L’indice FAO sale dell’1,9% ad agosto. Zucchero +11,9%, cereali +2,2% e grano +15% in un anno. Crescono i rischi per imprese agroalimentari e famiglie
A cura del Centro Studi Confedercontribuenti
Il costo globale del cibo torna a salire. Ad agosto 2026 l’indice FAO dei prezzi alimentari ha raggiunto 133,3 punti, registrando un aumento dell’1,9% rispetto a luglio e del 2,5% su base annua. Tutte le principali categorie di prodotti hanno chiuso il mese in rialzo, confermando il ritorno di forti tensioni sui mercati internazionali.
Alla base della nuova accelerazione si trova una combinazione particolarmente pericolosa: temperature elevate e siccità, conflitti geopolitici, difficoltà nei collegamenti commerciali del Mar Nero, problemi nell’approvvigionamento dei fattori produttivi e aumento dei rischi lungo le grandi rotte marittime.
L’incremento più consistente riguarda lo zucchero, cresciuto dell’11,9% in un solo mese. Le previsioni sui raccolti sono state ridimensionate a causa del caldo e della siccità nell’Unione europea, delle conseguenze di El Niño in Asia e della minore produzione registrata in Brasile. Sui mercati ha influito anche la decisione dell’India di consentire importazioni di zucchero greggio senza dazi.
Preoccupa anche l’andamento dei cereali. Il relativo indice FAO è aumentato del 2,2%, raggiungendo il livello più elevato dal maggio 2024. Il prezzo internazionale del grano è salito del 2,6% rispetto a luglio e del 15% nell’arco di dodici mesi. Pesano le difficoltà logistiche nel Mar Nero e il peggioramento delle prospettive produttive in diverse zone europee colpite da caldo e siccità.
Il mais è rincarato del 2,5% per le incertezze sui raccolti negli Stati Uniti e nell’Unione europea, la domanda proveniente dai settori dei mangimi e dei biocarburanti e le interruzioni delle esportazioni ucraine. In aumento anche riso, carne e prodotti lattiero-caseari. Gli oli vegetali hanno segnato il terzo rialzo mensile consecutivo, sostenuti soprattutto dalla domanda di olio di palma e di soia. I dati di dettaglio sono pubblicati dalla FAO.
Il quadro non indica ancora un’emergenza paragonabile a quella del 2022: l’indice generale rimane inferiore del 16,8% rispetto al picco raggiunto nel marzo di quell’anno. Anche le scorte mondiali di cereali restano, nel complesso, su livelli relativamente rassicuranti. La produzione globale del 2026 è tuttavia stimata in 2,98 miliardi di tonnellate, il 2% in meno rispetto al 2025, mentre il commercio internazionale dovrebbe diminuire rispetto ai livelli record. Secondo le previsioni FAO, si tratterebbe comunque del secondo raccolto più abbondante mai registrato.
Per l’Italia il rischio è quello di un trasferimento progressivo dei rincari lungo tutta la filiera. Grano, mais, zucchero, oli e mangimi incidono direttamente sui costi di panifici, pastifici, allevamenti, aziende di trasformazione e attività della distribuzione. A queste voci si aggiungono energia, trasporti, imballaggi e credito.
Le piccole e medie imprese, dotate di un minore potere contrattuale e di margini finanziari più limitati, rischiano di subire la parte più pesante dell’aumento. Se i rincari venissero scaricati sui prezzi finali, le conseguenze arriverebbero anche alle famiglie, già alle prese con il costo dell’energia, dei carburanti e dei servizi.
Per il Centro Studi Confedercontribuenti è necessario intervenire prima che le tensioni internazionali si trasformino in una nuova ondata inflazionistica. Servono monitoraggio delle filiere, accesso al credito per le imprese agroalimentari, investimenti in irrigazione e gestione del rischio climatico, maggiore capacità di stoccaggio e una strategia europea per mettere in sicurezza energia, fertilizzanti e rotte commerciali.
La nuova fiammata delle commodity agricole rappresenta un segnale che non può essere ignorato. Il rischio non nasce da una singola emergenza, ma dalla sovrapposizione di crisi climatiche, geopolitiche e logistiche. Senza una politica preventiva, a pagare saranno ancora una volta le imprese più fragili e i consumatori.


