamento dei mutui, il periodo massimo di estensione della scadenza del finanziamento può arrivare fino al 100% della durata residua dell’ammortamento. Per il credito a breve termine e il credito agrario di conduzione il periodo massimo di allungamento delle scadenze è pari rispettivamente a 270 giorni e a 120 giorni.

Nell’accordo è previsto che, ove possibile, le banche possono applicare misure di maggior favore per le imprese rispetto a quelle previste nell’Accordo stesso e si auspica che, al fine di assicurare massima tempestività nella risposta, si accelerino le procedure di istruttoria.  Serve ampliare l’operativita’ del Fondo di Garanzia per le pmi e misure aggiuntive per agevolare l’accesso al credito. Per favorire la realizzazione delle operazioni di sospensione o allungamento delle scadenze dei finanziamenti, l’Abi e le Associazioni di rappresentanza delle imprese firmatarie sono impegnate a promuovere, presso le competenti Autorità europee e nazionali, una modifica delle attuali disposizioni di vigilanza riguardo le misure di tolleranza (c.d. forbearance),necessaria in una situazione emergenziale, come quella attuale.

Per qualsiasi informazione chiamare Confedercontribuenti al numero mobile: 3519834846 o scrivere a:

imprese@confedercontribuenti.it

 

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Confedercontribuenti Sicilia: la Sicilia perde 380 milioni di Fondi UE. Licenziare i responsabili.

La Sicilia perde 380 milioni di Fondi UE, un taglio deciso dalla Corte di Giustizia UE che ha respinto il ricorso dell’Italia contro la riduzione delle risorse europee relative al programma operativo regionale 2000-2006. Il taglio dei fondi è dovuto alle gravi carenze nella gestione e nei controlli e a numerose irregolarità: la Sicilia, infatti, non ha garantito una corretta amministrazione dei Fondi europei ricevuti nell’ambito della Politica di Coesione. Le irregolarità riscontrate, in alcuni casi rilevate anche dall’Organismo europeo antifrode (OLAF), riguardano il finanziamento di progetti presentati oltre la scadenza dei termini ma anche l’assenza di qualifiche da parte dei consulenti esterni, così come la presentazione di giustificativi di spesa non coerenti con i progetti. Diverse incongruenze sono emerse anche in merito alla violazione delle procedure in materia di appalti. Un fatto di assoluta gravità, si individuino i responsabili e si provveda al loro licenziamento, afferma in una nota la Confedercontribuenti Siciliana.

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Catania, l’inchiesta sui “Durc facili” e sulle “anomalie” che truccano le gare d’appalto

Catania – Come ogni valanga che si rispetti, anche questa ha origine da una palla di neve. Minuscola. Ma soltanto in apparenza. Nel maggio del 2018 alla Cassa Edile di Catania si presenta un imprenditore. Che segnala una strana circostanza: avrebbe ottenuto il Durc (Documento unico di regolarità contributiva) «dietro presentazione di un assegno in bianco e non intestato», quindi «senza aver provveduto ad alcun versamento né aver presentato un piano di rateizzazione del debito». E quindi, di fronte all’ente che rilascia il prezioso “passaporto”, indispensabile per partecipare alle gare d’appalto, il costruttore non si capacita del perché «nonostante l’assegno in bianco» lasciato «in direzione» aveva «ricevuto una notifica d’avvio di azione legale».

Volle il caso che, rispetto al periodo dei fatti segnalati, i vertici etnei di Cassa Edile fossero cambiati. E così i due interlocutori – Giovanni Pistorio (Fillea-Cgil, vicepresidente dell’ente) e Antonino Potenza (Feneal-Uil) – allertano subito il presidente Marcello La Rosa. Dopo aver ricevuto la conferma del racconto, nero su bianco via Pec, Cassa Edile presenta il primo esposto in Procura. Non si tratta di un caso isolato. Dopo un «sommario accertamento» emergono altre «irregolarità» e dunque La Rosa e Pistorio firmano, a luglio 2018, un altro esposto (con successiva integrazione) ai magistrati, riguardante le «anomalie» su altre sei imprese di costruzioni, dopo aver trovato negli armadi della direzione alcuni documenti. Ma il fenomeno dei “Durc allegri” viene a galla quando la Cassa Edile affida una consulenza a una società specializzata. Il risultato? «La prassi illegittima delle regolarizzazioni manuali, ai fini della regolarità contributiva per l’ottenimento del Durc, ha raggiunto dimensioni impressionanti».

E in effetti è così. Le «azioni anomale» (“manine” che forzano la Bni, Banca dati nazionale per ripulire le posizioni) sono in tutto 409 e riguardano 232 imprese fra luglio 2013 e luglio 2018. Qualche mese dopo arriva la seconda parte dell’esito della consulenza. E anche il numero di imprese regolarizzate con «rimozione manuale di debiti da sanzioni e more per ritardato versamento», nello stesso periodo, è significativo: riscontati 693 elementi (307 sanzioni cancellate e 386 rilievi rimossi) riguardanti 693 aziende edili. Un ultimo riscontro informativo riguarda «liquidazione di rimborsi malattie/infortuni sotto forma di crediti a favore delle imprese”: 255 i casi anomali per 178 ditte etnee. E a questo punto – siamo a ottobre 2018 – il presidente e il vicepresidente di Cassa Edile presentano un altro esposto in Procura. Nel quale viene allegata la perizia informatica con «un numero esorbitante di operazioni irregolari che, a vario titolo, presentano anomalie più o meno gravi». Dalla «analisi dettagliata» del registro delle regolarizzazioni «eseguite manualmente» si evince che le azioni sarebbero state eseguite «a iniziativa delle esclusive utenze» di tre account (con relativa password) della Banca dati nazionale per conto della Cassa Edile: due ex dirigenti e un dipendente, attualmente in organico, «destinatario di azione disciplinare».

La vicenda non è del tutto avulsa dal duro scontro che il nuovo Comitato di gestione di Cassa Edile(insediatosi proprio nel marzo 2018) ha aperto con la vecchia governance dell’ente. A farne le spese è stato l’ex vicedirettore, Filippo De Guilmi, oggetto di una delibera di «recesso ad natum» per «raggiunti limiti di età». In rotta di collisione entra anche il direttore Antonio Piana, che dopo aver denunciato di essere stato delegittimato dal suo ruolo, in coincidenza con il licenziamento del suo vice, ad aprile 2018, inoltra «comunicazione di impossibilità al lavoro per malattia» prorogata fino al 15 giugno. Poco dopo il rientro scatta anche per lui il licenziamento per giusta causa, «considerato il venir meno del rapporto fiduciario, considerata la «natura dell’incarico» e «l’oggetto delle sue mansioni», ovvero «la vigilanza sull’intero operato della Cassa». Proprio Piana è un dirigente legatissimo all’ex presidente di Cassa Edile ed ex leader di Ance, Salvatore Ferlito, uno degli alfieri di Confindustria Sicilia all’epoca di Antonello Montante, con più di una pendenza giudiziaria in corso. Ferlito si fida a tal punto del suo direttore da nominarlo, dal 2 febbraio 2012, amministratore unico di una delle sue società, la Ira Imprese Riunite, della quale Piana era socio al 2%. Direttore di Cassa Edile dal 2008, Piana si dimette non a caso alla fine del 2011. Ma, mentre amministra un’azienda di proprietà del presidente di Cassa Edile, diventa consulente dello stesso ente. Percependo un totale di 88.401,04 euro per fatture da marzo 2012 a ottobre 2013. Proprio il 16 ottobre 2013, Piana, con lettera d’assunzione firmata dallo stesso Ferlito, torna alla Cassa Edile da «quadro con funzioni dirigenziali» e stipendio mensile lordo di 3.765,47 euro.

Al di là del passato, sul tavolo della delicatissima inchiesta che Procura e Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza stanno conducendo sulla Cassa Edile c’è un altro aspetto delicatissimo. Fra le «anomalie» emerse dalla perizia informatica ci sono 255 casi di «liquidazione di rimborsi malattie/infortuni sotto forma di crediti alle imprese». Le aziende, infatti, possono abbattere il debito, ai fini del rilascio del Durc, anche con conciliazioni sindacali del Gnf (Gratifica natalizia e ferie). Importi che vengono scomputati dai debiti delle imprese nei confronti della Cassa Edile, determinando «un danno irrecuperabile per i lavoratori» oltre che per l’ente che perde i contributi e le spese legali I vertici di Cassa Edile hanno rinvenuto altro materiale interessanti: fra il 2015 e il 2018 risultano 102 conciliazioni per un totale di quasi 200mila euro. Fra le righe di alcune di queste pratiche ci sarebbe anche l’ombra di alcune imprese vicine a un potente clan catanese. Soltanto un legittimo sospetto, per ora. In una faccenda che ha soprattutto un altro effetto più che potenziale: aver condizionato, con la concessione del Durc a imprese che non ne avevano titolo, decine di appalti per opere pubbliche in tutta la Sicilia. E non soltanto.

Twitter: @MarioBarresi

Fonte: Lasicilia.it

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Carmelo Finocchiaro (Pres. Confedercontribuenti): Le banche continuano a penalizzare le imprese. Intervenga il Governo.

Nel mese di Maggio è continuato il calo dei prestiti alle imprese da parte delle banche. Nel  rapporto mensile dell’Abi, si legge che l’aumento dell’1% dei prestiti a famiglie e imprese registrato lo scorso mese continua a riflettere la dinamica divergente evidenziata ad aprile tra prestiti alle famiglie, cresciuti del 2,6% grazie alla spinta dei mutui, e la flessione dello 0,6% di quelli alle imprese. Per le imprese si tratta del quinto calo consecutivo su base tendenziale, con una serie negativa iniziata a gennaio. Ancora una volta il sistema bancario, afferma il Presidente Nazionale di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, penalizza il sistema delle imprese, negando credito e dunque le condizione essenziale per lo sviluppo. Chiediamo al Governo un urgente intervento per imporre al sistema bancario il giusto supporto alle imprese, conclude Finocchiaro.

 

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Salario minimo, stima aumenti e costi per imprese

Ci sono quasi 3 milioni di italiani che prendono meno di 9 euro l’ora e vedrebbero aumentare lo stipendio con l’introduzione del salario minimo. Lato imprese, per il totale delle aziende con dipendenti (che sono 1,5 milioni), ci sarebbe un aggravio di costi pari a 4,3 miliardi complessivi. Idati sono stati forniti da Gian Carlo Blangiardo, presidente ISTAT, in audizione alla commissione Lavoro della Camera dei Deputati.

 Aumenti di salario: stime

Ad oggi, il valore medio della retribuzione oraria contrattuale in Italia(dati relativi a 73 contratti nazionali) è pari a 13,86 euro mentre  quello mediano (che esclude quindi le retribuzioni più alte e quelle più basse) è di12,48 euro.

Ebbene, come si legge nella relazione:

l’adeguamento al salario minimo di €9 determinerebbe un incremento sulla retribuzione media annuale dello 0,9% per il totale dei rapporti e del 12,7% per quelli interessati dall’intervento.

Per la precisione, ci sono 2,9 milioni di lavoratori per i quali la legge comporterebbe un aumento. Sono circa il 21% del totale (2,4 milioni se si escludono gli apprendisti).

L’incremento medio annuale sarebbe per loro pari a 1073 euro all’anno per ogni lavoratore (aumento complessivo del monte salari stimato: circa 3,2 miliardi di euro).

L’adeguamento al salario minimo di €9 determinerebbe un incremento sulla retribuzione media annuale dello 0,9% per il totale dei rapporti e del 12,7% per quelli interessati dall’intervento.

L’aumento coinvolgerebbe soprattutto i lavoratori occupati nelle altre attività di servizi (+8,8%), i giovani under 29 (+3,2%) e gli apprendisti (+10%). I settori più coinvolti: alloggio e ristorazione, noleggio, agenzia di viaggio e servizi di supporto alle imprese, attività artistiche, e in generale nei servizi.

«Minore è la retribuzione annuale, soprattutto in funzione della durata del rapporto di lavoro, minore è il vantaggio in termini assoluti del miglioramento della situazione retributiva», spiega Blangiardo.

Il 91% dei circa 150mila lavoratori sotto i 450 euro annui avrebbero incrementi fino a 150 euro. Coloro che hanno una retribuzione compresa fra i 13mila 500 e i 18mila euro, avrebbe un aumento superiore ai 500 euro: nel 50% dei casi, l’aumento supera i 1500 euro.

Per quanto riguarda le imprese, come detto l’ISTAT calcola una spesa complessiva di 4,3 miliardi. Una cifra che, se non venisse trasferita sui prezzi, «porterebbe a una compressione intorno all’1,6% del margine operativo lordo».

Questi impatti «tendono ad aumentare in misura consistente in alcunisettori dei servizi, risultando pari a circa il 70% del margine operativo lordo per i Servizi di vigilanza e investigazione, a circa il 33% per l’Assistenza sociale non residenziale e 34% le Attività di servizi per edifici e paesaggi, al 24% per le Attività di ricerca, selezione, fornitura del personale, al 19% per le Altre attività di servizi alla persona».

Fonte: PMI.IT