Estesi benefici a Giugno 2021 per imprese agroalimentari e della pesca

E’ stato firmato dalla Ministra Bellanova il decreto che estende fino al 30 giugno 2021 la possibilità di adottare misure di sostegno a favore delle imprese che operano nel settore della produzione primaria, trasformazione, commercializzazione di prodotti agricoli, e nei settori forestale, della pesca e dell’acquacoltura, incluse quelle che svolgono attività connesse. Lo stesso provvedimento prevede anche la possibilità di erogare aiuti per le imprese che hanno subìto un calo di fatturato di almeno il 30% rispetto allo stesso periodo del 2019. Vengono così recepiti gli ultimi aggiornamenti previsti dalla Comunicazione della Commissione UE relativa al “Quadro temporaneo per gli aiuti di stato a sostegno dell’economia durante l’emergenza Covid-19”.

“Quello firmato oggi è un provvedimento strategico, grazie al quale il Ministero e gli altri Enti nazionali potranno adottare ancora, fino al 30 giugno 2021, ulteriori misure di sostegno a favore delle aziende agricole, forestali e della pesca e quelle impegnate nella trasformazione o in altre attività connesse – spiega la Ministra Bellanova – Lo ritengo un segnale molto importante per le molte imprese che stanno attraversano un periodo di oggettiva difficoltà per le ripercussioni legate al Covid, e dovute anche alle limitazioni subite dal canale ho.re.ca e alle criticità dovute alla recessione globale e ai problemi di esportazione in taluni importanti mercati. E’ nostra responsabilità continuare a lavorare per sostenere le nostre aziende con misure sempre più puntuali, come quelle che saranno previste nella Legge di Bilancio 2021, con cui destiniamo al settore oltre un miliardo”.

Gli aiuti possono essere concessi sotto forma di sovvenzioni dirette, anticipi rimborsabili, agevolazioni fiscali, azzeramento o riduzione dei contributi previdenziali e assistenziali, dei debiti nei confronti della Pubblica Amministrazione ed altre agevolazioni di pagamento. (ANSA).

Fonte: ANSA

Il parlamento Europeo vota la PAC.

La plenaria del Parlamento europeo ha adottato la sua posizione sulla riforma della Politica agricola comune e si prepara a negoziare l’assetto finale della nuova PAC con il Consiglio, che ha annunciato l’accordo tra gli Stati membri il 20 ottobre.

Gli eurodeputati si sono espressi su tutti e tre i regolamenti che compongono la riforma della Politica agricola comune: il regolamento sui Piani strategici nazionali della PAC è stato approvato con 425 voti favorevoli, 212 voti contrari e 51 astensioni; il regolamento sull’organizzazione comune dei mercati (OCM organizzazione comune del mercato) è stato approvato con 463 voti favorevoli, 133 voti contrari e 92 astensioni; il regolamento orizzontale sul finanziamento, la gestione e il monitoraggio della PAC è stato approvato con 434 voti favorevoli, 185 voti contrari e 69 astensioni.

Il Parlamento europeo ha ottenuto un risultato importante: dal 1 gennaio 2021 gli agricoltori italiani riceveranno 1,22 miliardi di euro dal Next  Generation Eu. L‘agricoltura è la prima componente che va all’accordo definitivo. L’Italia potrà ricevere subito questa parte dei 208,8 miliardi di euro e non dovrà aspettare la metà del 2021 come invece dovrà fare per il resto dei fondi del piano, nella migliore delle ipotesi.

«In teoria la nuova Politica Agricola Comune entrerà in vigore il primo gennaio 2023 per consentire questo negoziato molto articolato sul bilancio comunitario che ci vede ancora in piena discussione tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Ma non ha senso aspettare il 2023 perché i fondi del Next Generation Eu per lo sviluppo rurale servono in questo momento agli agricoltori per mitigare gli effetti della crisi economica».  All’Italia andranno 1,22 miliardi di euro. Ma attenzione, in realtà sono 2,4 miliardi di euro perché è obbligatorio il cofinanziamento al 50%. Poi, se vogliono, gli Stati possono dare di più».

Sul fronte della sostenibilità ambientale, il Parlamento chiede di rafforzare le condizionalità, quindi le pratiche rispettose del clima e dell’ambiente che gli agricoltori devono obbligatoriamente applicare per ottenere i pagamenti diretti, e di dedicare almeno il 35% del bilancio per lo sviluppo rurale alle misure legate al clima e all’ambiente.

Inoltre, il 30% del budget dei pagamenti diretti dovrebbe essere destinato ai nuovi eco-schemi. Il parlamento europeo vuole ridurre progressivamente i pagamenti diretti annuali agli agricoltori superata la soglia di 60mila euro e fissarne il massimale a 100 mila euro. Prima di effettuare la riduzione, tuttavia, gli agricoltori potrebbero detrarre dall’importo dell’aiuto il 50% dei salari collegati alle attività agricole.

Una misura importante per i paesi, come l’Italia, che hanno un modello di agricoltura ad alta intensità di manodopera. Inoltre, il Parlamento Europeo chiede poi di riservare il 6% del budget nazionale per i pagamenti diretti alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni e almeno il 4% della dotazione al sostegno dei giovani agricoltori, che dovrebbero continuare a beneficiare di finanziamenti specifici nell’ambito dei PSR.

Azioni ad hoc dovrebbero poi contribuire a promuovere una maggiore inclusione delle donne nell’economia rurale, mentre dagli aiuti PAC dovrebbero essere esclusi coloro che possiedono terreni rurali, ma non svolgono almeno un livello minimo di attività agricola, a cominciare dai gestori di aeroporti, servizi ferroviari, impianti idrici, servizi immobiliari, i proprietari di terreni sportivi e le aree ricreative permanenti.

Gli Stati membri hanno convenuto di destinare ai nuovi eco-schemi il 20% del budget dei pagamenti diretti del primo pilastro, contro il 30% chiesto dal Parlamento Europeo, e di destinare il 30% delle risorse del secondo pilastro alle misure agro-climatico-ambientali dei Programmi di sviluppo rurale (PSR), a fronte del 35% sollecitato dagli eurodeputati. l’Italia porta a casa dal negoziato in Consiglio sulla PAC diverse conquiste, insieme ad alcune rinunce. L’Italia ottiene le modifiche relative all’etichettura dei vini e la possibilità di attuare interventi di investimento e ristrutturazione nel settore dell’olio di oliva. Soddisfazione italiana per i contributi verso i nuovi insediamenti dei giovani agricoltori che passano da 70 mila euro fino a 100mila euro e per le misure a favore dei piccoli agricoltori, tra cui maggiore semplificazione e l’esonero da eventuali tagli dei pagamenti diretti necessari per costituire una riserva anticrisi.

Tra le conquiste, al termine del Consiglio, per l’Italia si ha la conferma del ruolo delle regioni che continueranno ad operare come Autorità di gestione dei PSR, alla luce delle competenze specifiche nel settore agricolo previste dal nostro assetto costituzionale, che l’impianto basato sui Piani strategici nazionali rischiava di far saltare.

A proposito di etichettature degli alimenti quasi l’85% dei prodotti Dop/Igp sarebbero danneggiati dal Nutri-Score sviluppato in Francia perché diventerebbero cibi da “semaforo rosso” e dannosi per la salute. Cosa sta facendo il Parlamento europeo per tutelare i nostri prodotti? È una battaglia in cui ci giochiamo moltissimo. Il Parlamento europeo nella sessione plenaria ha dato il via libera all’accordo con la Cina per la tutela dei 100 prodotti Igp europei nel mercato cinese. Perché è così importante? I nostri 27 prodotti igp italiani saranno protetti nel mercato cinese che dopo gli Stati Uniti è il secondo mercato delle esportazioni agroalimentari europee.

In conclusione, alla fine di questa sessione plenaria del Parlamento Europeo non possiamo affermare che le aspettative delle aziende agricole e agroalimentari siano pienamente soddisfatte, ma alcune richieste e proposte italiane sono state accolte.

Si può affermare che il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto.

La Pasta De Cecco usa grano francese? Confedercontribuenti; fatto gravissimo

Una presunta frode commerciale sarebbe stata perpetrata dal pastificio De Cecco di Fara San Martino (Chieti), simbolo del made in Italy nel mondo.

Secondo quanto svelato dal telegiornale regionale della Rai, al centro dell’inchiesta che ha visto anche un’ispezione dei carabinieri del Nas, ci sarebbe una importazione di grano francese utilizzato per fare pasta e tra gli indagati ci sarebbero il patron Filippo Antonio De Cecco, il direttore acquisti e il direttore controllo qualità.

Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti, dunque, le materie prime di una pasta famosa in tutto il mondo, a cui l’Antitrust – ha ricordato la Tgr – ha imposto di rinunciare alla dicitura “made in Italy” in etichetta, sostituita dall’indicazione dei paesi di origine dei grani: Italia, Arizona e California.

 Se come appare, dichiara il coordinatore nazionale di Confedercontribuenti agroalimentare, Antonino Gulisano sia di provenienza francese, anche se non è da escludere che possa provenire attraverso la Francia anche dal Canada, il fatto è allarmante, visto che stiamo parlando del terzo colosso italiano nell’export del Made in Italy. Sia chiaro che la pasta italiana non puo’ che essere fatta con grano duro Pugliese o Siciliano. Il gravissimo fatto dovrà essere accertato in maniera rigorosa dagli uomini del NAS, perchè bisogna bloccare la importazione di grano dall’estero.
,

Confedercontribuenti Agroalimentare: serve “patriottismo alimentare”. Si compri “italiano”

Facciamo appello al “patriottismo alimentare” e chiediamo  ai consumatori,  di privilegiare l’acquisto di prodotti nazionali, per limitare i danni economici dovuti alle misure restrittive varate dal governo per l’emergenza sanitaria.

L’appello lo facciamo anche alla grande distribuzione organizzata  affinchè privilegi i prodotti Made in Italy. Nei punti di vendita siano  rese più accessibili ai consumatori le indicazioni relative all’origine, privilegiando i prodotti che garantiscono la tracciabilità di tutte le fasi produttive a livello nazionale.

Particolare attenzione sia rivolta ai prodotti freschi. Per gli ortofrutticoli, in particolare, oltre alle informazioni sulla provenienza, siano presentati ai consumatori i consigli per la migliore preparazione delle produzioni stagionali.

Le iniziative di sostegno al consumo dei prodotti italiani siano effettuate anche nelle vendite on line.

Contiamo di trovare una grande alleanza con tutte le associazioni del settore per fare massa e dare forza al Made in Italy, ma speriamo nella sensibilità degli italiani, afferma Antonino Gulisano, coordinatore nazionale di Confedercontribuenti Agroalimentare Continua a leggere

, , ,

Agroalimentare, 850 milioni per i cibi italiani. Confedercontribuenti, bene questa iniziativa.

Da una parte 600 milioni per ristoranti, mense, agriturismi e attività di catering. Dall’altra 250 milioni per le organizzazioni caritative che si occupano degli indigenti. In tutto 850 milioni destinati all’acquisto di prodotti agroalimentari italiani. «Per la prima volta si interviene in modo integrato dal campo alla tavola con un bonus Filiera Italia per l’acquisto di prodotti Made in Italy a sostegno della ristorazione che ha subito nel 2020 con l’emergenza Covid un taglio del fatturato del 48% che ha travolto a cascata anche l’industria alimentare e l’agricoltura italiana». Nell’ultima Gazzetta Ufficiale del decreto che fissa criteri e modalità di gestione del Fondo per la filiera della ristorazione.  In Gazzetta ufficiale è stato pubblicato anche il decreto del ministero delle Politiche Agricole, di concerto con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, che suddivide lo stanziamento dei fondi dedicati al programma di distribuzione di derrate alimentari alle persone indigenti. Il provvedimento ha tenuto conto delle necessità espresse dalle organizzazioni caritative a fronte dei 250,9 milioni di euro disponibili: 900 mila euro di residui sul Fondo 2020 e 250 milioni dalle risorse straordinarie del decreto Rilancio.  Con questa manovra si aiutano i nostri connazionali meno abbienti, dando una mano al contempo all’agricoltura e all’agroalimentare Made in Italy, la cui situazione di crisi si è aggravata ulteriormente con la chiusura dei bar, ristoranti, pizzerie».

, , ,

L’industria alimentare ha retto l’urto della crisi, Sud meglio del Nord

Dinamico, robusto e resiliente di fronte alle difficoltà. È la foto del settore agroalimentare nazionale di fronte all’impatto della pandemia, che conferma non solo le sue strutturali doti anticicliche ma anche capacità di adattamento, come emerge da un rapporto redatto da Ismea sulle prospettive dell’industria alimentare italiana alle prese con l’emergenza legata alla diffusione del Coronavirus, che ha analizzato i bilanci di 6.400 imprese dell’alimentare Made in Italy, le prospettive sono incoraggianti.

Secondo i risultati dell’indagine, il 42% delle imprese agroalimentari italiane presenta caratteristiche tali da garantire una buona capacità di tenuta anche in situazioni di crisi shock come quella cui stiamo assistendo. A questo “nocciolo duro”, si affianca un’ampia area produttiva (36%) – definibile come “terra di mezzo” – con qualche problema di liquidità e/o esposizione debitoria che potrebbe degenerare per gli effetti dell’emergenza Covid-19. Più preoccupante la situazione del 21% del campione, “ventre molle” del sistema agroalimentare italiano, con un alto livello di vulnerabilità.

A livello settoriale, i comparti con una quota maggiore d’imprese “ad alta resistenza” sono l’industria molitoria (il 63% delle imprese ricade in questa categoria), il settore dei liquori (59%), della cioccolateria e del caffè e tè (entrambi attorno al 53%). All’opposto, il quadro peggiore si ha nei settori della birra e dell’olio di oliva dove, rispettivamente, il 38% e il 34% delle imprese si colloca nell’area più critica. A contribuire alla capacità di tenuta del sistema è anche la dimensione aziendale: più di un quarto delle imprese fino a 9 dipendenti presenta elementi di vulnerabilità (27%), percentuale che si riduce sensibilmente nelle imprese più grandi, scendendo al 9% in quelle con più di 250 addetti.

Altro segnale confortante viene dalla stima delle differenze nel grado di resistenza alle crisi a livello territoriale: nel Mezzogiorno l’area delle imprese maggiormente robuste è più ampia (45%), sia pur di poco, di quelle del Centro-Nord (42%). Interessante anche il dato sull’età media delle imprese del campione, che mostra un sistema agroalimentare basato sulla tradizione: in generale, le aziende analizzate hanno una storia di più di una generazione e sono state costituite mediamente da 26,5 anni. Di contro però, sono state le imprese sotto i 5 anni di vita a essere maggiormente interessate da un andamento positivo di fatturato: nonostante le dimensioni economiche ridotte, hanno incrementato i loro ricavi medi di oltre il 30 per cento.

Fonte: Agrisole

, ,

Riforma Pac, aiuti ambientali elevati al 30%

Con un voto espresso oggi nel corso della sessione plenaria, il Parlamento europeo ha approvato i progetti di risoluzione sulla riforma della Pac varati nelle competenti Commissioni. L’esito del voto è stato incerto fino all’ultimo per le spaccature che si sono registrate all’interno dei gruppi politici. Da quanto risulta, gli europarlamentari tedeschi del gruppo dell’Alleanza di Socialisti e Democratici hanno votato contro per l’insufficiente ambizione ambientale dei testi sottoposti al voto.

Il 21 ottobre, il Consiglio Agricoltura e Pesca della Ue ha definito il proprio “orientamento generale”. Vale a dire, la posizione sulla riforma. Dunque, a più di due anni dalla presentazione delle proposte della Commissione, con il voto odierno del Parlamento europeo sono state messe a punto le basi legali per avviare il “trilogo” tra le Istituzioni che dovrà fissare l’intesa definitiva sulla nuova Pac.

Trovare il punto di sintesi non sarà agevole. Su alcuni punti, in particolare, si registrano sostanziali differenze tra le posizioni dell’Europarlamento e del Consiglio. Secondo l’Assemblea di Strasburgo deve essere fissata al 30% la parte dei pagamenti diretti condizionati al rispetto di pratiche colturali a valenza ambientale, i cosiddetti “ecoschemi”. Per il Consiglio, invece, non bisogna andare oltre il 20 per cento.

Sul “plafonamento” dei pagamenti diretti oltre i 100 mila euro, gli europarlamentari chiedono che i costi del lavoro siano considerati fino ad un massimo del 50% sul totale sostenuto dalle imprese Secondo il Consiglio, devono essere computati per intero.
Il Parlamento europeo ha chiesto anche il varo di una “condizionalità sociale”. In pratica, gli imprenditori che non rispettano i contratti collettivi e le leggi sul lavoro dovranno essere sottoposti a sanzioni amministrative.

Il “trilogo” richiederà alcuni mesi e, a seguire, la Commissione Ue dovrà predisporre gli atti delegati per l’applicazione della nuova normativa di base. Secondo gli addetti ai lavori la procedura si concluderà non prima dell’estate 2021. Intanto, gli Stati membri possono procedere alla redazione dei Piani strategici nazionali che costituiscono la principale novità della riforma della Pac in discussione, la cui entrata in vigore è prevista all’inizio del 2023. Dovrà essere presentato un unico Piano strategico che dovrà includere sia le scelte nazionali per l’erogazione dei pagamenti diretti; sia i programmi per lo sviluppo rurale

fonte: agrisole