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Calano produzione e valore aggiunto ma l’agricoltura italiana resta da primato

Ha perso colpi ma ha mantenuto il primato in Europa per valore aggiunto. La fotografia dell’agricoltura italiana che emerge dalle stime preliminari dell’Istat sull’andamento dei conti 2020 certifica le difficoltà legate alla pandemia, legate soprattutto al drastico ridimensionamento degli scambi e alle restrizioni che hanno colpito pesantemente alcuni settori in particolare come l’agriturismo, il vino e il florovivaismo.

Nel 2020 la produzione dell’agricoltura si è ridotta del 3,3% in volume, il valore aggiunto lordo ai prezzi base è sceso del 6,1% e gli occupati sono diminuiti del 2,4%, mentre i redditi hanno perso il 4,8% (a fronte di un calo medio del 4% nella Ue a 27). La pandemia ha colpito soprattutto le attività secondarie (-18,9%), che comprendono l’agriturismo, i servizi connessi all’agricoltura (-3,8%) e il florovivaismo (-8%).

Tra le produzioni si sono ridotte in particolare quella di olio, crollata del 18% (e dimezzata in Puglia e Calabria) dopo il boom del 2019, le coltivazioni industriali (-2,2%) e il vino (-1,9%). Solo il comparto zootecnico ha registrato un andamento positivo (+0,3%), grazie alla crescita dei prodotti zootecnici (+2%) che ha compensato il calo del bestiame (-0,8%). Più contenuta, rispetto al 2019, la crescita dei prezzi alla produzione (+0,4% contro +0,7% dell’anno precedente), mentre sono diminuiti i prezzi relativi ai costi sostenuti dagli agricoltori (-0,6% contro +0,9% del 2019).

A livello europeo la produzione agricola è diminuita dell’1,3%; nella graduatoria del valore della produzione a prezzi correnti al primo posto c’è la Francia con 75,4 miliardi, seguita da Germania (56,3), Italia (56,1) e Spagna (53). Ma in termini di valore aggiunto l’Italia come detto resta leader con 31,3 miliardi, davanti a Francia (30,2) e Spagna (29,3), nonostante l’impatto della pandemia che ha ridimensionato drasticamente l’interscambio commerciale, causando difficoltà di collocamento sui mercati per molti prodotti e facendo crollare i prezzi. In Europa, a pagare il costo più alto della crisi sono stati gli allevamenti suini in Germania (dove i redditi sono crollati di oltre il 15%), di visoni in Danimarca e il florovivaismo in Olanda.

I redditi degli agricoltori sono calati in tutti i principali paesi produttori, con la rilevante eccezione della Spagna. Da segnalare il crollo registrato in Romania, dove nel 2020 l’indicatore relativo si è praticamente dimezzato (-47,2%). Segno meno anche in Germania
(-15,5%), Polonia (-9,6%), Francia (-7,6%) e Paesi Bassi (-6,7%). tutti cali superiori alla media della Ue a 27 (-4%). Variazioni positive invece in Spagna (+12,5%), Ungheria (+10,3) e Grecia (+5,2%).

Fonte: agrisole

 

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Una cartella esattoriale per ogni italiano. Confedercontribuenti: “immorale non fermare la riscossione”

di redazione

Mentre dal 1° gennaio sono entrate in vigore le nuove regole europee sul default bancario, un vero e proprio provvedimento ammazza-imprese, con l’inizio del 2021 riparte anche la macchina del fisco. Nel corso dell’anno è previsto l’arrivo di 50 milioni di notifiche da parte dell’Agenzia delle Entrate e Riscossione. Sono cartelle esattoriali, accertamenti e lettere di compliance; agli atti in programma per quest’anno si aggiungono infatti quelli (35 milioni) che sono stati fermati nel 2020 a causa alla pandemia.

È una prospettiva che spaventa. Un nuovo fermo agli invii, una nuova rottamazione ed un nuovo “saldo e stralcio” sono richiesti non solo dalle opposizioni ma anche da ampi settori della maggioranza e, soprattutto, dalle associazioni di categoria, a partire da Confedercontribuenti (che già era intervenuta con forza anche sulle nuove regole bancarie europee). Fermatevi! 50 milioni di notifiche vuol dire quasi un atto del fisco per ogni italiano – dicein una nota allarmata diffusa ieri il presidente Carmelo Finocchiaro – anche se ovviamente fare la media ha poco senso. Di fronte alla crisi economica che vivono le famiglie e le imprese è un atto immorale non fermare ancora la riscossione delle imposte fornendo ai contribuenti una soluzione compatibile di fronte alle drammatiche difficoltà in cui si dibattono le attività economiche”.

Si blocchi la riscossione e si cerchi una soluzione credibile – conclude, accorato, Carmelo Finocchiaro – altrimenti Conte e il suo ministro dell’economia, Gualtieri, saranno giudicati dal popolo che soffre governanti senza sensibilità e incapaci di comprendere il popolo italiano. Meglio, allora, che vadano a casa”.

È verosimile che, in simili frangenti, l’Agenzia delle Entrate si muova con una certa gradualità, mentre il governo mette a punto (se ne avrà modo e tempo, con i venti di crisi che soffiano) una soluzione tampone, quale sarebbe un nuovo rinvio, oppure una più strutturale, come una rottamazione o un meccanismo di saldo e stralcio.

Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha ammesso tuttavia che il problema esiste, ed è di grandi dimensioni “Nel corso del 2020 – ha dichiarato Ruffini – il legislatore ha consentito ad Agenzia delle entrate e ad Agenzia delle entrate-Riscossione di sospendere l’invio di tutti gli atti da inviare a cittadini e imprese. A oggi la legge prevede che entrambe debbano riprendere le proprie attività a partire dal 1° gennaio. Si tratta di diverse decine di milioni di atti che dovranno essere inviati tra gennaio e dicembre 2021. In entrambe le Agenzie ci stiamo organizzando per diluire il più possibile l’invio degli atti nel corso dell’anno, ma si tratta comunque di volumi davvero straordinari”.

Forte la pressione delle opposizioni per un nuovo rinvio. “ Ci sono 30 milioni di cartelle esattoriali di piccolo importo, che rischiano di arrivare a casa di milioni di famiglie di italiani – ha affermato il leader leghista Matteo Salvini – sarebbe il modo peggiore di cominciare l’anno. Le proposte della Lega sono concrete e sono già depositate in Parlamento: pace fiscale, rottamazione a lungo termine e saldo e stralcio”.

Una nuova edizione della rottamazione, ma anche il saldo e stralcio sono, in realtà, anche nei desideri delle forze di maggioranza. La viceministradell’Economia Laura Castelli (M5S) è stata esplicita: “Penso – ha detto – che serva una rottamazione ‘quater’ per gli anni dal 2016 al 2019 per dare respiro a quei contribuenti con morosità incolpevoli. Un nuovo saldo e stralcio potrebbe evitare la notifica di milioni di cartelle”.

Resta in sospeso una decisione – da non confondere con la questione delle notifiche delle cartelle – per quanto riguarda le imposte non pagate nel 2020 perché sospese, che il governo potrebbe decidere di cancellare definitivamente, in tutto o in parte.

In ogni caso, una soluzione per evitare una macelleria sociale deve essere trovata e deve arrivare in fretta. In attesa delle decisioni del governo, le norme attualmente in vigore consentono la rateizzazione delle cartelle esattoriali, senza limiti di importo, per i contribuenti che dimostrano di trovarsi in stato di difficoltà economica e non sono, di conseguenza, nella condizioni di versare l’importo dovuto in un’unica soluzione. Esiste inoltre la possibilità di saltare fino a 10 rate (anziché le 5 ordinariamente previste) prima della scadenza dalla dilazione. Per debiti entro i 100 mila euro è sufficiente la domanda per essere ammessi automaticamente alla dilazione ordinaria fino a 6 anni (72 rate). Coloro che sono decaduti dal beneficio hanno la possibilità di essere riammessi senza versare arretrati ed anche i decaduti dalle rottamazioni degli anni passatipossono chiedere la rateizzazione degli importi ancora dovuti.

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Banche, da domani parte il sistema ammazza imprese. Confedercontribuenti fermare subito norma

Da domani parte una norma decisa dagli eurocrati dell’unione europea. Stop ai conti correnti in rosso da domani in banca, primo giorno di applicazione delle regole UE sulla gestione dei default delle imprese, sulle sofferenze e sugli sconfinamenti. I direttori di filiale non potranno più gestire i piccoli problemi di liquidità sia delle famiglie sia delle aziende. Tutto per via delle norme dell’Autorità bancaria europea, in vigore formalmente dal giorno 1 gennaio, ma che da domani esordiranno allo sportello. Un norma di una gravità inaudita denuncia il Presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, che mette a rischio migliaia di aziende, un danno irreversibile per le PMI.

E stop anche alle compensazioni tra linee di credito e durata del default raddoppiato, per la clientela, da tre a sei mesi.  Fino allo scorso 31 dicembre un debitore era considerato in stato di default se aveva pagamenti arretrati per più di 90 giorni in misura pari al 5% del suo debito. Adesso la percentuale cala significativamente fino all’1% secondo cui cambia il significato di “rilevanza” del pagamento arretrato, in relazione al quale entrano in gioco anche altre due soglie: 100 euro per le famiglie e 500 euro per le imprese. Non solo: oltre all’abbattimento delle soglie, le nuove regole europee non ammettono spazi di manovra per gli istituti di credito, mentre le “vecchie” regole consentivano alle stesse banche la possibilità di concedere, alla clientela, compensazioni tra linee di credito.

 Questa misura costituisce una punizione severa per il nostro Paese e arriva in un momento difficilissimo per la nostra economia, tra le più piegate dagli effetti della pandemia da Covid”.  Inoltre, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, viene imposto alla banca la segnalazione alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come “crediti malati”. Chi ha il conto corrente “scoperto”, in sostanza, corre il rischio di risultare immediatamente “moroso” nei confronti di vari soggetti, dalle finanziarie all’Inps, dai dipendenti alle aziende cosiddette utility (energia, gas, acqua, telefono). Non solo: le stesse nuove norme dell’Eba stabiliscono che per un mancato pagamento superiore a 100 euro, protratto per tre mesi, il cliente venga classificato come cattivo pagatore, tutta la sua esposizione verso la banca sia classificata come non performing loan e sia inviata la segnalazione alla centrale rischi. Per quanto riguarda i conti correnti, le nuove regole dell’Eba impongono di bloccare i pagamenti con addebito diretto nel caso in cui il cliente (impresa o famiglia) non abbia adeguata disponibilità sul proprio deposito. La misura riguarda il pagamento di bollette, rate di mutui e finanziamenti, stipendi. In assenza di fondi sufficienti a “coprire” il pagamento, la banca lo blocca e cancella il relativo “Rid” (disposizioni automatiche di pagamento). Tutto questo vuol dire che il cliente della banca diventa “moroso” nei confronti del titolare del “Rid”. A noi di Confedercontribuenti non ci resta che urlare al Governo affinche’ blocchi e annulli questa scellerata scelta europea

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Confedercontribuenti e la sicurezza digitale. Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Continuano le ritorsioni contro Confedercontribuenti per la sua azione di denuncia del malaffare e di difesa della legalità.

Ancora una volta – informa un comunicato stampa diffuso ieri dalla Confederazione di rappresentanza delle imprese e dei contribuenti italiani-  per l’ennesima volta, tutti gli account social del Presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, sono stati violati e bloccati. Ed anche altri dirigenti sono stati colpiti dall’azione degli hacker”.

Il ripetersi con tanta frequenza – continua il comunicato – dell’interferenza di mani informatiche competenti ed esperte è la dimostrazione palese dell’esistenza di un piano preordinato ed eterodiretto per soffocare la voce di una libera associazione che è riuscita a colpire gli interessi della mafia economica e che non intende piegarsi ad intimidazioni e minacce.

Confedercontribienti non si lascia intimidire, e andrà fino in fondo nel chiedere accertamenti seri sui mandanti e gli esecutori delle illecite violazioni del proprio diritto alla privacy ed alla libertà di espressione. Proseguiremo senza arretrare di un passo sulla strada della lotta per la legalità e la giustizia, a tutela delle categorie economiche e sociali che con coraggio ed onestà portano avanti, fra mille difficoltà, il proprio lavoro”.

Confedercontributi è una Confederazione nazionale che, dal 2012, si occupa di tutelare le famiglie e le imprese, curandone gli interessi generali e assistendole nel difficile rapporto con le pastoie burocratiche di cui è disseminato il sistema-Italia e nell’orientarsi tra la selva delle disposizioni legislative e regolamentari.

I questi anni la Confederazione è intervenuta con le opportune critiche e con proposte costruttive sui problemi del fisco, del  lavoro e dello sviluppo e si è impegnata a fondo, con denunce legate a fatti concreti e circostanziati, sul fronte della lotta alle mafie, all’usura ed alla criminalità economica.

Nella drammatica stretta che soffoca il Paese in questo tempo di crisi economica e di emergenza sanitaria, Confedercontribuenti conduce una lotta quotidiana, senza riguardi e timidezze nei confronti delle posizioni di potere di qualsiasi tipo, per difendere imprenditori, artigiani, partite IVA, famiglie vittime del racket, dell’usura criminale e bancaria e di un sistema burocratico e fiscale che spesso finisce per agevolare la penetrazione di capitali e interessi opachi a scapito del lavoro di migliaia di aziende e attività sane e produttive.  

Da ultimo, in particolare, Confedercontribuenti è stata protagonista di una forte denuncia delle anomalie registrate nel sistema delle aste giudiziarie, svelando attraverso una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica come delle autorità competenti, l’intreccio di oscuri interessi che da anni ha portato all’illecito arricchimento gruppi di pressione senza scrupoli che, con l’impiego di cosche mafiose e prestanome, si sono impossessati a prezzi risibili di beni immobili di ben altro valore, pignorati a debitori morosi senza loro colpa, perché colpiti dalla perdita del lavoro, dalla crisi di liquidità dovuta all’impossibilità di riscuotere i propri crediti e dal crollo di molte attività economiche.

Le denunce di Confedrecontribuenti hanno colto nel segno, se è vero che hanno contribuito ad orientare le indagini di magistratura e forze dell’ordine sulle attività illecite sviluppatesi attorno alle aste giudiziarie. Indagini che hanno portato all’accertamento dell’esistenza di una rete criminale nei confronti della quale sono state disposte misure cautelari ed aperti procedimenti giudiziari, una notizia che qualche settimana fa ha fatto scalpore in tutto il paese.

A fronte del suo impegno per la legalità e la giustizia, Confedercontribuenti, soprattutto nella persona del suo Presidente, è stata fatta oggetto, da diversi mesi a questa parte, di un’azione sistematica di boicottaggio dei canali di comunicazione social, con grave danno economico e d’immagine.

Così, dopo le tante denunce e segnalazioni andate a vuoto, la Confederazione ha deciso di inviare una lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Capo della Polizia ed atuute le altre autorità responsabili per segnalare non tanto il proprio caso, ma “il grave pericolo che la democrazia e la libertà di tutti i cittadini e del sistema economico corrono a causa della pirateria informatica, che può colpire chiunque ed arrivare fino al cuore dello Stato”.

Nella lettera aperta, il cui testo integrale i nostri lettori possono trovare sul portale di Confedercontribuenti, il problema viene posto nelle sue implicazioni generali. “Ad essere messi in discussione – si legge nella lettera – non sono soltanto il buon diritto, la sicurezza e la libertà della nostra organizzazione, ma la stessa tenuta del sistema democratico ed i diritti costituzionalmente garantiti.

Non è tollerabile che nella nostra Repubblica i gestori di Facebook usino i propri strumenti tecnologici per tacitare chi nel nome della legalità e dei valori repubblicani vuole affermare giustizia e riscatto per il nostro amato popolo.

Il problema della sicurezza digitale deve trovare una diversa collocazione nella scala di priorità delle classi dirigenti italiane, presso le quali stenta ad affermarsi la consapevolezza che la cyber security è un ambito strategico nell’interesse nazionale.

Attacchi significativi vengono rivolti con sempre maggiore frequenza ad imprese, associazioni, banche e sistemi informatici pubblici, dimostrando che  proteggere e salvaguardare la privacy e le informazioni acquisite e trattate è un compito rispetto al quale governanti, dirigenti, amministratori, e tutti coloro che hanno potere decisionale in merito alla disciplina delle attività digitali non possono più continuare a non vedere o a far finta di non vedere.

Sono attacchi alle libertà democratiche sui quali vanno intensificati e potenziati i controlli, perché possono colpire chiunque ed arrivare fino al cuore dello Stato, Si indaghi sulle illecite interferenze sul lavoro dei liberi cittadini, si pensi a salvaguardare chi, con onestà e coraggio, si batte per la collettività”.

Il QdC seguirà attentamente gli sviluppi di questa vicenda e non mancherà di  focalizzare la propria attenzione, e quella dei lettori, sulla centralità della sicurezza digitale per il corretto andamento della vita democratica del Paese.

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Finocchiaro (pres. Confedercontribuenti): Fermatevi, non ammazzate le imprese e i contribuenti.

Quasi uno per ogni italiano, anche se ovviamente fare la media ha poco senso. Sono 50 milioni, tra cartelle, accertamenti e lettere di compliance, gli atti che saranno inviati ai contribuenti dalle agenzie fiscali da inizio 2021, con la fine del blocco deciso causa emergenza Covid. Di fronte alla crisi economica che vivono le famiglie e le imprese è un atto immorale non fermare ancora la riscossione delle imposte dandogli una soluzione compatibile, a dirlo e’ il presidente di Confedercontribuenti, Carmelo Finocchiaro, che giudica Gualtieri un Ministro senza sensibilità e capacità di comprendere il popolo italiano. Vada a casa questo insensibile uomo che vuole la morte delle imprese italiane, dichiara senza mezzi termini il presidente di Confedercontribuenti. Adesso si blocchi la riscossione e si cerchi una soluzione credibile. Altrimenti Conti e company risponderanno al popolo che soffre. 

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Crolla il fatturato delle imprese italiane.

AGI – La cifra è di quelle da far tremare i polsi: 420 miliardi di euro. A tanto ammonta la perdita di fatturato registrata quest’anno dalle piccole imprese italiane a causa del Covid, mentre nel primo semestre il fatturato dei big digitali è aumentato del 17 per cento, un vero e proprio boom.

“Al netto delle misure a sostegno della liquidità e agli effetti dello slittamento delle scadenze fiscali – denuncia Paolo Zabeo – il governo quest’anno ha stanziato 29 miliardi di euro di aiuti diretti alle imprese colpite dalla pandemia. Ciò vuol dire che a fronte di un crollo del fatturato dell’intero sistema economico del nostro Paese di circa 420 miliardi di euro, il tasso di copertura ha sfiorato il 7 per cento. Un impatto insignificante, sebbene in termini assoluti l’importo complessivo delle misure messe in campo a sostegno delle attività economiche abbia la dimensione di una Finanziaria”.

Il fatturato totale delle imprese in Italia è pari a poco più di 3.100 miliardi di euro. Con una perdita dei ricavi relativa al 2020 che dovrebbe aggirarsi attorno ai 420 miliardi, la contrazione rispetto al 2019 sarebbe del 13,5 per cento. Di tutt’altro segno, invece, i risultati ottenuti dalle multinazionali del web presenti nel nostro Paese. In attesa del dato annuale, secondo l’area studi di Mediobanca, nel primo semestre del 2020 il fatturato dei big digitali è aumentato del 17 per cento: un vero e proprio boom.

Le filiere più in affanno

Escludendo gli alberghi, i ristoranti, i bar, le pasticcerie e tutte le attività che ruotano attorno al settore del turismo, la Cgia elenca le aree economiche maggiormente colpite dalla crisi. Vale a dire: la filiera trasporto persone (taxi, ncc, bus operator); la filiera eventi (congressi, matrimoni, cerimonie, etc.); gli ambulanti, soprattutto con posteggi presso le aree interessate da eventi, stadi (i cosiddetti “fieristi”); la filiera sport, tempo libero, intrattenimento, discoteche, parchi divertimento e tematici (incluse le attività dello spettacolo viaggiante). E ancora: la filiera attività culturali e spettacolo; il commercio al dettaglio, in particolar modo abbigliamento, calzature, libri e articoli di cartoleria; gli agenti di commercio.

La crisi delle città d’arte

A livello territoriale, la crisi ha colpito indistintamente tutti, anche se il Mezzogiorno è la ripartizione geografica del paese che sta subendo più delle altre gli effetti negativi della pandemia, sia da un punto di vista economico che sociale. Tuttavia, c’è un denominatore comune che emerge lungo tutto lo stivale: la crisi delle città d’arte ad alta vocazione turistica. Venezia, Firenze, Pisa, Roma, Verona, Milano, Matera, Padova, Siracusa, Napoli, Cagliari, Genova, Palermo, Torino e Bari sono alcuni dei Comuni individuati dal “decreto Agosto” che quest’anno hanno subito un crollo verticale delle presenze turistiche straniere. A fronte di questa situazione, le filiere richiamate più sopra e ubicate in queste città sono risultate essere le più in affanno e probabilmente continueranno ad esserlo anche nel 2021. Ebbene, se il turismo è la prima industria del Paese ed è anche il settore che più di tutti gli altri ha subito gli effetti negativi del Covid, perché mai dalle bozze del ‘Recovery Plan’ si evince che il Governo investirà solo 3,1 miliardi dei 209 messi a disposizione da Bruxelles con il Next Generation Eu?

Gli aiuti erogati alle imprese

Scartando le misure che sono state introdotte a sostegno della liquidità e agli effetti dovuti allo slittamento di alcune scadenze fiscali, quest’anno il Governo ha messo a disposizione delle imprese 29,1 miliardi di euro. La voce più importante è stata quella dei contributi a fondo perduto che ammonta a 11,3 miliardi di euro. Seguono Altri interventi1 che assommano a 7,9 miliardi e la cancellazione del saldo 2019 e dell’acconto 2020 dell’Irap che ha consentito uno sgravio di 3,9 miliardi. Le agevolazioni fiscali per le sanificazioni e i canoni di locazione hanno permesso un risparmio pari a 5,1 miliardi, mentre la cancellazione dell’Imu e della Tosap/Cosap ha garantito una riduzione della tassazione locale pari a 802 milioni di euro.

Passare dalla logica dei ristori a quella dei rimborsi

In merito alle misure a sostegno delle attività costrette a chiudere completamente o parzialmente, la Cgia sottolinea che lo Stato e le Regioni hanno il diritto/dovere di predisporre tutte le restrizioni che ritengono utili per tutelare la salute pubblica. E’ altresì evidente che a fronte di provvedimenti che impongono la chiusura delle attività economiche, queste ultime devono essere aiutate economicamente in misura maggiore di quanto è stato fatto fino ad ora. E’ vero che questa ulteriore spesa corrente contribuirebbe ad aumentare il debito pubblico, ma è altrettanto vero che se non salviamo le imprese e i posti di lavoro, non gettiamo le basi per far ripartire la crescita economica, unica condizione in grado di ridurre nei prossimi anni la mole di debito pubblico che sta minando il futuro del nostro Paese.

Alle attività chiuse per decreto non sono più sufficienti dei semplici ristori, ma è necessario uno stanziamento che compensi quasi totalmente sia i mancati incassi sia le spese correnti che continuano a sostenere. Insomma, bisogna passare dalla logica dei ristori a quella dei rimborsi. Lo stesso trattamento va riservato a quei comparti che seppur in attività è come se non lo fossero. La Cgia segnala, in particolar modo, le imprese commerciali ed artigianali ubicate nelle cosiddette città d’arte che, come dicevamo più sopra, hanno subito un tracollo delle presenze turistiche straniere. Particolare attenzione merita il trasporto pubblico locale non di linea (bus operator, autonoleggio con conducente e taxi) che sebbene siano sempre stati in servizio continuano ad avere i mezzi fermi nelle rimesse o nei posteggi.

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Per il turismo in Italia è stato l’anno peggiore di sempre

AGI – Il 2020 è stato per il turismo l’anno peggiore di sempre. Le restrizioni imposte per le festività hanno dato il colpo finale al settore. Con l’avvio della campagna di vaccinazioni vi è la speranza che si tornerà a viaggiare in primavera e in estate. E gli operatori dovranno fare i conti con un mondo comunque diverso da prima della pandemia. Abbiamo chiesto al presidente dell’Enit, Giorgio Palmucci, qual è la situazione e quali le prospettive per il futuro.

Sono usciti molti dati sulle perdite del settore turismo in termini di presenze e di fatturato. Qual è l’ultima stima per il 2020?
“I visitatori totali internazionali e nazionali sono dimezzati rispetto all’anno precedente, per un totale di 57 milioni di visitatori in meno. Inoltre, i pernottamenti turistici totali sono diminuiti di circa 186 milioni e la spesa di 71 miliardi di euro. Gli impatti sono maggiori per gli arrivi internazionali che per i viaggi nazionali. I visitatori internazionali pernottanti sono diminuiti del -64% (pari a 40 milioni di visitatori) quest’anno e i  domestici del 31% (16 milioni) rispetto al 2019. Entro il 2023, il turismo complessivo avrà ripreso a superare leggermente i volumi del 2019, con +1% di visitatori totali rispetto al 2019, salvo imprevisti. Il  primo a ripartire sarà il turismo interno mentre i visitatori internazionali pernottanti saranno ancora inferiori del -5% rispetto ai volumi del 2019 nel 2023. La pandemia ha sconvolto piani e progetti dell’intero comparto turistico costringendo gli operatori e gli addetti ai lavori a riprogettare nuove strategie. L’Italia resta innegabilmente una destinazione top of mind”.

Per la piena ripresa del turismo alcuni indicano il 2024. Ritiene attendibile questa stima? Non potrebbe esserci un balzo della domanda già nel 2022 se le campagne di vaccinazione daranno gli esiti sperati?
“Sono stime rebus sic stantibus soggette – come speriamo – a stupirci con una precoce ripresa rispetto ai pronostici. Una campagna di vaccinazione massiccia può sicuramente contribuire ad accelerare il processo di riparazione di questa frattura del mondo”.

È cambiata la percezione dell’Italia all’estero? 
“L’Italia continua ad essere una delle prime mete di preferenza e lo dimostrano anche le ricerche e le mentions sui social dove l’Italia risulta tra le parole più ricercate. E’ inoltre leader assoluta nel turismo a lungo raggio: un quarto dei turisti da extra Europa viene in Italia e quindi la Penisola soffre particolarmente del blocco dei voli dai Paesi long haul e qui Enit sta cercando di rafforzare la posizione dell’Italia con un’operazione di mantenimento del brand attraverso attività di promozione. La sinergia sarà la sfida del futuro. Direi che la contingenza ci ha insegnato quanto sia importante sintonizzare le proprie esigenze anche sulle necessità altrui per affrontare le nuove sfide di questa epoca tra cui quella della sostenibilità. Una sostenibilità che sta prendendo forma e che per questo va immaginata creando un’offerta turistica fino ad ora poco uniforme ed omogenea e un nuovo modo di erogarla con la creazione di servizi specifici. E’ un invito ad essere coerenti e coordinati”.

Quali saranno i primi turisti a tornare?
“I turisti dai Paesi di prossimità per i quali l’Italia è raggiungibile in auto sono quelli che torneranno prima a viaggiare nei Paesi limitrofi e lo hanno dimostrato già quest’estate. Per i turisti d’oltreocenano tutto dipenderà dall’apertura totale delle tratte aeree, delle frontiere e dall’andamento del Covid nonché dalle politiche internazionali”.

 Dopo il Covid, cambierà la domanda turistica? Se sì come?
“Si sono accelerate tendenze già in atto prima della pandemia, come il turismo slow, il turismo attivo e sportivo, il viaggio multi generazionale con la propria famiglia e con gli amici ma anche i viaggi esclusivi. La sfida sarà quella di rendere stabili le forme di servizi collaborativi anche rendendoli maggiormente fruibili alle fasce solitamente meno attente al dibattito sulla collaborazione tra enti locali e cittadini. La ricerca di sicurezza e spazi porterà a nuove forme di condivisione. Città legate solo al turismo internazionale dovranno orientarsi sulla fidelizzazione di quello domestico per accelerare prospettive di ripresa parossistiche portate fino al 2022. Il digitale è diventato anche un incentivo per incrementare l’interesse degli utenti verso nuove forme finora scarsamente esplorate di esperienza culturale, come visite guidate virtuali ai musei, reading, rappresentazioni teatrali o concerti online. Ben vengano inoltre campagne con il coinvolgimento attivo di personaggi famosi ma anche dei cittadini con i loro racconti e il loro storytelling social. Il turismo culturale deve diventare anche pop e creare una rete che dia vita ad un circuito che coinvolga tutti i poli museali magari con biglietti unici, con offerte all inclusive che comprendano più siti e ingenerino collegamenti multisegmento in modo da animare i poli culturali con visite interattive che calino il messaggio culturale nell’attualità. Il turismo va ricalibrato intrecciando percorsi sensoriali e con l’innovazione. Enit è consapevole del valore dell’Italia e di quanto possa offrire la Penisola e punta già da tempo ad una promozione sempre più capillare in grado di coniugare la sostenibilità con la qualità grazie allo stile di vita italiano. E’ stata rafforzata anche la presenza di in Cina con l’apertura della sede di Shangai e continua la valorizzazione dell’Italia attraverso le 28 sedi nel mondo che quindi rappresentano un presidio di crescita costante dell’immagine di questo Paese che tende a non sottovalutare alcun mercato perché ha tutte le carte in regola per soddisfare ogni tipo di viaggiatore”.

Quali azioni avvierà nel 2021 l’Enit per sostenere il turismo in Italia?
L’Italia continua a dare prova di resilienza, versatilità, nonché creatività, soprattutto di riscoperta di se stessa. Una rinnovata capacità di mettersi in gioco con una propensione ai processi di modernizzazione e supporto tecnologico. Enit sta facendo la propria parte attraverso campagne mirate e con un piano del turismo articolato che punta su un turismo a valore mira a distribuire il carico antropico in diversi momenti dell’anno e in aree meno conosciute stimolando la creazione di pacchetti turistici che incentivino una domanda variegata. Un modo per distribuirlo in vari periodi dell’anno e in aree meno note sono i tematismi, la creazione di eventi multisegmento e multisensoriali nonché le aperture straordinarie di musei e luoghi d’arte in fasce orarie diverse e per ogni esigenza d’età e magari investimenti sul merchandising per creare senso di appartenenza. L’attività di networking internazionale condotta da Enit tra istituzioni, enti, pmi e operatori del settore mira proprio ad implementare indirizzare e aggiornare le modalità di creazione e promozione dell’offerta turistica. Abbiamo realizzato oltre 30 campagne marketing, almeno una per ogni Paese con sede Enit nel mondo, ci siamo attivati da subito con il cruscotto sul settore e il monitoraggio nazionale e internazionale per fornire gli strumenti utili e i dati per la ripartenza del settore, abbiamo lanciato e implementato una app gratuita per smartphone che regala assaggi di Italia da vivere poi live. Stiamo digitalizzando un archivio di oltre 100mila ritrovamenti Enit che formeranno il Primo Archivio Storico del turismo italiano. Ogni giorno organizziamo webinar internazionali che sono un collante per la rete della filiera turistica e alimentano il networking tra comparto pubblico e privato. Sul b2b, stiamo accompagnando le campagne digitali con webinar dedicati all’Italia su tutti i mercati, con digital training e anche corsi di lingua italiana dedicati agli agenti di viaggio all’estero per fidelizzare le nostre relazioni. Stiamo costruendo un marketplace virtuale permanente per l’incontro domanda e offerta turistica in collaborazione con le regioni italiane. La ripartenza ci vede impegnati con una campagna di comunicazione b2c, di concerto con il Mibact, prevalentemente sui canali digitali, Viaggio in Italia, sia sul mercato domestico che sui mercati internazionali che è partita in questi giorni. Le attività di digital PR, attraverso una rete di influencer individuati a livello internazionale, consentiranno di veicolare con maggiore efficacia e profondità la nostra narrazione”.

Fonte: economia agi

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La fine di un lungo viaggio

Di Antonino Gulisano

La Gran Bretagna ade nel 1973 alla CEE (Comunità economica europea), oggi divenuta UE (Unione europea). Sono stati anni di incontri e di scontri, di interessi e di convergenze, per un sogno: l’Europa federale. Oggi l’accordo tra UE e Gran Bretagna segna la fine di questo lungo viaggio di convivenza. Con la Brexit dal 1 gennaio 2021 UK e UE saranno due entità sovrane e autonome.

Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione UE ha detto della Brexit“che segna la fine di un lungo viaggio” e che l’accordo raggiunto garantirà al futuro rapporto tra le due entità “fondamenta solide”. “Ci possiamo finalmente lasciare la Brexit alle spalle, l’Europa continua ad avanzare”.

Il nuovo accordo per regolare i rapporti post-Brexit entrerà in vigore il primo gennaio, garantirà il libero scambio per diversi beni e creerà una piattaforma per la cooperazione futura in ambiti quali la lotta al crimine, l’energia e la condivisione dei dati.

Dopo un iniziale ottimismo dei mercati, la sterlina è tornata a scendere. Molti investitori ritengono che l’accordo Brexit lascia il Regno Unito davanti a numerose incertezze economiche.

Il documento Brexit, formalizzato alla vigilia di Natale, è composto da 2.000 pagine ed entrerà in vigore una volta approvato dalle due parti. Quali sono gli accordi principali.

–   Tariffe: l’accesso al mercato dell’Unione per il Regno Unito ne sarà esente.

 –  Commercio: i produttori del Regno Unito dovranno seguire sia gli standard britannici che quelli europei.

 –  Mobilità: i cittadini del Regno Unito non avranno più la libertà di vivere, lavorare, studiare, aprire un’azienda negli Stati dell’Unione. Per soggiorni superiori ai 70 giorni sarà richiesto un foglio di visa (visto d’ingresso).

  –  Qualifiche professionali: non ci saranno più riconoscimenti automatici per medici, infermieri, architetti, ingegneri e altri titoli professionali.

  –  Aiuti di Stato: l’accordo prevede che il Regno Unito possa istituire il proprio regime di sussidi.

–    Standard ambientali e lavorativi: le due parti hanno raggiunto un accordo su standard minimi.

–  Pesca: la quota comunitaria del pescato diminuirà del 25% su un periodo di 5 anni e mezzo. Londra avrebbe voluto una riduzione del 60% su tre anni.

–   Erasmus: il Regno Unito è fuori dal programma.

–  Lavoro: manager e specialisti possono rimanere fino a 3 anni, gli altri hanno bisogno di un permesso di lavoro e possono rimanere fino a 90 giorni su un periodo di 12 mesi.

Nel 2019, il Regno Unito ha venduto merci all’UE per 294 miliardi di dollari, pari al 43% del totale, mentre oltre la metà delle importazioni britanniche, per un controvalore di 374 miliardi, è arrivata dall’Unione europea.

Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, all’accordo mancano parecchie voci, tra cui un’intesa sul settore dei servizi, in particolare quelli finanziari della City, e la libertà di movimento delle persone.

Il prossimo passo è rappresentato dalla ratifica da parte del parlamento di Westminster, che dovrebbe arrivare il 30 dicembre, mentre quella di Strasburgo avverrà in maniera retroattiva a gennaio.

Fonte: QdC-quotidiano dei contribuenti

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Consumatori e Imprese, torna la fiducia

 Tornano a migliorare a dicembre la fiducia sia delle imprese che dei consumatori italiani dopo il peggioramento del mese precedente. L’Istat stima infatti aumenti dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 98,4 a 102,4 punti e dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese da 83,3 a 87,7. Il livello di entrambi, precisa tuttavia l’Istituto di statistica, “rimane ancora decisamente al di sotto di quello precedente l’emergenza sanitaria”.

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in crescita. Tra le imprese, nei servizi l’indice aumenta da 74,8 a 78,2, con “un peggioramento dei giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini, dopo il  forte ridimensionamento subito lo scorso mese, tornano a migliorare trainando la risalita dell’indice di fiducia”. Nel commercio al dettaglio, invece, l’indice scende da 94,9 a 88,5, diminuzione “dovuta al forte calo dei giudizi sulle vendite e all’aumento del  saldo delle scorte di magazzino; invece sono in miglioramento  le aspettative sulle vendite future. A livello di circuito  distributivo, la fiducia diminuisce nella grande distribuzione mentre è in aumento nella distribuzione tradizionale”.

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Crollano le imprese della Sardegna

SASSARI. Tra giugno e ottobre quasi un’impresa su cinque (il 19,1%) ha subito perdite superiori alla metà del fatturato o addirittura non ha conseguito alcun fatturato mentre il 21% non prevede di raggiungere risultati migliori nel trimestre invernale. La seconda parte del 2020 è stata devastante per le aziende sarde. Il 40% delle imprese isolane si prepara ad affrontare una crisi di liquidità senza precedenti e ben il 35% teme seri rischi di tenuta della propria attività nel primo semestre 2021. Le imprese con più di tre addetti, circa il 63% del totale dell’isola, sono 23.500 e impiegano quasi 188 mila persone: ebbene, un terzo di esse paventa un rischio concreto di fallimento. Tra giugno e novembre ben il 39% di esse ha fatto ricorso a nuovo indebitamento bancario (35% la media italiana).

Tra giugno e novembre il 29% delle imprese ha ridotto il personale dipendente con contratti a termine o ha rinviato le assunzioni previste, mentre il 14,1% ha indicato di prevedere riduzioni significative nel primo semestre 2021.