Come l’Italietta giolittiana

di Antonello Longo

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Si è aperta una fase grave, carica di rischi per il nostro Paese, ma l’impressione è che la classe politica non ne abbia piena consapevolezza.

Non siamo mai stati teneri con i governi Conte, uno e due, però il problema che si pone in questo momento non è di capire se, su quali punti e fino a che punto Matteo Renzi abbia ragione nelle sue accuse al premier e nell’esasperare la richesta di fare ricorso al Mes sanitario, ma l’opportunità di aprire una crisi dagli sbocchi imprevedibili nel momento della massima emergenza pandemica e dell’estrema urgenza di approntare misure di contrasto alla pandemia ed alleviarne i drammatici effetti sull’economia così come di spendere e gestire al meglio l’irripetibile occasione offerta dalle ingenti risorse europee per aprire al Paese una strada di risanamento e di rilancio.

La crisi politica in atto ricorda, per molti versi, l’Italietta giolittiana, quando, nei primi due decenni del secolo scorso, la democrazia liberale, percorsa da ambizioni riformiste deboli e contraddittorie, si impantanò in manovre di piccolo cabotaggio da parte di classi dirigenti mediocri e inani di fronte ad una società in grande e rapida trasformazione ma ancora ancorata, nella mentalità e nel costume, alla tradizione.

E viene spontaneo pensare al trasformismo di Depretis, ereditato poi anche da Giolitti e da Crispi che praticarono a profusione il sistema di barattare il sostegno parlamentare con l’elargizione di favori alle consorterie locali, dei compromessi di basso profilo, delle manovre di corridoio.

Oggi come allora il Paese fa perno su un sistema economico a due velocità: quella dell’industria e dell’agricoltura avanzate al Nord e quella deindustrializzata e tendente al sottosviluppo al Sud.

Oggi come allora l’Italia è reduce dalla sua Caporetto: la disfatta di questi nostri giorni è la strage compiuta dal coronavirus, il tracollo dell’economia, la carenza strutturale dei sistemi pubblici, dalla sanità alla mobilità, dalla burocrazia al fisco, dalla  paralisi della scuola ai servizi locali, fino all’abbandono e al disorientamento di intere generazioni.

Ed oggi come allora, infine, il pericolo provocato dall’inadeguatezza della politica e delle classi dirigenti nel loro complesso è la disaffezione popolare verso la democrazia, il diffondersi dell’antiparlamentarismo, dell’egoismo sociale e nazionale, dell’illusione che la forza di un uomo (o di una donna), l’audacia di un gruppo, possano cambiare in meglio i destini individuali e collettivi.

Il responso parlamentare di martedì prossimo ci dirà se verrà formalizzata una crisi di governo o se, con un cambio di maggioranza in corsa, il governo in carica riuscirà ad andare avanti malgrado il disimpegno della componente renziana.  L’eventuale vittoria nella conta al pallottoliere dei senatori rafforzerebbe la figura di Giuseppe Conte, ma la crisi politica rimarrebbe comunque aperta nelle sue ragioni di fondo.

Lo stesso Renzi, leaderino che non sa misurare né le parole né le proprie ambizioni, è rimasto prigioniero del suo strappo che tendeva a rimescolare le carte della maggioranza mettendo Conte in un angolo. Il fatto è che Conte appare al momento l’unico punto di equilibrio possibile tra il Movimento cinque stelle ed il Partito Democratico. Se questo è vero (in politica queste cose possono cambiare molto in fretta) l’alternativa al professore foggiano e ad una maggioranza forzata e disorganica può consistere solo nelle elezioni anticipate, che cadrebbero pericolosamente in piena emergenza sanitaria e sociale, o in un governo tecnico, alla Monti, teleguidato dall’Unione Europea. Resta esclusa, invece, la soluzione di un governo di salute pubblica, di unità nazionale con tutti dentro, sia per motivi superficiali, cioè la propaganda intransigente delle parti politiche, che per ragioni più profonde.

L’offerta politica che gli italiani hanno di fronte in questo momento risente di due tensioni parallele. Da una parte l’insofferenza del ceto industriale e del mondo finanziario verso ogni tipo di politica sociale, nella convinzione che ogni soldo sottratto all’impresa rappresenti una distorsione dello sviluppo; insofferenza che si riflette, in pratica, nel montare dell’intolleranza del Nord produttivo verso un Mezzogiorno considerato palla al piede di cui liberarsi in un modo o nell’altro, un Sud arretrato e assistito che drena risorse senza eliminare i suoi atavici difetti.

Dall’altra parte la tensione (da cui dipendono anche i continui tentativi di modificare la Costituzione) tra la “democrazia decidente”, la concezione maggioritaria della politica, quella che consiste nella prevalenza di uno schieramento sull’altro, chi vince piglia tutto dopo uno scontro muscolare che divarica la società in ogni suo aspetto sociale e culturale, secondo il modello americano di cui abbiamo visto la degenerazione e, dall’altra parte, il proporzionalismo che riflette una democrazia pluralista e permea di sé il nostro impianto costituzionale, frutto della Resistenza al fascismo e della volontà di valorizzare tutte le componenti politiche e sociali nello slancio postbellico di ricostruzione morale e materiale.

La tentazione della “democrazia decidente”, la “vocazione maggioritaria” non è appannaggio soltanto dei partiti di destra, che piuttosto che collegarla ad una visione liberale o di conservatorismo moderato la innestano in un impianto populista e sovranista di tipo trumpiano (miscela che chi scrive considera letale per l’Italia), ma si è fatta spazio, a partire dalla svolta veltroniana degli eredi del PCI, anche nel centro-sinistra che la innesta nel sostanziale accostamento alla visione neo-liberale e al pensiero unico neoliberista, non estranei all’indefinibile movimento grillino (un approccio che ha incoraggiato l’attrazione del ceto operaio e popolare per la destra sociale).

Vien fatto, allora, di pensare che, dietro le quinte, la contrattazione della legge elettorale è stata e resterà movente di peso, se non decisivo, dello strappo di Renzi, perché, anche se la situazione politica dovesse precipitare verso le elezioni, sarà comunque necessario definire una nuova legge elettorale dopo il taglio del Parlamento e della sua rappresentatività.

 

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