IL REDDITO DI CITTADINANZA DEL CAPITALE

 

Di Renato Costanzo Gatti

La politica si sta arroventando sui 9 miliardi di € che il Reddito di cittadinanza costa alle finanze italiane. Ma nessuno sta indagando su i regali ed i sussidi che vengono fatti alle imprese ma che disvelando il meccanismo sono regali fatti al Capitale (e lo chiamo con la C maiuscola essendo esso il vero sovrano).

Tutti sono d’accordo a dare sostegno alle imprese perché queste, aiutate, possano continuare a produrre, a dare occupazione, ad esportare, a far funzionare il paese. Molta della politica economica dei governi tende a creare stabilità, e a creare condizioni per attrarre investimenti esteri. Ma quando questi investimenti arrivano, dall’Italia o dall’estero, vanno ad aumentare il capitale sociale delle imprese finanziate che così irrobustite trovano maggior credibilità sul mercato, e vengono riconosciuti assegnando al finanziatore corrispondenti azioni societarie dell’impresa finanziata.

Quello che invece non si riesce a capire è perché quando gli stessi fondi, gli stessi investimenti vengono dallo stato, non viene aumentato il capitale sociale, non vengono date azioni sociali all’investitore ma il tutto si trasforma o in aiuto di stato esentasse o in credito di imposta che l’impresa potrà utilizzare al momento del pagamento delle imposte ovvero potrà, se previsto, cedere alle banche in cambio di contanti.

Insomma, questi regali, sussidi, incentivi, agevolazioni 4.0, vanno dai contribuenti al Capitale rappresentante un REDDITO DI CITTADINANZA DEL CAPITALE che gode del silenzioso assenso della collettività (solo un sindacalista della Uil si pone domande simili alle mie).

Ma vogliamo vedere un elenco incompleto di questi aiuti che si aggiungono a quelli già esistenti (tra tutti le agevolazioni 4.0) con la recente legge aiuti?

  • Estensione al primo trimestre 2023dei crediti d’imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas, con aumento delle aliquote agevolative. Alle imprese energivore viene riconosciuto un credito d’imposta pari al 45% delle spese sostenute per la componente energetica acquistata ed effettivamente utilizzata nel primo trimestre 2023. Alle imprese non energivore viene riconosciuto un credito d’imposta pari al 35% della spesa sostenuta per l’acquisto della componente energetica, effettivamente utilizzata nel primo trimestre dell’anno 2023. – Alle imprese gasivore e non gasivore viene riconosciuto un credito d’imposta pari al 45% della spesa sostenuta per l’acquisto del gas, consumato nel primo trimestre solare del 2023, per usi energetici diversi dagli usi termoelettrici.
  • Estensione del credito d’imposta per l’acquisto di carburanti per l’esercizio dell’attività agricola e della pesca. Il bonus spetta alle imprese esercenti attività agricolae della pesca e alle imprese esercenti l’attività agromeccanica ed è pari al 20% della spesa sostenuta per l’acquisto del carburante effettuato nel primo trimestre solare dell’anno 2023
  • Prorogaal 31 dicembre 2023 del credito di imposta per la quotazione PMI, con aumento del tetto massimo del bonus a 000 euro. Conferma per tutto il prossimo anno della disciplina transitoria e speciale del Fondo di garanzia per le PMI. La misura dell’aiuto resta confermata al 50% delle spese di consulenza sostenute dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2023 per l’ammissione alla loro quotazione in un mercato regolamentato o in sistemi multilaterali di negoziazione di uno Stato Ue o dello Spazio economico europeo, mentre aumenta da 200.000 a 500.000 euro il tetto massimo del credito d’imposta.
  • Nuovo credito d’impostaper l’acquisto di materiali riciclati provenienti dalla raccolta differenziata.
  • Istituzione di nuovi fondiper la sovranità alimentare e per l’innovazione in agricoltura.
  • A favore del settore autotrasporto sono stanziati 200 milioni di euro per il riconoscimento di un contributo a favore delle imprese esercenti le attività di trasporto finalizzato volto a mitigare gli effetti degli incrementi di costo per l’acquisto del gasolio utilizzati per l’esercizio delle attività.

Per un nuovo stato sociale

Il nostro pensiero non può non andare al Nobel James Meade ed all’intervento fatto al CNEL dal prof. Leonello Tronti che qui parzialmente riporto, interventi che vedono un coinvolgimento della collettività nella socializzazione dei mezzi di produzione, preludendo ad una società del benessere fondata su un livello importante di copartecipazione.

Nell’opera Full Employment Regained? (1995) di James Meade, l’economista inglese amico di Keynes e premio Nobel nel 1977. evidenzia che l’accettazione della flessibilizzazione della retribuzione da parte dei lavoratori comporta l’assunzione del rischio di impresa, e perciò stesso una profonda modifica del tradizionale rapporto di lavoro dipendente. Il lavoratore che accetta di commisurare la propria remunerazione all’andamento dell’impresa non può che diventare un socio, un partner che investe nell’impresa il proprio lavoro al pari di chi investe nell’impresa il proprio denaro. Ma, ai fini della protezione del reddito delle famiglie, l’abbandono del principio della garanzia di stabilità della retribuzione comporta che essa sia necessariamente integrata con altri redditi. La prima e più socialmente scontata forma di integrazione è quella con il reddito da capitale (le “azioni di lavoro” della stessa impresa dove il lavoratore è impiegato ora o è stato impiegato in precedenza).

Meade intende rafforzare il legame di complementarità tra la diffusione della proprietà azionaria e la sostenibilità sociale di un elevato grado di flessibilizzazione della retribuzione del lavoro, e quindi di “purezza semantica” del salario come segnale di mercato, utile ad orientare l’allocazione ottima dei fattori. Il grado di flessibilizzazione dei salari e di integrazione di questi con redditi da capitale (azioni di lavoro) offre la misura della necessità di programmi pubblici di sostegno del reddito e di protezione dell’occupazione: un lavoratore partner a salario flessibile non perderà mai il proprio posto di lavoro (a meno che l’impresa non sia costretta a chiudere), ma potrà scegliere se rimanere nell’impresa in cui si trova o cercare di cambiare lavoro quando la sua retribuzione o il valore delle sue azioni abbiano raggiunto un livello che non gli sembri più adeguato.

La garanzia proposta da Meade è data dalla progressiva integrazione di tutti i redditi attraverso il “dividendo sociale”: un reddito ricavato da una partecipazione pubblica fino a un massimo del 50 per cento al capitale di tutte le imprese (attraverso un processo che chiama di “nazionalizzazione alla rovescia”). Il reddito ricavato dallo Stato dalla sua partecipazione nelle imprese dovrebbe gradualmente trasformare il debito pubblico in credito pubblico, sostituire buona parte della tassazione, e soprattutto consentire a tutti i cittadini di godere in perpetuo di un reddito uguale per tutti e indipendente dal lavoro – frutto tangibile della cooperazione sociale tra Stato, imprenditori e lavoratori nella buona conduzione delle imprese e dell’economia.

L’indicazione prospetta una profonda trasformazione dei rapporti sociali ed economici, che ha il vantaggio di poter essere attuata gradualmente, senza scosse sociali né politiche, né economiche. Certo in molti paesi europei e anche in Italia esistono programmi assistenziali universalistici, che assicurano un reddito minimo a tutti i cittadini in condizioni di particolare disagio economico, indipendentemente dalla loro presente o passata condizione nel mercato del lavoro. Ma la concezione meadiana non parte da motivazioni di carattere assistenziale, bensì dalla volontà di evidenziare da un lato a tutti i cittadini i frutti della cooperazione sociale e, dall’altro, di depurare i salari da qualunque rischio inflazionistico come anche da qualunque funzione redistributiva.

Il dividendo sociale propone un nuovo modello comportamentale dell’operatore pubblico, mirato a rilanciare in termini innovativi il tradizionale ruolo keynesiano di sostegno alla crescita economica e occupazionale, in cui lo “stato azionista di minoranza” trasforma il rapporto tra realtà produttiva e stato sociale, oggi in crisi, per dare vita ad un sistema di protezione sociale che, anziché contrapporsi come correttivo allo sviluppo della produzione e del reddito, è totalmente connaturale con esso. Di più: mentre la disponibilità per il sistema economico di un consistente credito pubblico non può non influire positivamente sul mercato dei capitali e sul livello del saggio di interesse (e quindi sulla facilità di creazione di nuove attività produttive), l’interconnessione esplicita tra partecipazione pubblica alla produzione e livello del dividendo sociale configura una nuova e più ricca concezione della cittadinanza e della solidarietà sociale. È questo il futuro dello Stato sociale?”

 

 

 

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