Energia, carburanti, trasporti e credito: l’instabilità dello Stretto rischia di trasformarsi in una nuova tassa occulta sull’economia reale. Finocchiaro: «Non possiamo aspettare che l’emergenza internazionale presenti il conto alle imprese italiane»
ROMA – 4 settembre 2026 – Lo Stretto di Hormuz è lontano migliaia di chilometri dall’Italia, ma le conseguenze della sua instabilità sono già molto più vicine di quanto possa sembrare. Arrivano nelle bollette energetiche, nei serbatoi dei camion, nei costi dei trasporti, nei listini delle materie prime e, alla fine, nei bilanci delle piccole e medie imprese.
A lanciare l’allarme è Confedercontribuenti – Imprese Italia, che chiede al Governo di predisporre una strategia preventiva per proteggere il sistema produttivo dalle conseguenze economiche della crisi mediorientale.
La situazione dello Stretto continua infatti a presentare forti elementi di instabilità. L’Iran ha recentemente ampliato a 56 il numero delle navi inserite nella propria lista di imbarcazioni soggette a possibili restrizioni, mentre nei giorni scorsi due petroliere che trasportavano greggio saudita sono state colpite durante il transito. Allo stesso tempo si registrano segnali di parziale ripresa dei flussi petroliferi: un quadro quindi estremamente volatile, nel quale sicurezza delle rotte e continuità degli approvvigionamenti restano elementi decisivi.
LE PMI STANNO GIÀ PAGANDO
I numeri fotografano una preoccupazione che non è più teorica.
Secondo l’ultimo rapporto congiunturale di Confapi, realizzato su un campione di 2.000 PMI industriali, il 69,5% delle aziende prevede effetti negativi dalla crisi mediorientale, soprattutto sulla catena energetica e logistica.
Ancora più significativo è un altro dato: per il 50% delle PMI intervistate le conseguenze negative legate alle difficoltà di Hormuz sono già in corso.
«Questo dimostra – dichiara Carmelo Finocchiaro, presidente di Confedercontribuenti – Imprese Italia – che parlare di Hormuz come di un problema lontano significa non comprendere come funziona oggi l’economia globale. Basta che aumentino petrolio, assicurazioni marittime, noli e carburanti perché il conto arrivi direttamente alle nostre aziende.»
UNA CATENA CHE PUÒ COLPIRE TUTTA L’ECONOMIA
Il meccanismo è semplice e pericoloso:
instabilità geopolitica → difficoltà negli approvvigionamenti → energia e petrolio più costosi → aumento dei carburanti → maggiori costi di trasporto e produzione → pressione sui prezzi → riduzione dei margini delle imprese.
E quando un’azienda vede diminuire i propri margini, diminuisce anche la sua capacità di investire, assumere personale e competere sui mercati internazionali.
La situazione è particolarmente delicata perché il problema energetico si sovrappone a quello dell’accesso al credito.
Secondo l’indagine Confapi, nel primo semestre 2026 il 66,5% delle PMI industriali non ha presentato richieste al sistema bancario per ottenere nuove risorse finanziarie. Il 56% ricorre all’autofinanziamento. Tra le ragioni della rinuncia al credito vengono indicate il timore di un rifiuto, condizioni considerate troppo onerose e garanzie eccessive.
FINOCCHIARO: «NON ASPETTIAMO L’EMERGENZA»
«Il Governo non deve aspettare che l’aumento dei costi internazionali diventi una nuova emergenza nazionale», sostiene Finocchiaro.
«Servono interventi preventivi. Le PMI italiane non possono essere lasciate sole davanti a una crisi internazionale sulla quale non hanno alcun potere, ma della quale rischiano di pagare quasi interamente le conseguenze.»
Per Confedercontribuenti – Imprese Italia occorre lavorare immediatamente su energia, carburanti, trasporti e credito, con particolare attenzione alle imprese maggiormente esposte all’aumento dei costi energetici e logistici.
«Ogni euro in più pagato da un autotrasportatore per il carburante – prosegue Finocchiaro – finisce inevitabilmente dentro il costo della merce trasportata. E quel costo passa all’impresa, al commerciante e infine al consumatore. È così che una crisi geopolitica può trasformarsi in inflazione.»
CINQUE INTERVENTI PER PROTEGGERE LE IMPRESE
Confedercontribuenti – Imprese Italia propone al Governo un pacchetto di interventi basato su cinque priorità:
1. Carburanti. Predisporre un meccanismo temporaneo e automatico di contenimento della componente fiscale qualora le quotazioni energetiche superino determinate soglie per un periodo significativo.
2. Autotrasporto e logistica. Prevedere strumenti straordinari per le imprese maggiormente penalizzate dagli aumenti dei carburanti, dei noli e dei costi assicurativi.
3. Energia. Rafforzare gli strumenti destinati alle PMI energivore e incentivare investimenti in autoproduzione, efficientamento e diversificazione energetica.
4. Credito. Potenziare le garanzie pubbliche e favorire finanziamenti destinati al capitale circolante delle PMI che subiscono aumenti eccezionali dei costi energetici e delle materie prime.
5. Vigilanza sui prezzi. Rafforzare il monitoraggio delle filiere per distinguere gli aumenti effettivamente determinati dalla crisi internazionale da eventuali fenomeni speculativi.
SERVE UNA STRATEGIA EUROPEA
La questione non può tuttavia essere affrontata soltanto a livello nazionale.
Prima dell’attuale conflitto, attraverso Hormuz transitava circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio, a conferma dell’importanza sistemica dello stretto per l’economia internazionale.
Per Confedercontribuenti – Imprese Italia l’Unione europea deve quindi accelerare sulla diversificazione degli approvvigionamenti, sulle infrastrutture energetiche e sulla capacità di proteggere le proprie catene logistiche.
«L’Europa – conclude Finocchiaro – deve comprendere che la sicurezza energetica è ormai parte integrante della politica industriale. Non possiamo costruire la competitività delle imprese europee se ogni crisi internazionale rischia di mettere in discussione prezzi dell’energia, trasporti e approvvigionamenti.»
Hormuz è lontano geograficamente dall’Italia. Economicamente, invece, è già alle porte delle nostre imprese.
Ed è per questo che Confedercontribuenti – Imprese Italia chiede al Governo di intervenire prima che l’instabilità internazionale diventi l’ennesimo costo scaricato sulle PMI e sulle famiglie.


